L’impresa dei Granatieri: la prima volta leggendaria di Haiti ai Mondiali del 1974
Haiti torna ai Mondiali nel 2026: il racconto della storica partecipazione nel 1974 e la partita con l'Italia
C'è un filo sottile, teso attraverso l'oceano del tempo, che unisce l’edizione dei Mondiali in Germania Ovest del 1974 a quella in Nord America del 2026. È un filo colorato di rosso e di blu, i colori di una nazione che ha fatto della resilienza la propria bandiera. Haiti, la perla dei Caraibi, la terra delle contraddizioni e delle rivoluzioni, torna a calcare il palcoscenico più prestigioso del calcio mondiale 52 anni dopo la prima storica e irripetibile apparizione.
I Grenadiers hanno staccato il biglietto per la Coppa del Mondo 2026 superando con successo due turni delle qualificazioni CONCACAF impegnativi, e per giunta giocando in trasferta le loro partite interne, vista la situazione di caos e violenza che caratterizza il Paese caraibico.
Dopo il 2° posto dietro Curaçao nel Gruppo C della seconda fase, hanno dominato nella terza fase il Gruppo C. Sotto la guida del tecnico francese Sébastien Migné, la squadra haitiana ha superato ostacoli e avversari, mettendosi alle spalle nazioni ben più blasonate come Honduras e Costa Rica.
Ora, nel girone C del Mondiale, la attendono sfide titaniche contro la Scozia, il Marocco e il Brasile. Ma per un popolo che ha imparato a sopravvivere a terremoti, dittature e povertà, nessuna montagna è troppo alta da scalare.
LA QUALIFICAZIONE CON UN CT. ITALIANO
Per comprendere appieno il peso specifico della qualificazione ai Mondiali 2026, bisogna riavvolgere il nastro del tempo e tornare a un'epoca in cui il calcio era ancora un romanzo popolare, scritto con l'inchiostro dell'imprevedibilità, e tornare ai primi anni Settanta, quando Haiti è stretta nella morsa della dittatura dei Duvalier.
François "Papa Doc" ha lasciato il potere al figlio Jean-Claude, "Baby Doc", un giovane che vede nel calcio uno strumento di propaganda formidabile per il regime. Haiti riesce a ottenere l’assegnazione sul proprio territorio, ed esattamente nella capitale Port-au-Prince, della fase finale del Campionato CONCACAF, che vale anche da torneo di qualificazione ai Mondiali ‘74. A quel punto manca un ultimo tassello: un Commissario tecnico in grado di condurre la Nazionale locale all’impresa.
In questo clima di terrore e di speranza prende forma il miracolo sportivo più incredibile della storia caraibica. E, curiosamente, l'artefice di quel miracolo parlerà italiano. Ettore Trevisan, triestino classe 1929, era un allenatore giramondo. Dopo aver giocato in Italia e in Francia, e aver allenato in Grecia e per un breve periodo il Bastia in Corsica, si ritrova catapultato ad Haiti nel 1973, quasi per caso, contattato da un emissario della Farnesina. "Non sapevo nemmeno benissimo dove fosse Haiti”, confesserà anni dopo in un'intervista del 1986.
Ma come c’è finito sull’isola caraibica? Viene inviato a guidare la Nazionale locale su consiglio del presidente federale Artemio Franchi e del Ct azzurro Ferruccio Valcareggi, che aveva nel suo staff il fratello Guglielmo, e decide di accettare la sfida. Sul suo passaporto il ministero degli Esteri italiani fa scrivere: “Trevisan Ettore, nato a Trieste il 23 marzo 1929, consigliere speciale della Nazionale di calcio”.
Quando arriva nell’isola di Haiti si trova di fronte a una squadra di dilettanti: camerieri, impiegati, operai dell'azienda elettrica. Ragazzi che guadagnano cinque dollari al giorno, ma che hanno un talento naturale per il gioco del calcio.
“Sono qua - racconterà in una storica intervista telefonica transoceanica il 7 gennaio 1974 al giornalista Vittorio Zucconi per il quotidiano ‘La Stampa’ - perché quattro mesi fa la federazione di Haiti ha chiesto al centro tecnico di Coverciano un allenatore. Qui ho trovato ragazzi denutriti, che vivevano in baracche miserabili, che non sapevano che cosa volesse dire allenarsi e disporsi in campo secondo un ordine qualsiasi. Credevano di dover perdere per forza contro le squadre di uomini bianchi, o magari di vincere, ma grazie ai riti vudù”.
“Allora ho detto loro: ‘Ma guardate Cassius Clay, che è nero e le suona a tutti’. E allora per vincere, altro che magia: bistecche, esercizi fisici, buone dormite in stanze d'albergo pulite e un poco d'ordine in campo’.
Trevisan cerca di insegnare ai suoi ragazzi uno stile di vita sano, lavora sulla tattica, insegna loro a difendere e a colpire di testa, trasformando un gruppo di talenti grezzi in una vera e propria squadra. Il regime per lavorare al meglio gli mette a disposizione una villa con giardino tutto noci di cocco e mango, poi subito al lavoro con giocatori che in quel momento sono poco più che bravi dilettanti.
Il capolavoro si compie nel dicembre del 1973, quando a Port-au-Prince si gioca la fase finale del Campionato CONCACAF. In casa Haiti sbaraglia la concorrenza, precedendo con 8 punti in un girone all’italiana il tandem composto da Trinidad e Tobago e dal favorito Messico, e conquista l'accesso ai Mondiali di Germania Ovest 1974.
La squadra di Trevisan ottiene quattro vittorie di fila (all’epoca si assegnavano 2 punti a vittoria) e una sconfitta finale indolore con El Tricolor. Due le partite decisive: la prima contro Trinidad e Tobago, il 4 dicembre, la seconda con il Guatemala nove giorni dopo.
Dopo un facile 3-0 sulle Antille Olandesi al debutto, la seconda partita con i Soca Warriors è subito un test determinante per testare le ambizioni di Haiti, che si impone 2-1. Il centravanti Emmanuel Sanon la sblocca al 9’, ma al 14’ pareggia Steve David. Poi però salgono in cattedra il guardalinee canadese James Higuet e l’arbitro salvadoregno José Roberto Henríquez, che annullano a Trinidad e Tobago ben 4 reti regolari. Nel finale il gol beffa di Saint-Vil regala 2 punti fondamentali ai Granatieri.
Ma l’incredibile deve ancora accadere: la Federazione di Trinidad e Tobago non invia un reclamo formale nei tempi stabiliti (entro 48 ore dalla fine del match), e nonostante la dura protesta successiva della Federazione messicana, che chiede l’annullamento del risultato e l’invalidazione del match, sostenendo che andava a falsare l’intero torneo, quest’ultima è respinta dalla Fifa e il risultato viene convalidato.
Successivamente, nel mese di gennaio del 1974, solo a seguito del clamore internazionale e delle denunce dei media, la Fifa deciderà di intervenire d'ufficio aprendo un'inchiesta formale sulla terna arbitrale. L'indagine appurerà la malafede del direttore di gara e del guardalinee canadese, che saranno squalificati a vita.
Le vicende extracampo, in ogni caso, non distraggono Trevisan e i suoi ragazzi, che, concentrati sull’obiettivo qualificazione, proseguono nel loro cammino trionfale battendo di misura il 7 dicembre anche l’Honduras con rete di Saint-Vil al 51’. La sfida con il Guatemala, il 13 dicembre 1973, è così di fatto già una finale per i Grenadiers, che con 2 punti possono già qualificarsi ai Mondiali.
Haiti non sbaglia la partita e si ripete, vincendo con un altro 2-1. A segnare la storica doppietta per i Granatieri e a è Emmanuel Sanon, l’uomo della provvidenza, in rete al 28’ e al 72’. Il centravanti ribalta il vantaggio iniziale del Guatemala e consegna sé stesso e la sua squadra alla leggenda. I Grenadiers a quota 8 punti sono ormai imprendibili, vincono il Campionato CONCACAF e, soprattutto, staccano il biglietto per la fase finale dei Mondiali in Germania Ovest. La sconfitta finale con il Messico (0-1) risulta di fatto indolore.
È un trionfo nazionale, un momento di estasi collettiva che fa dimenticare, per un attimo, persino le ombre dei Tonton Macoutes, la spietata milizia del regime.
“Abbiamo avuto un pizzico di fortuna, lo ammetto - dirà il Ct. Trevisan a ‘La Stampa’ nemmeno un mese dopo -. Quei ragazzi però avevano una buona tecnica di base e soprattutto un enorme desiderio di uscire dalla povertà in cui erano cresciuti”.
Ma l’euforia collettiva per la leggendaria impresa durerà poco. La gratitudine, si sa, in politica, è un sentimento effimero. Così a qualificazione ottenuta il regime decide che la vetrina mondiale doveva essere tutta haitiana e con una scusa banale caccia Trevisan, sostituito dal suo vice, Antoine Tassy. L'italiano che aveva costruito il miracolo è costretto a farsi da parte, assistendo da lontano al compimento della sua opera.
Galeotta sarebbe stata proprio l’intervista “scandalo” rilasciata a Vittorio Zucconi e al quotidiano ‘La Stampa’, con Trevisan reo, a giudizio del regime, di alcune dichiarazioni troppo leggere e gravi sul Paese caraibico e sulla condizione di povertà estrema in cui versava.
Alcune dichiarazioni forti dell’allenatore triestino, in particolare, vengono considerate inaccettabili dal regime militare.
“Quanto guadagna un cacciatore d'Haiti? Poveretti, i migliori prendono 120 mila Lire al mese e ne pagano 30-40 mila d'affitto per baracche che fanno schifo - dichiara il Ct. a ‘La Stampa’ -. Se lei (rivolgendosi a Zucconi, ndc) non sa cos'è la miseria, venga a dare un'occhiata, questi ragazzi giocano per dimenticare la povertà”.
E ancora:
“… […] Soprattutto ad Haiti certe cose non le puoi dire. Quella è una dittatura che cerca consenso portando la Nazionale al mondiale di calcio. Quelli hanno usato ogni trucco per rifarsi il trucco”.
In pochi notano che già per il sorteggio dei gironi del Mondiale Trevisan non c’è, sostituito da Tassy. Sta di fatto che cinque giorni dopo la sua intervista, pubblicata il 7 gennaio 1974, il Ct. italiano viene rimosso dalla panchina di Haiti. Il 20 febbraio, quando torna in Italia e sbarca all’aeroporto di Linate, a Milano, sua moglie Ada distribuisce dei foglietti contenenti delle dichiarazioni. Titolo: “Dichiarazioni di Ettore Trevisan al suo rientro in Italia”. Tra le righe si legge:
“Ho avuto il telefono inutilizzabile per giorni, era senz'altro controllato. Solo adesso mi sento libero e sicuro, direi in salvo. Ho passato giorni brutti. La polizia è venuta a casa. Una sera mi hanno accompagnato all'aeroporto con l’intenzione di espellermi. Avevano tra le mani La Stampa del 7 gennaio…”.
“C'era un'intervista nella quale mi facevano dire cose poco gradite su Haiti. Roba di baracche, sporcizia e povertà… Ma che problemi c'erano? Non tutti si possono raccontare”.
“A un certo punto però i dirigenti di pelle nera hanno cominciato a dire che il merito del successo era loro e non dei bianchi come me e il presidente della federazione, Jean Vordt. Ma lasciamo stare questi argomenti, erano solo gelosi di me. Ai mondiali Haiti potrà fare grandi cose? Loro lo credono, ma ora che non ci sono più io come faranno senza i miei consigli?”
LA STORICA PRIMA VOLTA: HAITI SPAVENTA L’ITALIA
Dopo l’imprevedibile cambio di guida tecnica, la spedizione haitiana in Germania Ovest sarà un misto di ingenuità, coraggio e tragedia. Inseriti in un girone di ferro, il Gruppo D con Italia, Polonia e Argentina, i Grenadiers vengono considerati la vittima sacrificale designata. Il 15 giugno 1974, all'Olympiastadion di Monaco di Baviera, Haiti fa il suo esordio assoluto contro l'Italia di Ferruccio Valcareggi, vicecampione del mondo in carica. Gli Azzurri sono i grandi favoriti, forti di una difesa imperforabile guidata da Dino Zoff, che non subisce gol da ben 1.096 minuti, un record mondiale.
Il primo tempo, però, si chiude sullo 0-0, grazie alle parate miracolose del portiere haitiano Henry Francillon, un felino tra i pali che strega gli attaccanti italiani. Ma è all'inizio della ripresa che la storia bussa ancora alla porta di Haiti. Al 46', il centrocampista Philippe Vorbe, uno dei pochi giocatori bianchi della squadra, elegante e con visione di gioco, lancia in profondità Emmanuel Sanon. “Manno”, l’uomo della provvidenza per i granatieri, colui che aveva portato la squadra ai Mondiali con la doppietta rifilata al Guatemala e uno dei due gol segnati a Trinidad e Tobago, era un attaccante veloce e potente, che guadagnava appena 200 dollari al mese giocando nel Don Bosco di Pétionville. Prima della sfida aveva predetto che avrebbe segnato, giudicando la difesa italiana "troppo lenta" per lui. E mantenne la promessa.
Sul lancio di Vorbe scatta sul filo del fuorigioco, brucia in velocità Luciano Spinosi, si presenta a tu per tu con Zoff, lo salta con una finta secca e deposita il pallone in rete. Per sei, interminabili minuti, Haiti resta in vantaggio sull'Italia. Il record di Zoff era andato in frantumi, spezzato dopo 1.142 minuti da un ragazzo venuto dai Caraibi. "Tutti si chiedevano chi avrebbe battuto Dino Zoff - dichiarerà Sanon dopo la partita, come riporta il Guardian -. I giornali parlavano di giocatori europei e sudamericani. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stato un haitiano. Questo mi ha un po' infastidito, perché io sapevo che avrei potuto riuscirci".
L'Italia, però, ferita nell'orgoglio, reagisce rabbiosamente. Rivera pareggia al 52’ con un tiro da fuori area, poi un tiro violento di Benetti è deviato nella propria porta da Auguste. Sul 2-1 Valcareggi al 69’ manda in campo Anastasi al posto di Chinaglia, che, sostituito, mentre abbandona il terreno di gioco, manda platealmente a quel paese il Commissario tecnico.
Dopo aver mancato a più riprese la rete della sicurezza, al 78’ è proprio Anastasi a firmare il punto del definitivo 3-1 per gli Azzurri. Ma quel gol di Sanon resterà per sempre scolpito nella leggenda. Sarà il punto più alto della storia calcistica di Haiti, un momento magico in cui la piccola isola caraibica ha fatto tremare i vicecampioni del Mondo dell’Italia.
IL TABELLINO
ITALIA-HAITI 3-1
RETI: 46’ Sanon (H), 52’ Rivera (I), 65’ aut. Auguste (I), 78’ Anastasi (I)
ITALIA: Zoff; Spinosi, Facchetti; Benetti, Morini, Burgnich; Mazzola, Capello, Chinaglia (69’ Anastasi), Rivera, Riva. Ct. Valcareggi
HAITI: Francillon; Bayonne, Jean Joseph; Antoine, Auguste, Nazaire; Desire, François, Sanon, Vorbe, Saint-Vil G. (46’ Barthelemy). Ct. Tassy
Arbitro: Vicedo (Venezuela)
Spettatori: 51.100 circa
DALLA FAVOLA AL BRUSCO RISVEGLIO
La bella favola di Haiti si trasforma presto in un incubo. Subito dopo la partita contro l'Italia, il difensore Ernst Jean-Joseph è sorteggiato per il controllo antidoping e risulta positivo alla fenmetrazina, uno stimolante vietato.
È il primo caso di doping rilevato dai controlli nella storia dei Mondiali. Jean-Joseph si difende sostenendo di aver preso delle pillole per l'asma, ma la giustificazione non regge. La reazione del regime di Duvalier è spietata. I Tonton Macoutes prelevano il giocatore dal ritiro della squadra, lo picchiano selvaggiamente e lo rispediscono ad Haiti, dove viene rinchiuso in un campo di prigionia.
La squadra, terrorizzata e sotto shock per la sorte del compagno, crolla nelle partite successive: Haiti perde 7-0 contro la Polonia e 4-1 l’ultima gara del girone contro l'Argentina, con il secondo gol di Sanon, l’unico a poter essere soddisfatto. Ma la spedizione in Germania Occidentale dei Granatieri si concludeva nel modo peggiore, con l’ultimo posto nel Gruppo D a zero punti, 2 soli gol fatti e ben 14 subiti.
GLI EROI DI GERMANIA OVEST 1974
Le storie dei protagonisti di quell'avventura prendono strade diverse dopo i Mondiali. Emmanuel Sanon, l'eroe di Monaco, si era guadagnato con le sue reti la vetrina internazionale e si trasferirà in Belgio, al Beerschot, dove vincerà anche una Coppa nazionale, per poi chiudere la carriera negli Stati Uniti. È scomparso nel 2008 per un tumore al pancreas, ma il suo nome è ancora oggi venerato ad Haiti.
Henry Francillon, il portiere volante, giocherà per un breve periodo in Germania, nel Monaco 1860, prima di trasferirsi in Canada e infine negli Stati Uniti.
Philippe Vorbe, il regista con grande visione di gioco, è diventato un rispettato commentatore sportivo nel suo Paese.
E Ernst Jean-Joseph? Sopravviverà alle torture del regime, tornerà a giocare a calcio e persino a vestire la maglia della Nazionale, portando per sempre su di sé i segni di quell'esperienza traumatica.
IL RITORNO AI MONDIALI 52 ANNI DOPO
Oggi, mentre Haiti si prepara a vivere il suo secondo Mondiale, i fantasmi del 1974 sembrano lontani, eppure sono più presenti che mai. I ragazzi di Sébastien Migné non sono più i dilettanti di Ettore Trevisan. Sono professionisti che giocano in Europa e in Nord America, come l'attaccante Frantzdy Pierrot o il difensore Ricardo Adé. Ma portano sulle spalle lo stesso peso, la stessa responsabilità: rappresentare un popolo che non ha mai smesso di lottare.
Quando i Grenadiers torneranno a calcare il palcoscenico mondiale nel Gruppo C, sfidando avversarie del calibro di Scozia o Brasile, porteranno con sé molto più di una maglia e di una bandiera. In campo correrà con loro ancora l'ombra elegante di Emmanuel "Manno" Sanon lanciato verso la porta di Dino Zoff; rivivranno i riflessi di Henri Francillon tra i pali e la classe di Philippe Vorbe nel cuore del gioco.
E, tra le pieghe di una memoria collettiva che il tempo non è riuscito a cancellare, ci sarà anche il volto di Ettore Trevisan, l'allenatore italiano che per primo insegnò a un'intera nazione che anche i sogni più audaci meritano di essere inseguiti. Perché il calcio, a volte, sa essere molto più di uno sport: un filo invisibile che lega epoche e generazioni diverse, restituisce dignità alle storie dimenticate e offre una seconda possibilità a ciò che sembrava perduto per sempre. Per Haiti, questa possibilità ha oggi il sapore di un nuovo inizio e di rinnovate speranze.
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