Lectra lancia la piattaforma agentica ‘Apogy’ per lo sviluppo prodotto moda
Lectra ha scelto la cornice dell’hotel Raffles Royal Monceau a Parigi per presentare lo scorso martedì 15 settembre la sua nuova soluzione cloud dedicata allo sviluppo prodotto nella moda: ‘Apogy‘. È il capitolo più recente di una storia che il gruppo francese, quotato su Euronext, porta avanti da quasi cinquant’anni: fondata nel 1973, Lectra è oggi presente in oltre 100 Paesi con 2.800 dipendenti, e nel 2025 ha chiuso l’esercizio con un fatturato di 507 milioni di euro, di cui 89 milioni generati dalle soluzioni SaaS (Software as a Service, ndr).
Apogy nasce come evoluzione diretta di Modaris, ModarisPGS e Gerber AccuMark, i software di modellistica digitale diventati negli anni standard di riferimento globale per l’industria della moda. Se quelle soluzioni avevano digitalizzato il cartamodello, Apogy punta più in alto: mira a riorganizzare l’intero flusso di lavoro dello sviluppo prodotto, dall’intento creativo iniziale fino al prototipo pronto per l’industrializzazione, integrando dati, processi e tutti gli stakeholder coinvolti – designer, modellisti, tecnici di confezione, addetti al sourcing, grafici – in un unico ambiente cloud basato su intelligenza artificiale agentica. “Con Apogy lanciamo la prima e unica soluzione progettata per riunire tutti gli stakeholder, i dati e i processi che danno forma a un prodotto”, ha commentato a Pambianconews Maximilien Abadie, deputy CEO di Lectra. “Eliminando i silos e rendendo più fluide le interazioni nell’intero ecosistema, consentiamo alle aziende della moda di sviluppare più rapidamente prodotti desiderabili, realizzabili e in linea con la domanda dei consumatori”.
Uno dei fili conduttori del confronto tra il management e la stampa è stato il rapporto tra Apogy e la sostenibilità. “Se riusciamo a ridurre il numero di iterazioni necessarie, si riesce anche a integrare la capacità di modificare il modello e vedere subito il risultato in termini di consumo di materiale, quello che chiamiamo ‘eco-consumo’”, ha spiegato Matthieu Griziaux, vice president business development fashion di Lectra. “Grazie ad Apogy si può iniziare a fare eco-design, perché oggi ciò che manca di più ai clienti è il tempo per sviluppare soluzioni eco-sostenibili”. A questo si aggiunge la possibilità di generare rendering fotorealistici prima ancora di realizzare un prototipo fisico, utili sia a testare il gradimento del mercato sia a velocizzare le approvazioni interne. “Gran parte dell’impatto in termini di CO2 è determinato dalle decisioni prese nella fase di sviluppo prodotto – ha precisato Griziaux -. È lì che un’azienda può intervenire e agire, perché una volta presa la decisione è troppo tardi: le aziende manifatturiere non possono più cambiare nulla senza mettere a rischio la qualità del capo”.
Sul piano dei numeri, Lectra ha fornito una prima stima dell’impatto di Apogy sulla produttività, precisando che varia in base al modello di business del cliente. “Per i marchi del lusso, con l’idea di esclusività e artigianalità, possiamo aumentare la produttività, ma c’è un vincolo: non si vuole immettere sul mercato troppi modelli nuovi. Qui abbiamo testato e misurato un aumento di produttività del 30%”, ha asserito Abadie. Per i marchi che lavorano con cicli di collezione più rapidi, l’obiettivo dichiarato è invece “moltiplicare per un fattore da due a tre il numero di prodotti sviluppati”, grazie agli strumenti di design generativo. “Moltiplicare per due o tre il numero potenziale di modelli sviluppati è una situazione che cambia le regole del gioco, perché significa che non c’è più bisogno di sviluppare e poi approvvigionare grandi volumi”, ha proseguito il manager. “Si può dire: voglio proporre molti più modelli al consumatore e produrne di meno – il che è un bene per il Pianeta, perché significa meno invenduto, meno svendite, meno periodi di saldi, quindi più profitto”.
Alla domanda su un possibile conflitto tra la velocità promessa da Apogy e l’artigianalità che da sempre caratterizza la moda, Griziaux ha risposto capovolgendo la prospettiva: “È esattamente l’opposto. Quando si parla di design o di moda, si parla di creatività: non si tratta di rifare un prodotto già sviluppato e diventato iconico per il proprio brand, quello lo si padroneggia già. Usando questo tipo di soluzione ci si può concentrare su ciò che conta davvero, cioè la creatività”. È un punto su cui il deputy CEO è tornato più volte, respingendo l’idea che gli agenti possano sostituire l’apporto umano: “Non crediamo in soluzioni a scatola chiusa. Volevamo qualcosa che si potesse comprendere”, ha detto, ricorrendo a una metafora automobilistica: “È come il cambio manuale e il cambio automatico: in ogni momento puoi riprendere il controllo e guidare come al solito, oppure usare l’accelerazione automatica. I clienti adotteranno l’automazione con i propri tempi”. Da qui la scelta di un’adozione progressiva: “Lavoriamo prima su un certo numero di compiti, poi li estendiamo a un intero flusso di lavoro, e infine si arriva al processo completo. Non è l’agente contro l’uomo, è la combinazione dei due. Un agente è come un nuovo dipendente: è bravo in certe competenze, ma non conosce il contesto, il consumatore, la strategia. Bisogna insegnarglielo”.
E ancora, un passaggio nevralgico è stato quello sulla complessità linguistica e organizzativa della filiera moda. “La prima cosa riguarda il vocabolario”, ha spiegato Griziaux. “Bisogna costruire una tassonomia comprensibile in un contesto multiculturale su scala mondiale”. Dietro ogni capo, ha aggiunto, si nasconde una filiera che il consumatore finale non vede, fatta anche di plurime aziende diverse — il fornitore del tessuto, chi si occupa dei colori o della stampa, chi taglia, chi cuce — che non sempre parlano la stessa lingua. Su questo terreno si inserisce Match Finder, lo strumento che digitalizza e rende ricercabile il patrimonio storico di modelli, tessuti e colori di un brand. “È qualcosa di davvero importante, uno strumento incredibile”, ha commentato sempre Griziaux. “Per i clienti è un’ottima soluzione, perché siamo riusciti a recuperare tutto il loro patrimonio di dati legacy”. Il lavoro di digitalizzazione, ha però precisato, resta tutt’altro che semplice: “È totalmente manuale, non è un progetto standard: va affrontato caso per caso”. Il risultato è trasformare in patrimonio aziendale condiviso una conoscenza che prima restava affidata alla memoria dei singoli. Sulla stessa linea si colloca il fronte della tracciabilità di filiera, tema sempre più centrale in vista degli obblighi europei sul passaporto digitale di prodotto (Dpp): “Se si prendono tutti i punti dati richiesti dal Dpp, l’80% di quei dati risiede già nella nostra soluzione. Il lavoro è già fatto”, ha aggiunto Abadie, riferendosi alla scadenza normativa fissata al 100% entro novembre.
Durante l’evento stampa sono state presentate anche le prime testimonianze di clienti, a conferma di come questo lavoro sul patrimonio storico dei brand si traduca in pratica. David Towell, senior manager di O’Neills – marchio sportswear irlandese molto noto nel Regno Unito e in Irlanda – ha dichiarato: “Per la prima volta nella nostra storia, tutti i nostri team utilizzano una sola soluzione. Questa armonizzazione elimina gli errori legati al trasferimento dei dati, aumenta la trasparenza e oggi ci consente di accelerare le operation, migliorare la produttività e sostenere efficacemente la crescita”. Riccardo Romani, operations director di Oniverse – il player internazionale che comprende, tra gli altri, Calzedonia, Intimissimi e Tezenis – ha invece posto l’accento sull’attrattività della piattaforma per le nuove generazioni di professionisti: “Le nuove generazioni si aspettano di lavorare con strumenti all’avanguardia. Dotando i nostri team di Apogy, di una soluzione progettata nativamente per l’era dell’AI e provvista di funzionalità avanzate, rafforziamo la nostra capacità di attrarre, sviluppare e fidelizzare la nuova generazione di talenti nell’ambito dello sviluppo prodotto e, in particolare, della modellistica all’interno del gruppo”.
In ultima battuta, interrogato sul futuro della piattaforma, Abadie ha rivendicato anzitutto una discontinuità rispetto all’approccio storico di Lectra: “Con il CAD dicevamo: digitalizziamo il modello. Con Apogy diciamo: guardiamo all’intero flusso di lavoro, dall’intento creativo fino al prototipo. Non stiamo costruendo una cassetta degli attrezzi: stiamo costruendo agenti capaci di portare a termine i compiti in modo progressivo, sfruttando i dati di tutta l’azienda”. Un percorso, ha precisato, che considera ancora ai primi passi: “Oggi stiamo già lanciando questa visione con i primi agenti — sono solo i primissimi. Più cresciamo, più raccogliamo feedback, più capacità agentiche riusciremo a offrire”. Il deputy CEO ha collegato questa evoluzione a una tendenza più ampia del settore verso il co-sviluppo tra brand e subfornitori sulla stessa base dati: “Sempre più clienti oggi vogliono parlare con la nostra soluzione Plm (Product Lifecycle Management, ndr) in ottica di co-sviluppo, perché a volte le attività sono in parte del subfornitore, in parte del brand. Apogy risponde proprio a questa esigenza che è chiaramente anche tendenza del settore: diamo un luogo dove poter sviluppare insieme”, ha concluso.
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