Le ondate di calore danneggiano anche l'economia?

30 Giugno 2026 - 13:23
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lentepubblica.it

Ondate di calore, quanto costano davvero all’economia: il prezzo nascosto della crisi climatica sul lavoro. Il caldo estremo non è soltanto un’emergenza sanitaria: pesa anche sulla crescita economica.


Esiste un’altra faccia del problema, meno evidente ma altrettanto rilevante: l’impatto delle ondate di calore sull’economia.

Le temperature eccezionalmente elevate non provocano soltanto disagio fisico. Quando il caldo supera determinati livelli, la capacità di lavorare diminuisce, aumentano gli errori, cala la concentrazione e molte attività devono essere rallentate o addirittura sospese. Il risultato è una riduzione della produttività che, sommata su larga scala, produce effetti significativi sul prodotto interno lordo dei singoli territori.

È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, che ha analizzato gli effetti economici delle ondate di calore in Europa, ricostruendo sia gli impatti registrati negli ultimi decenni sia quelli attesi nei prossimi anni qualora il riscaldamento globale prosegua agli attuali ritmi.

Perché il caldo riduce la produttività

L’organismo umano possiede una naturale capacità di regolare la temperatura corporea, ma quando il calore diventa eccessivo questo equilibrio entra in crisi. In tali condizioni il corpo consuma maggiori energie per raffreddarsi e diminuiscono forza fisica, attenzione e rapidità decisionale.

Le conseguenze interessano sia le attività manuali sia quelle cognitive. Chi lavora all’aperto è il primo a subirne gli effetti, ma anche chi opera in ambienti chiusi può risentire delle alte temperature, soprattutto quando gli edifici non sono adeguatamente climatizzati.

Gli studiosi ricordano come il caldo intenso favorisca affaticamento, disidratazione, stress fisiologico, riduzione della capacità di elaborare informazioni e maggiore probabilità di errori. Tutti fattori che finiscono inevitabilmente per incidere sulla produttività delle imprese e, di conseguenza, sulla ricchezza prodotta da interi territori.

Un fenomeno destinato a diventare sempre più frequente

Negli ultimi decenni l’Europa ha sperimentato un incremento costante degli episodi di calore estremo. Secondo la ricerca, il numero di giornate che superano le soglie considerate anomale è raddoppiato tra il 1960 e il 2017 in ampie aree del continente.

Gli eventi eccezionali che un tempo rappresentavano casi isolati stanno progressivamente diventando più frequenti, più intensi e più duraturi. Tra gli episodi analizzati figurano le grandi ondate di calore del 2003, 2010, 2015 e 2018, anni scelti perché particolarmente rappresentativi dell’evoluzione recente del clima europeo.

Per comprendere gli effetti economici di questi fenomeni, il gruppo di ricerca ha combinato dati climatici ad alta risoluzione con modelli economici regionali, valutando come la perdita di ore lavorate si propaghi lungo tutta la filiera produttiva.

Le perdite economiche già oggi sono consistenti

I risultati mostrano che il costo economico delle ondate di calore è tutt’altro che marginale.

Negli anni caratterizzati dagli episodi più estremi, il danno stimato ha oscillato tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, valori sensibilmente superiori rispetto alla media storica osservata tra il 1981 e il 2010.

Può sembrare una percentuale contenuta, ma applicata all’intera economia europea equivale a decine di miliardi di euro di ricchezza persa in un solo anno.

La ricerca evidenzia inoltre che il fenomeno non colpisce tutti allo stesso modo. Alcune aree registrano effetti relativamente limitati, mentre altre superano stabilmente l’1% del proprio PIL regionale, con punte che in alcuni casi oltrepassano addirittura il 2%.

Il Sud Europa paga il conto più salato

L’analisi mette in evidenza una marcata differenza geografica.

Le regioni dell’Europa meridionale risultano generalmente più vulnerabili perché combinano due fattori critici: temperature mediamente più elevate e una maggiore presenza di attività produttive svolte all’aperto.

Agricoltura, edilizia, logistica, trasporti e numerosi servizi esposti direttamente alle condizioni meteorologiche rappresentano comparti nei quali il caldo riduce in maniera significativa la capacità lavorativa.

Anche quando eventi eccezionali interessano il Nord Europa, come accaduto nel 2018, le regioni mediterranee continuano comunque a registrare gli impatti economici più pesanti in rapporto alla dimensione della propria economia.

Non conta solo quanto dura un’ondata di calore

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la distinzione tra durata e intensità.

Due ondate di calore della stessa lunghezza possono produrre conseguenze molto differenti. Ciò che determina realmente le perdite economiche è soprattutto la severità dello stress termico cui sono sottoposti i lavoratori.

Per misurarlo i ricercatori hanno utilizzato il cosiddetto Wet Bulb Globe Temperature (WBGT), uno degli indicatori più utilizzati a livello internazionale per valutare il rischio derivante dal caldo nei luoghi di lavoro.

Questo indice non considera soltanto la temperatura dell’aria, ma integra anche umidità, radiazione solare e ventilazione, offrendo una misura molto più vicina alle reali condizioni percepite dalle persone.

Le conseguenze si propagano ben oltre i settori più esposti

Il danno economico non si limita alle imprese che operano direttamente sotto il sole.

Secondo gli autori, le perdite iniziano nei comparti maggiormente esposti, ma si trasmettono progressivamente all’intero sistema economico.

Se un’azienda agricola raccoglie meno prodotti, l’industria alimentare dispone di meno materie prime. Rallentando i trasporti, aumentano i tempi di consegna. Infine se diminuisce la produzione industriale, numerosi servizi collegati ne risentono.

In altre parole, il calo di produttività genera un effetto a catena che coinvolge fornitori, clienti e attività strettamente interconnesse.

Gli scambi commerciali tra regioni contribuiscono in parte a limitare queste ripercussioni, consentendo di sostituire alcuni beni provenienti dalle aree più colpite con prodotti realizzati altrove. Tuttavia questo meccanismo non riesce ad annullare completamente le perdite, che continuano a diffondersi lungo l’intera economia europea.

Gli scenari futuri destano forte preoccupazione

La parte forse più significativa dello studio riguarda le simulazioni sul futuro.

I ricercatori hanno elaborato proiezioni riferite al periodo compreso tra il 2035 e il 2064, ipotizzando uno scenario caratterizzato da elevate emissioni di gas serra e dall’assenza di ulteriori efficaci politiche di mitigazione.

Le stime indicano una crescita costante dei danni economici.

Le perdite medie, oggi attorno allo 0,2% del PIL, potrebbero avvicinarsi all’1% entro la metà del secolo e superarlo negli anni Sessanta, arrivando a essere quasi cinque volte superiori rispetto ai livelli storici osservati nel periodo 1981-2010.

Si tratta di uno scenario che, oltre ad aumentare il costo economico complessivo, accentuerebbe le disuguaglianze territoriali, penalizzando soprattutto le regioni già oggi maggiormente vulnerabili.

Anche chi lavora al chiuso potrebbe essere sempre più esposto

Un’altra differenza rispetto alla situazione attuale riguarda il lavoro indoor.

Oggi gli effetti diretti del caldo si concentrano prevalentemente nelle attività svolte all’esterno. Le simulazioni climatiche mostrano però che, con l’aumento delle temperature, anche gli ambienti chiusi potrebbero diventare progressivamente più critici.

Se edifici, impianti di ventilazione e sistemi di raffrescamento non verranno adeguati, una quota crescente di lavoratori impiegati negli uffici, negli stabilimenti produttivi e nei servizi potrebbe sperimentare un calo di rendimento analogo a quello oggi osservato nei comparti all’aperto.

Adattamento e prevenzione saranno sempre più determinanti

Gli autori sottolineano che le loro stime rappresentano probabilmente una valutazione prudenziale.

Nel calcolo, infatti, non sono stati considerati diversi costi indiretti, come gli infortuni legati al caldo, le spese sanitarie aggiuntive, gli effetti sulle assenze dal lavoro o le conseguenze derivanti da un peggioramento delle condizioni di salute della popolazione.

Parallelamente, lo studio riconosce che interventi di adattamento, come una migliore progettazione degli edifici, l’adozione di tecnologie di raffrescamento, una diversa organizzazione degli orari di lavoro e investimenti nella prevenzione, potrebbero ridurre almeno in parte gli impatti economici.

La ricerca offre quindi un messaggio chiaro: le ondate di calore non rappresentano soltanto una questione climatica o sanitaria, ma costituiscono ormai un vero fattore economico. Comprendere come il caldo influenzi la produttività significa poter pianificare strategie di adattamento più efficaci, proteggere i lavoratori e limitare perdite che, senza adeguate contromisure, rischiano di aumentare sensibilmente nei prossimi decenni.

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