L’Iran avverte l’Onu: se il cessate il fuoco è violato, le conseguenze saranno “catastrofiche”

Siamo ancora, purtroppo, assai lontani dall’approdare ad una soluzione diplomatica della complessa situazione venutasi a creare nello Stretto di Hormuz; situazione di cui si fa fatica a comprenderne i risvolti, che sempre più assomigliano al mitologico nodo gordiano, che non vorremmo venisse sciolto dai colpi di spada della guerra. Al Palazzo di Vetro di New York, l'inviato iraniano all'Onu – Amir Saeid Iravani – ha avvertito senza mezzi termini l’Assemblea sulla possibilità legata alla violazione del cessate il fuoco, ancora in atto, da parte degli Stati Uniti: potrebbe scatenare conseguenze “catastrofiche”. La retorica di Teheran assume toni più duri mentre le tensioni marittime e gli scontri a fuoco che avvengono quotidianamente continuano a ripetersi in tutta l’area dello Stretto di Hormuz.
I media della Repubblica Islamica dell’Iran e diverse testate della regione del Golfo Persico hanno riferito che l’ambasciatore Iravani non ha nascosto che le conseguenze provocate da ulteriori operazioni militari statunitensi potrebbero comportare serie ricadute anche ben oltre la stessa regione del Golfo.
Questa volta, sottolineiamo il fatto che l'avvertimento assume maggior valenza in quanto proviene direttamente dal canale ufficiale per antonomasia: l'Onu. Questa volta l’avvertimento perentorio dell’Iran non viene veicolato tramite messaggi politici interni o ma direttamente dal Palazzo di Vetro; ovviamente, va riconosciuto che questa posizione assunta dall’ambasciatore iraniano scherma Teheran attraverso una cornice diplomatica che rafforza l’ufficialità delle sue dichiarazioni, soprattutto nel momento in cui entrambe le parti belligeranti sembrano voler ancora lasciare aperta la porta al proseguimento dei negoziati.
Ricordiamo che le dichiarazioni di Iravani sono arrivate dopo le nuove accuse dell'Iran, mosse verso gli Stati Uniti, che avrebbero intenzionalmente violato il cessate il fuoco, colpendo navi e aree civili che si trovavano nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz; gli Usa, dal canto loro, sostengono che “i loro attacchi sono stati di mera rappresaglia”.
Naturalmente, fatti del genere fanno dubitare di quanto sia realmente solido il “cessate il fuoco” nonostante l’ostinata e ripetitiva affermazione del presidente Trump, che continua a dire: la tregua regge. Rimangono sempre meno le persone disposte a credergli. Il ripetersi degli scontri in mare e le versioni contrastanti diffuse dai media iraniani e americani, purtroppo, suggeriscono che la situazione nel Golfo resta altamente instabile e si fa molta fatica a ritenerla sicura.
Sappiamo bene che il rischio maggiore si concentra nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi obbligati marittimi più delicati ed importanti al mondo; gli incidenti di questi giorni, che hanno coinvolto petroliere battenti bandiera iraniana e i ripetuti interventi militari della U.S. Navy aumentano le possibilità che uno scontro, inizialmente previsto limitarsi ad una ristretta area regionale possa, invece, trasformarsi in una crisi ben più ampia.
Ritornando al termine adoperato dall’ambasciatore Iravani, “catastrofica”, non possiamo sottacere che pesi molto. L'avvertimento non sembrerebbe riguardare solo un'escalation militare bilaterale, ma potrebbe anche espandere le discendenti conseguenze in più ampie aree, minando la pace internazionale, la sicurezza delle rotte marittime e gli sforzi diplomatici, già piuttosto fragili, compiuti finora.
All'Onu, il quadro diplomatico resta ancora assai incerto; gli Stati Uniti spingono per l’adozione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza, che imponga all'Iran di fermare gli attacchi e di rendere noto ai naviganti le superfici di mare minate ma, ovviamente, questa misura incontrerebbe l'opposizione di Russia e Cina in quanto palesemente spostata sulle politiche degli Usa.
L’evidente sovrapposizione che si è determinata tra diplomazia e confronto militare diretto, purtroppo, costituisce il paradigma della crisi: gli avvertimenti diventano sempre più duri, gli scambi formali delle rispettive delegazioni all'Onu si inaspriscono e gli scontri a fuoco militari continuano a ripetersi. È lecito chiedersi se, in questa cornice in cui la guerra guerreggiata sembra prevalere, può avere ancora significato ricercare una via diplomatica per far riprendere i colloqui e le trattative. Il filo della speranza diventa sempre più sottile ed è per questo che le diplomazie di tutto il mondo devono accanirsi per renderlo più robusto e arrivare ad una rapida soluzione della crisi di Hormuz, che è poi la crisi di tutti, le cui ricadute economiche stanno continuando a colpire specialmente i ceti più poveri. A partire dall’Italia.
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