L’insegnamento della Grande Ignis: gruppo, famiglia, lavoro duro. E vittorie memorabili

Ci sono volute tutte le sedie disposte nel Salone Estense per contenere il pubblico arrivato a tributare l’ennesimo applauso a chi ha portato Varese sul tetto d’Europa, più e più e più volte. Con addosso una maglia gialla e una scritta che ha letteralmente fatto la storia: “Ignis”.
Davanti alla platea, un quintetto di quelli stratosferici – Aldo Ossola, Toto Bulgheroni, Marino Zanatta, Paolo Vittori, Dino Meneghin, più il presidente Guido Borghi – che ha risposto alla convocazione de “Il basket siamo noi” e di Marco Alfieri, l’autore de “Le sere dei miracoli”, il nuovo libro (BEE editore) dedicato alla straordinaria storia di una squadra di provincia (seppure con budget pressoché illimitato, quello messo a disposizione da Giovanni Borghi) capace di giocare per dieci volte consecutive la finale Coppa dei Campioni di basket. E di vincere metà di quelle partite elencate una dopo l’altra, nei capitoli che compongono il volume.
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Ascolta la puntata di “Luci a Masnago” di giovedì 7 maggio con ospite Marco Alfieri
Alfieri – classe ’73: visse alcune di quelle imprese da bambino – è stato introdotto dal giornalista Antonio Franzi e ha spiegato come quel viaggio si sia curiosamente concluso (anno 1979: Emerson sconfitta dal Bosna a Grenoble) nel momento in cui Umberto Bossi assimilava i principi del federalismo, dell’autonomia e di fatto gettava il seme di quella che è diventata la Lega Lombarda/Lega Nord. L’altra storia notevole espressa dal nostro territorio nel dopoguerra.
Ma questa è stata la sera di tante cose, non della politica. Tante cose belle, perché prima delle vittorie – che ci sono e che per dirla con Meneghin erano l’obiettivo finale – ci sono stati il gruppo, gli scherzi, soprattutto la famiglia: «Giocai la finale di Sarajevo nel ’70, la prima, ma poi tornai a Varese con i tifosi perché stava nascendo mio figlio – ricorda Aldo Ossola – poi tornai a Gorizia dove i miei compagni andarono direttamente per giocare in campionato, anche se avevamo già vinto lo scudetto. Vincemmo anche lì e poi, stanchissimi, andammo a vincere anche la Coppa Italia. Ma io ricordo un aneddoto a Sarajevo: eravamo in doccia con Dino e ci dicemmo: “Pensa un pochettino: ci divertiamo, giochiamo e ci danno anche i soldi!“».
Uno spirito che poi si è riflesso nei formidabili scherzi architettati dalla squadra, quelli che facevano infuriare un coach di granito come Aza Nikolic («Ho dovuto frenare per anni Zanatta, Ossola, Rusconi perché loro studiavano tutti gli scherzi strani da fare e poi mi dicevano “Dino, vai tu!”» ricorda Meneghin). Ma dietro a tutto ciò – è sempre Dino che parla – c’era anche un lavoro durissimo, perché senza quello nessuna vittoria sarebbe stata possibile. «Tutto nasceva dagli allenamenti. I nostri allenamenti erano molto duri, più duri quasi delle partite perché non c’erano gli arbitri e Aza non concedeva niente al caso». E forse quello è l‘insegnamento più moderno e utile fornito da quella squadra pazzesca.
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