L’Europa parla di autonomia digitale ma continua a perdere tempo strategico

Ho seguito con grande interesse i lavori della World Tech Conference di Milano, ospitata all’Allianz MiCo, e in particolare il confronto dedicato all’intelligenza artificiale, alle tecnologie quantistiche, alle infrastrutture digitali, al cloud e alla sicurezza digitale. Tre giornate intense, ben organizzate, nate con un’ambizione importante: mettere in relazione ricerca scientifica, istituzioni, grandi imprese e protagonisti internazionali attorno a tecnologie, usi e best practice di ambienti fino a ieri considerati mondi separati – intelligenza artificiale, quantum computing, energia, fisica, blockchain e deep tech – che oggi stanno convergendo e modificando insieme l’economia, il lavoro e la società. Il messaggio più importante emerso, tuttavia, non riguarda la tecnologia: riguarda il tempo. E, aggiungo, la nostra crescente difficoltà, in Europa, di comprenderci e decidere insieme.
La velocità dell’innovazione e quella delle decisioni politiche, regolatorie e industriali seguono ormai ritmi incompatibili. Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, lo ha espresso senza perifrasi: «Non c’è più tempo per analizzare, dobbiamo prendere delle decisioni». È, a mio avviso, la frase che meglio riassume la conferenza. Non perché discutere e analizzare sia diventato inutile, ma perché l’analisi e il confronto che non conducono a decisioni concrete rischiano di trasformarsi in una forma elegante di immobilismo.
D’altronde, il risveglio strategico europeo ha preso immediata concretezza dopo la decisione dell’amministrazione di Donald Trump di sottoporre a restrizioni di export controllato l’accesso straniero ai modelli di frontiera di Anthropic, Fable 5 e Mythos 5. La successiva riapertura selettiva a soggetti considerati trusted non ha cancellato il problema, ma lo ha reso ancora più evidente: l’accesso ai modelli più avanzati di intelligenza artificiale non dipende più soltanto dal mercato, ma da scelte politiche, criteri di sicurezza nazionale e rapporti di fiducia tra alleati.
L’Europa conosce da tempo le proprie fragilità, ma non è ancora riuscita a tradurre pienamente questa consapevolezza in capacità industriale, investimenti, infrastrutture e imprese capaci di competere su scala globale. Per dirla senza diplomazia, «molti buoi sono già scappati dalla stalla». Nel 2025, Alphabet (Google) ha speso oltre 61 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo: una cifra superiore al doppio dell’intera spesa italiana annua in R&S, che, secondo l’Istat, nel 2023 era pari a 29,4 miliardi di euro. Microsoft e Apple dispongono anch’esse di capacità finanziarie e tecnologiche paragonabili a quelle di molti Stati. Nvidia, divenuta il simbolo delle infrastrutture di calcolo necessarie all’intelligenza artificiale, ha raggiunto una capitalizzazione assai vicina al doppio del prodotto interno lordo nominale dell’Italia.
Non è soltanto un confronto fra aziende e nazioni. È la rappresentazione di uno spostamento del potere, non solo tecnologico. Poche imprese dispongono ormai di capitali, dati, talenti, capacità di calcolo e velocità di sperimentazione superiori a quelle di tantissimi singoli Paesi. E possono permettersi di sbagliare senza per questo finire in Chapter 11.
In questo scenario, anche il tempo è diventato un’infrastruttura competitiva. Non competono soltanto brevetti, ricercatori e investimenti. Compete la capacità di assumere una decisione quando essa può ancora produrre effetti e di disporre di un ecosistema – capitali, talenti, imprese – capace di trasformarla rapidamente in applicazioni e prodotti a valore.
Le imprese tecnologiche più avanzate sperimentano, misurano, correggono e rilasciano nuove soluzioni attraverso cicli brevi. Non attendono di possedere tutte le risposte prima di agire: costruiscono le risposte mentre operano, con relativi rischi. Famosa la frase in un documento di Anthropic dell’ottobre 2022: «stiamo, in un certo senso, costruendo un aereo mentre sta decollando». L’Europa segue il percorso opposto. Analizza, consulta, regolamenta e infine prova a realizzare. Quando il processo arriva a compimento, il mercato, la tecnologia e talvolta persino il problema iniziale sono già cambiati. Non si tratta di scegliere la velocità al posto della riflessione: decidere rapidamente non significa decidere superficialmente. Significa costruire organizzazioni capaci di pensare e agire contemporaneamente, accettando che, nell’innovazione, non sia possibile eliminare del tutto l’incertezza.
Il ritardo, inoltre, non dipende soltanto dalle procedure. Dipende dalla distanza che separa persone, conoscenze, capitali e imprese. Un recente articolo del Financial Times sulla cosiddetta DeepMind mafia mostra bene che cosa significhi densità. DeepMind, nata a Londra e poi acquisita da Google, non ha prodotto solo tecnologia: ha generato ricercatori, fondatori, investitori, laboratori e nuove imprese, contribuendo a trasformare King’s Cross in uno dei poli mondiali dell’intelligenza artificiale.
La velocità competitiva nasce anche da questa densità. Non è solo una questione di fondi disponibili, ma di prossimità tra persone che parlano la stessa lingua dell’innovazione: ricercatori, imprenditori, investitori, università, grandi imprese. Dove queste relazioni sono frequenti, fiduciarie e informali, la distanza tra una scoperta e la sua applicazione si accorcia. Dove invece ogni passaggio richiede traduzioni, autorizzazioni, mediazioni e attese, anche il talento migliore finisce per perdere energia.
Persino il fallimento non disperde necessariamente il valore accumulato, perché competenze ed esperienze vengono trasferite a nuove iniziative. Il Regno Unito, non a caso, ha affiancato a questa densità anche uno strumento pubblico dedicato: il fondo Sovereign AI Fund, con una dotazione di 500 milioni di sterline, investimenti da 1 a 20 milioni per startup nazionali, accesso a capacità di calcolo e strumenti per attrarre talenti internazionali.
Il Financial Times pone anche una domanda di non poco conto: il Regno Unito sta costruendo una propria capacità tecnologica o rischia di diventare un’avanzata filiale dell’ecosistema statunitense? È lo stesso interrogativo che si pone l’Europa. Ma la sovranità tecnologica non può significare produrre tutto entro i propri confini, né rinunciare alle collaborazioni internazionali. Sarebbe un’illusione autarchica. Significa invece possedere competenze sufficienti per comprendere ciò che acquistiamo, alternative per poter scegliere e capacità industriali per non essere soltanto utilizzatori delle innovazioni altrui.
È il caso, assai discusso, delle infrastrutture che raccolgono i dati, dei data center, degli algoritmi che li interpretano e della potenza di calcolo che li trasforma in decisioni. Il cloud non è più solo un magazzino esterno nel quale depositare informazioni, ma è il sistema nervoso dell’economia contemporanea: ospita, oltre ai dati, applicazioni, processi produttivi e strumenti di intelligenza artificiale attraverso i quali vengono formulate previsioni e assunte decisioni.
Intelligenza artificiale e calcolo quantistico stanno inoltre cambiando le regole della sicurezza. Il calcolo quantistico promette di affrontare problemi oggi irrisolvibili, ma potrebbe rendere vulnerabili molti degli attuali sistemi crittografici. Il quadro emerso è assai chiaro: abbiamo bisogno degli Stati Uniti, ma, al contempo, dobbiamo, se ancora in tempo, darci una mossa come Europa! In Italia, peraltro, convivono poche grandi aziende, un esercito di piccole e medie imprese, università, centri di ricerca e startup. Possediamo competenze ed eccellenze, ma questi mondi non dialogano e troppo raramente riescono a trasformare conoscenze disperse in valore condiviso.
Una seria riflessione in questa direzione andrebbe fatta anche sul ruolo potenziale delle nostre più grandi società a controllo pubblico, che potrebbero svolgere ruoli da piattaforme di domanda qualificata, sperimentazione e trasferimento tecnologico verso Pmi, università e startup, anche sfruttando il procurement strategico, procurement for innovation. Ci siamo a lungo cullati nella parola resilienza. Ma resistere non basta. Una resilienza che si limita a ricostruire ciò che esisteva prima di una crisi ci riporta alle fragilità di partenza. Dobbiamo invece maturare una trasformazione socio-culturale, puntando alla collaborazione e alla creazione di nuovo valore per le aziende e per la comunità.
Non possiamo pensare che la sovranità tecnologica venga costruita esclusivamente ai tavoli di Bruxelles o attraverso qualche grande programma pubblico. Sono necessarie filiere industriali, ricerca, formazione, capitali pazienti, domanda pubblica qualificata e soprattutto ecosistemi, densità, nei quali il talento possa diventare innovazione e originare altra innovazione, e così via, e dove tutti gli attori – investitori, ricercatori, imprese innovative e grandi imprese – dialogano, si comprendono e operano con l’adeguata velocità.
Dobbiamo anche approcciare una nuova cultura della decisione: meno tavoli permanenti e più sperimentazioni circoscritte; meno programmi indistinti e più obiettivi verificabili; meno frammentazione delle responsabilità e maggiore chiarezza su chi decide, entro quanto tempo e con quali risultati, in un’arena dove collaborare e contaminare sono le due parole d’ordine. Il tempo dei manifesti e dei tavoli programmatici è terminato. La sovranità tecnologica europea e italiana si gioca qui: nell’unire l’autonomia strategica invocata dalle istituzioni alla velocità di esecuzione richiesta dall’industria, facendo della collaborazione un vero asset competitivo.
Il tempo non è una variabile indipendente. La sovranità tecnologica è anche sovranità sul tempo: capacità di decidere e fare prima che le alternative siano state scelte e realizzate da altri. Densità, tempo, collaborazione: sono queste, forse, le tre parole chiave emerse dalla World Tech Conference di Milano. Ma servono anche umiltà strategica e consapevolezza del nostro potenziale.
È vero: il valore di Nvidia ci ricorda brutalmente la scala della sfida. Ma il problema italiano non è la mancanza di talento. Nel secolo scorso l’Italia ha prodotto invenzioni, imprese e intuizioni capaci di cambiare il mondo. La domanda è se oggi siamo ancora capaci di creare le condizioni perché quel talento non resti isolato, disperso o costretto a realizzarsi altrove.
L'articolo L’Europa parla di autonomia digitale ma continua a perdere tempo strategico proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)