Le “madri” della Costituzione e il patrimonio che ci hanno consegnato

10 Giugno 2026 - 09:51
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Le “madri” della Costituzione e il patrimonio che ci hanno consegnato
Archivio storico Università Cattolica del Sacro Cuore

Un doveroso tributo di gratitudine per le 21 donne che hanno fatto parte dell’Assemblea Costituente, un’occasione per interrogare uno snodo cruciale nella storia d’Italia, un’esperienza spirituale che fa percepire un senso di comunione e di appartenenza a un mondo di valori. Questo il senso del convegno «Donne e Costituente» promosso, a 80 anni dalla nascita della Repubblica, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, dall’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e dal Comune di Milano nella prestigiosa Sala Alessi di Palazzo Marino con la moderazione del direttore di Avvenire Marco Girardo.

Non solo memoria delle seppure poche “madri” della Costituzione, ma ricordo dell’impegno, talvolta particolarmente coraggioso e oltre gli steccati ideologici, che portò alla stesura di alcuni capitoli della Carta costituzionale: anzitutto il 3°, che sancisce i principi di uguaglianza formale e sostanziale, e, uno per tutti, il 37°, che garantisce la parità di genere rispetto ai diritti sul lavoro.

«Il cristallo è stato rotto, ma c’è bisogno di lavorare ancora molto e ognuno deve fare la sua parte – ha detto nel suo saluto iniziale il sindaco Beppe Sala, ricordando anche i tanti progetti e realtà messi in atto dalle sue due Giunte -. Credo che in questo quadro si prefigurino comunque ancora decenni e decenni per raggiungere la vera parità. Le questioni normative rimangono centrali e la politica deve fare di più. Tutti sentiamo la necessità di accelerare su un percorso su cui camminare insieme e Milano deve essere la realtà dove semplificare tali questioni».

L’intervento dell’Arcivescovo

«Le donne della Costituente hanno un patrimonio da consegnarci che è la Carta costituzionale e quindi le storie, le idee, le culture, le fedi che hanno generato la Costituzione migliore del mondo. Piuttosto che la rievocazione di quell’evento e di quel tempo occorre un’interpretazione critica che consenta di assumere la responsabilità nel presente», ha detto l’Arcivescovo nel suo intervento, anche nella sua veste di presidente dell’Istituto Toniolo, indicando di «sentirsi a disagio nel gran numero di commemorazioni, di celebrazioni di anniversari, di rievocazioni encomiastiche, con una forma di lettura un po’ a tesi, che tendono a screditare il presente rispetto al passato. Voglio, invece, sottolineare i valori che mi hanno colpito e che incoraggiano l’impegno presente, in particolare, la famiglia, visto dalle Costituenti come bene del Paese e a cui garantire l’assistenza. Un tema per noi irrinunciabile che ci fa riflettere sulle responsabilità contemporanee. E poi l’attenzione ai bimbi, ai minori, agli orfani, alle adozioni, alla scuola, all’istruzione».

Ma dove ricercare le radici della forza di queste “madri” della Costituzione? Per monsignor Delpini dall’associazionismo: «Nelle vicende di tutte queste donne emerge l’importanza di essere associate, di appartenere a forme di impegno condivise. La distanza critica permette di apprezzare il valore irrinunciabile di questo tipo di associarsi», ha concluso.

Il contributo dell’Università Cattolica 

Parole condivise dal rettore della Cattolica Elena Beccalli: «Siamo orgogliosi di ricordare che tre delle 21 madri costituenti si sono laureate nel nostro Ateneo: Nilde Iotti, Filomena Delli Castelli e Laura Bianchini. Furono giovani donne – Iotti era 26enne, Filomena Delli Castelli 29enne e Laura Bianchini 42enne – esemplari di quel servizio alla Repubblica che molti laureati e laureate dell’Università Cattolica hanno dato nel tempo. Oggi c’è ancora molto da fare: penso alla parità salariale, al numero di donne con responsabilità di vertice, all’autonomia finanziaria. Per questo ricordare il loro impulso fondativo è un modo per conoscere e farsi ispirare dalla tenacia con la quale hanno condotto battaglie decisive alle quali dobbiamo continuare a guardare con ammirazione», ha evidenziato Beccalli, prima donna alla guida dell’Ateneo dei Cattolici italiani, che ha richiamato anche il ruolo svolto da Armida Barelli, oggi beata.

«Tre aspetti emergono analizzando trasversalmente le biografie delle madri costituenti laureate in Cattolica, una bresciana, una abruzzese, una emiliana. Il primo tratto che le accomuna è il legame con i rispettivi territori di origine; inoltre, l’attenzione alle questioni educative e la collaborazione sinergica che sono riuscite a instaurare anche con altre colleghe e colleghi. Hanno basato, infatti, la loro azione quell’autentica “cultura del negoziato”, riprendendo l’espressione dell’enciclica Magnifica Humanitas, che è stata imprescindibile allora e che dovrebbe essere riscoperta anche ai nostri giorni».

La “rivoluzione delle coscienze”

Dopo i saluti istituzionali, l’assise è proseguita con le relazioni di Elena Riva, docente di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze della formazione in “Cattolica”, e di Maria Bocci, docente di Storia contemporanea nella stessa Facoltà.

Nel suo articolato excursus sui prodromi e poi sulla stagione della Costituente, Riva, delineando i tanti ostacoli che anche in età repubblicana le donne hanno incontrato sul loro cammino di emancipazione sociale e civile, ha invitato a considerare che «la sfida di un nuovo modello culturale richiede tempi lunghi che mal si conciliano con una politica che vuole capitalizzare subito i risultati dal punto di vista elettorale. Ma gli italiani, e soprattutto i giovani, meritano questo sforzo. Occorre quella che Laura Bianchini definiva la smobilitazione degli spiriti, così come aveva scritto sul Ribelle, il giornale clandestino delle Fiamme Verdi, nel luglio del 1944: “Non si riformano i costumi se non si riformano le coscienze, e non si riformano i popoli se non si riformano le persone. Smobilitare gli spiriti non significa invitare gli uomini a un abulico lasciar fare, a una tolleranza che sarebbe un vero pericolo per il bene comune: significa invece impegnarli in un programma che, allo stato attuale delle cose, è realmente, essenzialmente rivoluzionario per instaurare a base della vita personale, nazionale e internazionale, la reciproca comprensione il rispetto del diritto, l’esercizio della solidarietà”».

«Le donne costituenti, comprese quelle laureate in Università Cattolica, intervennero con richieste attente alla concretezza dei bisogni della popolazione, sottolineando il valore delle relazioni sociali e concentrandosi su temi come la famiglia, l’istruzione, l’infanzia, la maternità e il lavoro, specie femminile – ha osservato Bocci -. L’accento cadeva sull’uguaglianza sostanziale e sulla necessità di tutelare la persona, specie se segnata da difficoltà materiali e morali. Le storture che condizionavano la società italiana dovevano essere corrette, in modo che al singolo – uomo e donna, ma con attenzione alla parità nelle opportunità – fosse permesso di realizzare la propria personalità, una realizzazione che, in quest’ottica, implicava una pluralità di formazioni sociali, che avrebbero impegnato la libertà individuale per orientarla al bene comune», ha concluso la docente, indicando il progetto di una visione alternativa, prima alla fascistizzazione della cultura, poi di consapevole libertà che fece e fa dell’Università Cattolica un polo attrattivo per studenti e docenti.

Armida Barelli e la mobilitazione femminile

A uno studioso come Ernesto Preziosi è stata infine affidata la comunicazione centrata sulla figura di Armida Barelli, a cui il relatore ha dedicato il suo più recente volume: «Armida Barelli che non viene dalla militanza politica, che non è una femminista, che non farà carriera politica e che non sarà candidata né in quella consultazione né in quelle che seguiranno, fu colei che avrà un grande merito nell’aver motivato migliaia di donne alla partecipazione democratica».

Ha spiegato Preziosi: «Parlarne qui oggi è anche un modo per saldare un debito di riconoscenza verso una donna che fin dagli anni Venti si era impegnata a sostenere il diritto di voto delle donne e che, con fermezza e lungimiranza, anche quando, dopo il primo conflitto mondiale, questo risultato non era stato raggiunto e più ancora negli anni del totalitarismo quando la democrazia era sospesa, aveva proposto con una formula originale le “Settimane sociali”: una formazione civica delle giovani donne che lei guidava nella Gioventù femminile cattolica. Se parlare di Armida Barelli e della sua grande opera è un modo per rimediare a una dimenticanza della storiografia, riferirsi alla sua intensa azione formativa significa parlare dell’associazionismo e del grande ruolo avuto da quest’ultimo nell’emancipazione della condizione femminile nel nostro Paese».

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