L’equazione di Michele De Lucchi: «Siamo l’animale più insostenibile della Terra. Per questo l’architettura conta»

Abita ad Angera, sulle rive del Lago Maggiore, da 36 anni. E quella distesa d’acqua calma e riflessiva — come lui stesso la descrive — ha probabilmente nutrito, nell’inconscio, il pensiero di uno degli architetti e designer più influenti del panorama italiano e internazionale. Michele De Lucchi ha ricevuto ieri sera, a Villa Panza, la targa d’onore dell’Ordine degli Architetti di Varese, il più prestigioso riconoscimento che il territorio dove ha scelto di vivere e far crescere la sua famiglia potesse esprimergli.
La serata è culminata in una lectio magistralis a Villa Panza, intitolata The Equation, in cui De Lucchi ha presentato la sua formula personale sull’architettura contemporanea: un’installazione ambientale moltiplicata per il bisogno degli uomini.
Il percorso di De Lucchi si intreccia con uno dei movimenti più dirompenti degli anni Ottanta: Memphis, il collettivo fondato a Milano con Ettore Sottsass nel 1981, quando il designer aveva meno di trent’anni. «Ero giovanissimo, non avevo ancora trent’anni quando abbiamo fondato Memphis con Sottsass. Stavo incominciando a guardarmi attorno e ho capito che il mondo andava interpretato prima ancora di pretendere di contribuire».
Dall’esperienza di Memphis: «Ho capito che la trasgressione è importante — Spiega De Lucchi – una piccola trasgressione, gentile, controllata che ti permette di vedere le cose da un punto di vista diverso. Molte volte non vediamo le cose non perché siamo ciechi, ma perché le abbiamo troppo vicine al naso, ci siamo troppo abituati. Rompendo questa consuetudine si arriva a vedere quello che altrimenti non vedremmo. Memphis mi ha insegnato a guardare con un aspetto più ottimista, felice, colorato, e che tutto può essere messo in discussione se vogliamo guardare al futuro in maniera più positiva».
In quello stesso anno, entrò come consulente in Olivetti, allora simbolo per eccellenza del made in Italy nel mondo. «Ho avuto la fortuna di vivere contemporaneamente nel mondo più convenzionale e nel mondo contro il mondo convenzionale», racconta. Un doppio binario che ha segnato tutto il suo approccio professionale, ancora oggi difficile da etichettare: architetto, designer, artista, scrittore. Una fluidità che lui rivendica con convinzione come vantaggio, soprattutto in un’epoca di trasformazione continua, una dicotomia ancora irrisolta «Che mi affligge ancora, perché continuano a chiedermi se è possibile che alla mia età non sia ancora capace di decidere – spiega sorridendo – Subito dopo però mi rispondo: no, dai, meglio così. Meglio poter mescolare le carte, vedere le cose un po’ più dall’alto, lasciarsi libero di esprimersi in tutte le discipline possibili, soprattutto in un’epoca in cui tutto è in trasformazione continua».
La lectio di ieri sera da una provocazione filosofica: l’essere umano è l’animale più insostenibile del pianeta. Non soltanto perché consuma e distrugge, ma perché la natura non gli basta. Vuole dominarla, ordinarla, e soprattutto chiedersi chi l’ha creata — qualcosa che nessun altro animale fa. Da questa insostenibilità, però, De Lucchi non ricava pessimismo, ma responsabilità: quella di costruire spazi capaci di rispettare sia la fragilità umana sia la sua capacità di immaginare un futuro migliore.
«Qualche anno fa sono andato a insegnare ad Harvard e mi sembrava che arrivarci senza portare qualcosa di speciale non fosse all’altezza. Così ho inventato un’equazione: l’architettura è un’installazione ambientale moltiplicata per il bisogno degli uomini – spiega – Il punto di partenza è questo: noi siamo l’animale più insostenibile della Terra. Consumiamo di più, distruggiamo di più, rendiamo più inabitabile il pianeta con i nostri desideri. Ma siamo insostenibili anche perché la natura non ci basta. Vogliamo dominarla, controllarla, fare i giardini con l’erba tagliata perfettamente. E soprattutto vogliamo sapere chi ha inventato la natura, cosa che nessun altro animale si chiede. Questo mi ha fatto pensare che i nostri bisogni sono fondamentali e importanti. Abbiamo bisogno di rispettare non solo noi come esseri insostenibili, ma anche noi come esseri capaci di pensare, di essere responsabili, di immaginare un futuro migliore».
Ricevere una targa d’onore nella propria provincia ha un’importanza anche affettiva: «È la mia provincia, la zona dove abito da 36 anni – sottolinea – Siamo venuti qui perché cominciavano ad arrivare i bambini e volevamo un ambiente più naturale, più solare. Abbiamo trovato casa ad Angera e da allora non me ne sono più andato».
Anche perch, alla domanda “Il Lago Maggiore influenza il suo lavoro?” De Lucchi risponde: «Non posso dirlo in senso cosciente e razionale, non riesco a elencare le volte in cui il lago mi ha ispirato. Ma sicuramente, inconsciamente, mi ha influenzato molto. Il lago è un’acqua speciale: è calma, è riflessiva, crea un paesaggio sempre articolato, sempre bello».
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