L'economia circolare ha dimenticato una domanda fondamentale

13 Luglio 2026 - 17:05
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L'economia circolare ha dimenticato una domanda fondamentale

Lo sapeva già Seneca: «Nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare». Duemila anni dopo, vale ancora. E vale, in particolare, per l'economia circolare.

Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono quasi per perdere significato. "Economia circolare" è una di queste. La troviamo nei documenti europei, nelle strategie industriali, nei programmi politici, nei convegni. Eppure, se fermassimo una persona per strada e le chiedessimo perché dovrebbe desiderare un'economia circolare, probabilmente riceveremmo una risposta esitante.

Per anni abbiamo raccontato la circolarità come una questione di riciclo, gestione dei rifiuti, ecodesign ed efficienza delle risorse. Tutto necessario. Ma forse abbiamo dimenticato la domanda da cui ogni trasformazione dovrebbe partire: a che cosa serve davvero l'economia circolare? Qual è la promessa che contiene per la vita delle persone?

Forse è proprio qui il limite del dibattito europeo. Abbiamo discusso soprattutto degli strumenti, molto meno dello scopo. Abbiamo perfezionato il linguaggio della transizione, ma abbiamo smesso di raccontarne il significato. Sappiamo come vogliamo navigare. Non abbiamo ancora detto chiaramente dove.

È un paradosso. Mai come oggi l'economia circolare è entrata nelle politiche europee. Eppure l'Europa continua a consumare enormi quantità di materiali, rimane fortemente dipendente dalle importazioni di risorse critiche e fatica a ridurre la propria impronta materiale complessiva. Nel frattempo aumentano il costo della vita, le disuguaglianze, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e il senso di insicurezza che attraversa molte società europee.

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Il problema non è che la circolarità abbia fallito. È che l'abbiamo confinata dentro una visione prevalentemente tecnica.

Abbiamo finito per identificare il successo con l'aumento del riciclo o con il miglioramento dell'efficienza produttiva, dimenticando che nessuna di queste strategie rappresenta un obiettivo in sé. Anzi, sappiamo ormai che i miglioramenti di efficienza possono essere neutralizzati dall'aumento dei consumi: il cosiddetto rebound . Ad esempio, un'auto che consuma meno può indurre a usarla di più, annullando parte dei benefici ambientali. Possiamo produrre meglio e consumare ancora troppo.

La vera domanda allora diventa un'altra: per quale società stiamo costruendo un'economia circolare?

È da questa domanda che nasce il rapporto Towards a Circular Wellbeing Economy.

La sua idea centrale può essere riassunta in una frase semplice:

La circolarità è il come. Il benessere è il dove.

Non è un semplice gioco di parole. È una bussola. Perché senza una destinazione chiara, nessuna rotta è quella giusta.

Quando l'economia circolare incontra l'economia del benessere succede qualcosa di sorprendente. La prima smette di apparire come un'agenda fatta soltanto di materiali, riciclo ed efficienza e torna a essere una visione della società. La seconda, invece, smette di essere una dichiarazione di principi e ritrova le proprie fondamenta concrete: il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo le città, organizziamo la mobilità, progettiamo le case, condividiamo le risorse.

È in questo incontro che entrambe ritrovano la metà mancante della propria ambizione.

Una casa ben isolata non è soltanto un edificio più efficiente. Significa bollette più leggere, salute migliore, minore dipendenza energetica.

Un prodotto progettato per durare non è soltanto un oggetto più sostenibile. Significa meno spese per le famiglie, lavoro qualificato nella riparazione, meno estrazione di materie prime.

Una città costruita attorno alla mobilità condivisa non riduce soltanto le emissioni. Restituisce tempo, spazio pubblico, sicurezza e qualità della vita.

La circolarità smette così di essere un obiettivo ambientale e diventa un modo per migliorare la vita quotidiana.

Questo cambia anche il modo in cui raccontiamo la transizione.

Le persone difficilmente si mobilitano per aumentare il tasso di utilizzo circolare dei materiali. Si mobilitano molto più facilmente per vivere in case migliori, respirare aria più pulita, spendere meno per l'energia, avere prodotti che durano nel tempo, città più vivibili, lavoro di qualità, comunità più forti.

Per questo il rapporto propone anche di ampliare il vocabolario della circolarità. Accanto alle tradizionali "R" – ridurre, riutilizzare, riparare, riciclare – ne introduce altre quattro. Perché ogni grande trasformazione è prima di tutto una trasformazione culturale.

Reimmaginare. Un quartiere che sceglie di trasformare un parcheggio in uno spazio verde dove incontrarsi. Una biblioteca che, oltre ai libri, presta utensili, giochi e strumenti da usare insieme. Sono esempi che mostrano come una buona qualità della vita possa nascere dalla condivisione, dalla creatività e dal senso di appartenenza, più che dall'accumulo di beni. Reimmaginare significa cambiare l'idea stessa di benessere: non avere sempre di più, ma vivere meglio insieme.Raccontare. Ogni giorno siamo esposti a migliaia di messaggi che associano felicità, successo e identità all'acquisto di qualcosa di nuovo. Dare spazio a narrazioni diverse nei media e sui social, cambiare i modelli di riferimento che influenzano i comportamenti, specialmente tra i più giovani, significa intervenire sulle regole del gioco.

Rilocalizzare. Una cooperativa che raccoglie l'olio esausto dei ristoranti di una città e lo trasforma in biocarburante per i mezzi comunali. Un hub di quartiere dove si portano elettrodomestici rotti e artigiani locali li rimettono in funzione. La circolarità non è solo un flusso globale di materiali: può essere un'infrastruttura radicata nei territori, che genera lavoro, resilienza e senso di comunità.

Riconnettere. Una scuola di ecodesign dove studenti e artigiani lavorano fianco a fianco per riprogettare oggetti di uso quotidiano. Un'azienda agricola alla periferia di una città che apre le porte ai cittadini, trasformando il cibo in un'occasione di relazione con la terra e con chi la lavora, non hanno valore solo in termini di materiali recuperati, ma anche nella cura, nel significato condiviso e nel legame con i luoghi che generano.

Prima delle tecnologie cambiano le storie che una società racconta a sé stessa. Nel precedente articolo pubblicato su Greenreport, si sosteneva che l'economia circolare dovesse spostare lo sguardo più a monte, intervenendo sulla progettazione dei prodotti e sui modelli di produzione e consumo. Oggi aggiungiamo un passaggio ulteriore: non basta ripensare i flussi di materiali, bisogna ripensare anche il fine dell'economia. Non basta andare più a monte dei flussi di materiali. Occorre andare più a monte anche del loro significato.

Perché la domanda decisiva non è come rendere l'economia più circolare.

La domanda decisiva è quale economia possa permetterci di vivere bene, tutti, entro i limiti del pianeta.

La circolarità è la rotta.

Il benessere è il porto.

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