“Le indagini sulle forze dell’ordine non si devono fare in casa”: a Genova il protocollo voluto dall’ex pm Zucca che recepisce la Cedu

21 Luglio 2026 - 19:05
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“Le indagini sulle forze dell’ordine non si devono fare in casa”: a Genova il protocollo voluto dall’ex pm Zucca che recepisce la Cedu
enrico zucca

Genova. Se l’avvocato che assiste la famiglia di Abderrahim Fakir, il 42enne morto a Bologna durante un intervento della polizia ha fermamente criticato  il fatto che le indagini siano state affidate alla stessa polizia, a Genova un protocollo firmato da tutti i procuratori del distretto di Corte d’appello mette alcuni punti fermi di indirizzo sulla base delle indicazioni della Cedu, la Convenzione europea per i diritti dell’uomo.

Si tratta del primo protocollo del genere in Italia, e non a caso è stato sollecitato, nel suo ruolo di procuratore generale, dall’ex pm Enrico Zucca che indagò i vertici della polizia per la ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz e i falsi che ne seguirono. Il protocollo, che segue quello sul fermo preventivo, è il ‘lascito’ forse più importante del procuratore generale, andato in pensione qualche giorno fa.

Nel caso di inchieste relative a possibili abusi da parte delle forze dell’ordine “dovrà essere evitata ogni iniziativa o delega di indagine quando ricorre relazione istituzionale o gerarchica tra gli incaricati delle indagini e i sospetti autori o responsabili,” si legge nel protocollo, visto che “nemmeno la presenza istituzionale del pubblico ministero organo indipendente e incaricato della direzione delle indagini può assicurare l’operare imparziale in tale situazione di oggettivo conflitto di interessi”. Il documento, firmato il 18 giugno riguarda i reati commessi da pubblici ufficiali, che vanno dalla tortura ai comportamenti dolosi, fino ai reati colposi se commessi attraverso l’uso “della forza e della coercizione non proporzionata, soprattutto se letali”.

Il protocollo prende spunto dalle numerose condanne che ha ricevuto l’Italia per il mancato rispetto degli articoli 2 e 3 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) sia rispetto all’inesistenza fino a qualche anno fa del reato di tortura sia rispetto alla mancata collaborazione alle indagini da parte della polizia di Stato, per esempio nei riconoscimenti dei poliziotti che presero parte all’assalto alla scuola.

Per la Cedu  “in via di principio” le indagini per abusi o violenze commesse dalle forze dell’ordine non possono essere delegate, per garantirne l’imparzialità e l’indipendenza, allo stesso corpo a cui appartengono gli indagati o i potenziali responsabili.

Il protocollo genovese suggerisce in concreto che vengano fatte “valutazioni di contesto” visto che ci sono casi per cui la particolare “invasività” di un atto di indagine (per esempio il posizionamento di cimici) non può essere delegato ad un altro corpo. Per questo in alcuni casi  viene prevista “l’assunzione diretta del compimento degli atti principali di indagine da parte del pubblico ministero con delega alla sezione di polizia giudiziaria alle dirette dipendenze dell’Ufficio di Procura”. Non si tratta, si legge nel documento, di una “minore fiducia della fedeltà istituzionale dei singoli” ma della “necessità di governare fenomeni oggettivi all’interno dei corpi di polizia, oltre che sulla assicurazione della immagine della imparzialità della indagine stessa nei confronti della collettività e delle persone offese”.

II protocollo (firmato, oltre che da Zucca, dai procuratori Nicola Piacente, Alberto Lari, Ubaldo Pelosi, Enrica Gabetta, Pietro Capizzoto e Tiziana Paolillo) prevede anche una serie di altre indicazioni operative che riguardano la raccolta delle prove, dall’assunzione della testimonianza della vittima agli accertamenti medico-legali. Il protocollo cita anche il nuovo ‘modello ’45 bis’, il cosiddetto scudo penale,  indicando che può essere utilizzato solo previa “valutazione attenta” dell’esistenza di una “causa di giustificazione”.

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