Le mostre da non perdere a Londra nell’estate 2026
L’estate londinese del 2026 non si gioca soltanto tra festival, rooftop e concerti all’aperto. Dentro musei e gallerie si sta consumando una stagione espositiva eccezionalmente ricca, con grandi retrospettive, debutti britannici, maestri del passato riletti con occhi contemporanei e alcune mostre ormai vicinissime alla chiusura. Tate Modern, Tate Britain, National Gallery, Royal Academy, V&A, Camden Art Centre e Hayward Gallery propongono percorsi che attraversano quattro secoli di storia dell’arte, dalla spiritualità barocca di Zurbarán fino alle installazioni monumentali di Anish Kapoor. Per chi vive a Londra o visita la città nelle prossime settimane, il problema non è trovare qualcosa da vedere, ma scegliere bene: alcune esposizioni termineranno già ad agosto, mentre altre accompagneranno la capitale fino all’autunno e all’inizio del 2027.
Mostre a Londra 2026: Emin, Whistler e Zurbarán
Tra le mostre a Londra nel 2026, poche hanno la forza autobiografica di A Second Life, la grande retrospettiva dedicata a Tracey Emin alla Tate Modern. Aperta fino al 31 agosto, l’esposizione attraversa circa quarant’anni di carriera e riunisce opere che hanno trasformato la vita privata dell’artista in materia pubblica, politica ed emotiva. Emin è stata una delle figure simbolo della Young British Art degli anni Novanta, ma ridurla alla provocazione sarebbe ormai anacronistico. Il percorso della Tate mostra invece una produzione costruita intorno a sesso, violenza, aborto, relazioni, solitudine, vulnerabilità e malattia. Al centro rimane inevitabilmente My Bed, l’installazione del 1998 candidata al Turner Prize l’anno successivo: un letto disfatto circondato dagli oggetti di un periodo di grave crisi personale, divenuto una delle immagini più riconoscibili dell’arte britannica contemporanea. La mostra, però, guarda anche alla Tracey Emin di oggi. Dopo la diagnosi di un tumore alla vescica nel 2020 e un intervento chirurgico radicale, il corpo è tornato nella sua opera con un significato nuovo, legato alla mortalità e alla sopravvivenza. Il titolo A Second Life nasce proprio da questa trasformazione, e la Tate Modern costruisce il percorso come una sorta di seconda biografia artistica, meno interessata allo scandalo e più alla capacità di trasformare il trauma in linguaggio.
Pochi chilometri più a ovest, Tate Britain propone un’altra mostra fondamentale, ma di natura completamente diversa: la prima grande retrospettiva europea dedicata a James McNeill Whistler da circa trent’anni. Nato negli Stati Uniti nel 1834 e formatosi tra Parigi e Londra, Whistler è una figura cruciale per comprendere il passaggio dalla pittura vittoriana alla modernità. Nei suoi dipinti la città industriale smette di essere soltanto un soggetto e diventa atmosfera. Il Tamigi, i ponti, i docks, le fabbriche e la nebbia vengono dissolti nei celebri Nocturnes, dipinti nei quali colore e tono contano più della descrizione precisa. Whistler sosteneva l’idea dell’art for art’s sake, l’arte per l’arte, e rifiutava l’obbligo che la pittura dovesse raccontare una morale o una storia. Per Londra è importante soprattutto perché fu tra i primi a intuire che persino l’industrializzazione, allora considerata brutta e caotica, poteva generare una nuova bellezza visiva. La mostra, aperta fino al 27 settembre, riunisce dipinti, stampe, ritratti e opere decorative e permette di osservare una capitale ormai scomparsa attraverso gli occhi di un artista cosmopolita.
La terza tappa porta alla National Gallery, dove fino al 23 agosto è possibile vedere la prima grande mostra britannica dedicata a Francisco de Zurbarán. Qui l’urgenza è reale: restano pochi giorni. Il pittore spagnolo, nato nel 1598, fu uno dei protagonisti del Siglo de Oro insieme a Velázquez e Murillo e costruì la propria fama soprattutto attraverso scene religiose, santi, martiri e nature morte caratterizzate da una luce quasi teatrale. La National Gallery riunisce opere provenienti da importanti collezioni internazionali, comprese istituzioni come il Louvre, il Prado e l’Art Institute of Chicago. In Zurbarán un abito monastico, un limone o il volto di un santo ricevono la stessa attenzione quasi ossessiva per il dettaglio. Le sue figure emergono spesso da fondi scuri con una presenza fisica sorprendente, come se la spiritualità dovesse passare prima dalla materia. Dopo Londra, parte della mostra proseguirà verso altre sedi internazionali: per il pubblico britannico questa resta dunque un’occasione eccezionale e difficilmente ripetibile a breve.
Hurvin Anderson, Ana Mendieta e Richard Dadd: identità e memoria
La pittura di Hurvin Anderson porta la questione dell’identità dentro uno spazio molto più vicino alla Gran Bretagna contemporanea. Nato a Birmingham nel 1965 da genitori giamaicani, Anderson lavora da decenni sul rapporto tra memoria personale, migrazione e appartenenza. La grande mostra di Tate Britain, aperta fino al 23 agosto, segue il suo percorso dagli anni Novanta fino ai lavori più recenti e raccoglie decine di dipinti dedicati a interni, paesaggi, piscine, giardini e soprattutto ai celebri barbershop. Nei suoi quadri i negozi da barbiere frequentati dalle comunità caraibiche non sono semplici ambienti commerciali: diventano archivi sociali della diaspora. Negli anni Cinquanta e Sessanta questi spazi offrivano infatti luoghi di incontro e conversazione in una società britannica che ancora discriminava apertamente molti immigrati delle Indie occidentali. Anderson dipinge specchi, sedie, pareti e finestre come frammenti di una memoria collettiva sospesa tra Birmingham e i Caraibi. La sua pittura è luminosa e apparentemente gioiosa, ma contiene quasi sempre una distanza: una rete, un vetro, un ostacolo visivo che impedisce allo spettatore di entrare completamente nella scena.
Alla Tate Modern la questione dell’appartenenza si sposta invece sul corpo e sulla terra con la grande mostra dedicata ad Ana Mendieta, aperta fino al 17 gennaio 2027. Nata a Cuba nel 1948, Mendieta venne mandata negli Stati Uniti nel 1961 attraverso Operation Peter Pan, il programma che trasferì migliaia di bambini cubani negli USA nei primi anni della rivoluzione castrista. La separazione dalla famiglia e dal paese d’origine segnò profondamente la sua opera. Negli anni Settanta iniziò a utilizzare il proprio corpo, terra, sangue, fuoco, acqua e vegetazione per creare lavori destinati spesso a scomparire. La serie più famosa, Silueta, mostra forme corporee impresse o costruite nel paesaggio: corpi presenti e assenti allo stesso tempo, vulnerabili e temporanei. Fotografia e film diventano gli unici strumenti capaci di conservare opere che il vento, l’acqua o il tempo avrebbero cancellato. La mostra londinese è particolarmente importante perché riunisce numerosi lavori mai esposti prima nel Regno Unito e tenta di riportare l’attenzione sull’opera di Mendieta, spesso oscurata dalle circostanze della sua morte. Nel 1985, a soli 36 anni, l’artista precipitò dal 34º piano dell’appartamento di New York che condivideva con il marito, lo scultore Carl Andre. Andre venne accusato e successivamente assolto. La vicenda continua ancora oggi a influenzare la ricezione pubblica dell’artista, ma il valore della retrospettiva sta proprio nel rimettere al centro la sua ricerca artistica.
Alla Royal Academy la biografia rischia di divorare l’opera anche nel caso di Richard Dadd, pittore vittoriano al quale è dedicata Beyond Bedlam, prima grande mostra in oltre cinquant’anni. Dadd studiò alla Royal Academy Schools e negli anni Quaranta dell’Ottocento era considerato uno dei giovani pittori britannici più promettenti. Durante un viaggio in Medio Oriente sviluppò però gravi disturbi psichici e nel 1843 uccise il padre, convinto che fosse posseduto dal demonio. Venne internato prima al Bethlem Royal Hospital, il celebre Bedlam, e poi a Broadmoor. Continuò tuttavia a dipingere per decenni, producendo opere di una minuzia quasi ossessiva. La mostra, aperta fino al 25 ottobre, raccoglie oltre cento lavori e comprende il celebre The Fairy Feller’s Master-Stroke, visione fantastica popolata da fate e personaggi minuscoli. Il titolo Beyond Bedlam indica chiaramente l’obiettivo curatoriale: sottrarre Dadd alla sola narrazione della follia criminale e restituirgli il posto che gli spetta nella storia della pittura vittoriana.
Schiaparelli e Locke: moda, colonialismo e arte del Novecento
Per il pubblico italiano una delle esposizioni più significative dell’intera stagione è Schiaparelli: Fashion Becomes Art, aperta al Victoria and Albert Museum fino all’8 novembre. Si tratta della prima grande mostra britannica dedicata a Elsa Schiaparelli, nata a Roma nel 1890 e diventata una delle figure più rivoluzionarie della moda parigina tra gli anni Venti e Quaranta. Schiaparelli non considerava l’abito come un oggetto separato dall’arte. Frequentò e collaborò con Salvador Dalí, Jean Cocteau, Man Ray e altri protagonisti del Surrealismo, costruendo una moda fatta di ironia, illusioni ottiche e oggetti trasformati. Celebre è il Lobster Dress, nato dalla collaborazione con Dalí, così come il cappello a forma di scarpa e l’uso del colore Shocking Pink, diventato praticamente un marchio personale.
Il Victoria and Albert Museum, una delle principali istituzioni mondiali dedicate alle arti decorative, al design e alla moda, mette in dialogo gli abiti della maison con opere surrealiste, fotografie e oggetti d’arte. Tra questi compare anche il famoso Lobster Telephone di Dalí. La mostra non si ferma però alla Schiaparelli storica. Il percorso arriva alla rinascita contemporanea della maison sotto la direzione creativa di Daniel Roseberry, mostrando capi indossati da celebrità come Ariana Grande e Dua Lipa. È un passaggio importante perché permette di capire quanto l’eredità di Schiaparelli sia ancora visibile nella moda spettacolare contemporanea, quella che trasforma il red carpet in performance. Per Londra è una mostra particolarmente riuscita anche perché il V&A possiede una delle collezioni di moda più importanti al mondo e può raccontare Schiaparelli non come semplice stilista italiana emigrata a Parigi, ma come figura inserita nelle grandi trasformazioni artistiche del Novecento.
Completamente diverso è il percorso di Donald Locke, artista nato in Guyana nel 1930 e appartenente alla generazione Windrush. La sua retrospettiva Resistant Forms, ospitata al Camden Art Centre fino al 30 agosto, è una delle mostre meno mediatiche della stagione ma anche una delle più interessanti. L’ingresso è gratuito e il percorso attraversa circa cinque decenni di produzione tra ceramica, pittura, disegno, assemblaggio e scultura. Locke visse tra Guyana, Regno Unito e Stati Uniti e sviluppò una pratica profondamente segnata dall’esperienza coloniale. Le sue strutture ricordano spesso gabbie, strumenti di costrizione o dispositivi di controllo. In opere come Trophies of Empire, il linguaggio apparentemente formale della scultura diventa riflessione sulla violenza, sul potere e sull’eredità dell’impero britannico.
Il Camden Art Centre, centro londinese dedicato all’arte contemporanea e noto per il sostegno alla sperimentazione artistica, ospita la tappa conclusiva di una retrospettiva che ha attraversato più sedi britanniche. La mostra riporta sotto i riflettori un artista importante ma ancora poco conosciuto dal grande pubblico e permette di osservare la storia britannica da una prospettiva differente rispetto ai grandi musei nazionali. Non è casuale che Locke utilizzi materiali fragili e industriali, forme geometriche e strutture costrittive: la sua arte mette continuamente in discussione l’idea che colonialismo e impero appartengano soltanto al passato. Visitare Resistant Forms dopo Schiaparelli offre quasi due estremi del Novecento: da una parte la moda come libertà surrealista e reinvenzione personale, dall’altra la materia come memoria del controllo politico e sociale.
Summer Exhibition e Anish Kapoor: Londra tra tradizione e spettacolo
Se esiste una manifestazione che sintetizza il rapporto britannico tra istituzione e eccentricità, è la Royal Academy Summer Exhibition. Organizzata ogni anno dal 1769, è una delle più antiche esposizioni d’arte contemporanea ancora ininterrottamente attive al mondo. L’edizione 2026, aperta fino al 23 agosto, è coordinata dall’artista britannico Ryan Gander intorno al tema Interconnectedness. Quasi duemila opere riempiono le sale della Royal Academy in un accumulo volutamente vertiginoso di pittura, scultura, stampe, fotografia, architettura e lavori difficili da classificare. È precisamente questo caos controllato a costituire il fascino della Summer Exhibition. Accanto ai Royal Academicians e agli artisti affermati trovano spazio opere selezionate attraverso l’open submission, permettendo a nomi sconosciuti di apparire nello stesso percorso di figure come Frank Bowling, Gary Hume e Anselm Kiefer.
Non tutto è necessariamente memorabile e non tutto dialoga bene con ciò che gli sta accanto. Ma chiedere coerenza alla Summer Exhibition sarebbe quasi fraintenderne la natura. È una grande fotografia annuale della produzione artistica britannica, con tutte le contraddizioni, le mode e le sorprese che questo comporta. Nell’edizione 2026 compaiono persino lavori di personaggi conosciuti soprattutto per altre attività, tra cui Harry Hill e Joe Lycett. La Royal Academy of Artscontinua così una tradizione iniziata quando Londra era ancora una città georgiana: appendere alle pareti quanto più possibile e lasciare che sia il pubblico a orientarsi.
Sul South Bank, invece, Anish Kapoor trasforma la Hayward Gallery in un ambiente nel quale è difficile persino fidarsi dei propri occhi. La mostra, aperta fino al 18 ottobre, segna il ritorno dell’artista nella galleria dopo quasi trent’anni dalla personale del 1998 e coincide con il 75º anniversario del Southbank Centre. Kapoor, nato a Mumbai nel 1954 e trasferitosi in Gran Bretagna negli anni Settanta, ha costruito una carriera internazionale lavorando sul rapporto tra materia, spazio e percezione. Alcune opere sembrano cavità senza fondo; altre deformano l’immagine dello spettatore attraverso superfici riflettenti; altre ancora assumono l’aspetto inquietante di masse organiche, viscere o ferite.
Particolare attenzione continua a essere riservata ai lavori realizzati con materiali estremamente assorbenti, associati al Vantablack, sostanza capace di assorbire quasi tutta la luce visibile e di cancellare apparentemente il volume dell’oggetto. Davanti a una superficie del genere l’occhio perde punti di riferimento e ciò che è tridimensionale può apparire come un buco assoluto. Kapoor utilizza questa fragilità percettiva non soltanto come trucco spettacolare, ma come strumento filosofico: se non possiamo fidarci di ciò che vediamo, quanto è stabile il nostro rapporto con lo spazio?
La stagione delle mostre a Londra nel 2026 offre quindi due esperienze quasi opposte. Alla Royal Academy migliaia di opere competono per attirare lo sguardo; alla Hayward Gallery basta talvolta un’unica superficie nera per farci dubitare di ciò che abbiamo davanti. In mezzo ci sono Emin, Whistler, Zurbarán, Anderson, Mendieta, Dadd, Schiaparelli e Locke. Chi vuole visitarli tutti dovrà organizzarsi rapidamente: Zurbarán, Hurvin Anderson e la Summer Exhibition chiudono già il 23 agosto, Donald Locke il 30 e Tracey Emin il 31. Whistler rimane fino al 27 settembre, Kapoor fino al 18 ottobre, Dadd fino al 25 ottobre, Schiaparelli fino all’8 novembre e Mendieta fino al gennaio 2027. Londra lascia tempo per molte cose, ma questa volta alcune delle sue migliori mostre non aspetteranno l’autunno.
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