Senza mercato dei capitali, l’Europa continuerà a regalare innovazione agli Stati Uniti

Il 26 giugno 2026, l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha pubblicato una nota che prova a chiudere una disputa tra giganti. Da un lato, Paul Krugman, premio Nobel, secondo cui l’Europa non è affatto cresciuta meno degli Stati Uniti, e dunque il Rapporto Draghi poggerebbe su basi fragili. Dall’altro, Philippe Aghion, anch’egli premio Nobel, secondo cui il continente ha perso terreno in modo netto. La nota dà ragione ad Aghion, ma per una via che conta più della conclusione: mostra che tutto dipende da come si misura. Confrontando i redditi a parità di potere d’acquisto, sembra che l’Europa tenga il passo, ma quella misura serve a fotografare i paesi in un istante, non a seguirli nel tempo.
A prezzi costanti – la metrica corretta per i confronti temporali, quella su cui si fondano i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta –, negli ultimi 25 anni, il prodotto americano è cresciuto del 76 per cento, quello dell’Eurozona del 39 per cento. Il reddito pro capite americano è salito del 44 per cento, quello europeo del 27 per cento. Il divario è reale. Ma fermarsi qui significa restare prigionieri della domanda sbagliata. Il punto non è di quanti punti percentuali l’Europa sia rimasta indietro. Il punto è una frase del Rapporto Draghi che nessun deflatore può riscrivere: non esiste una sola impresa europea nata dal nulla negli ultimi 50 anni che valga più di 100 miliardi di euro.
Nello stesso mezzo secolo, tutte e sei le imprese americane che superano i 1.000 miliardi sono state create. Da zero. Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet e Meta non esistevano, e oggi ciascuna di esse vale più dell’intera Borsa di Milano. Solo quattro delle prime 50 aziende tecnologiche al mondo sono europee. Il problema dell’Europa non è la velocità con cui cresce ciò che ha già. È l’incapacità di generare ciò che non ha ancora. Non è una questione di contabilità: è una questione di dinamismo.
Non è povertà di idee. L’Europa è piena di ricercatori, di brevetti, di talento. Quello che le manca è la catena che trasforma una ricerca in un’impresa e un’impresa in un gigante. Il capitale di rischio europeo è cinque volte più piccolo di quello americano a ogni stadio di finanziamento. Le imprese europee investono in ricerca e innovazione 270 miliardi in meno delle americane. E così, chi ha un’idea valida fa l’unica cosa razionale: la porta dove c’è il capitale. Tra il 2008 e il 2021, quasi il 30 per cento degli unicorni nati in Europa – le start-up arrivate a valere più di 1 miliardo – ha spostato la sede all’estero, quasi sempre negli Stati Uniti. Non emigrano i falliti: emigrano i migliori.
Il prezzo lo paga la ricercatrice di 30 anni che ha fatto un dottorato brillante in un’università italiana, pagato con denaro pubblico, e che, per fare quello che ha studiato a fare, prende un volo per Boston o per Monaco di Baviera, portando con sé il valore che il suo paese aveva investito nel formarla. Lo paga il fondatore che in Europa trova i primi finanziamenti, ma non i secondi, e, a un certo punto, deve scegliere se restare piccolo o cambiare continente. Lo paga il risparmiatore europeo, il cui fondo pensione non possiede una sola delle imprese che stanno definendo il secolo, perché quelle imprese sono altrove. Lo paga, alla fine, chiunque viva in un continente che produce la conoscenza e ne lascia raccogliere altrove i frutti.
La finestra non è illimitata. Il Rapporto Draghi ha indicato la cifra del salto, 800 miliardi l’anno, e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta riscrivendo proprio ora la gerarchia delle imprese che conteranno nel prossimo decennio. Chi accumula adesso dati, modelli, capitale e talento detterà le regole di domani. Aspettare significa scegliere: scegliere che il prossimo gigante non nasca qui, che il prossimo ricercatore parta, che il prossimo unicorno cambi bandiera. Significa scegliere chi pagherà, non i decisori di oggi, ma i quarantenni di domani, in un continente che avrà esportato il proprio futuro.
È qui che ogni cosa si tiene insieme. Non si genera un’impresa innovativa senza una ricerca eccellente, e non c’è ricerca eccellente senza una scuola che produca competenze. Non si trattiene un’impresa che cresce senza un mercato dei capitali che la finanzi fino in fondo, e non si finanzia l’innovazione senza un’Europa capace di agire come un solo mercato e non come 27. Non si chiede a un giovane di rischiare senza un welfare che lo sostenga, se il rischio non paga. Ricerca, scuola, capitale, impresa, lavoro, welfare, sovranità: nessuno di questi nodi regge da solo. Tutto si tiene, o niente regge.
La via non è il protezionismo che difende i campioni di ieri, né l’illusione che basti spendere. È costruire l’ecosistema che l’America ha e l’Europa no: un mercato unico vero, un’unione dei capitali che faccia incontrare il risparmio europeo con l’impresa europea, una ricerca finanziata su orizzonti lunghi, una politica industriale che premi chi innova e non chi si limita a resistere. Sono riforme che hanno senso solo se fatte insieme, e solo alla scala del continente.
L’Europa non ha smesso di avere idee. Ha smesso di trasformarle in imprese. E un continente che esporta i suoi talenti e importa i suoi giganti non è in declino per destino: lo è per scelta. Ed essendo una scelta, può ancora essere disdetta.
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