L’Italia ha perso oltre 40 milioni di metri quadrati di spiagge, almeno il 50% di quel che rimane sia libero

Le spiagge italiane sono ormai una sottile striscia di territorio, stretta tra un mare sempre più aggressivo e un entroterra fortemente urbanizzato. Occupano appena 120 km², meno dell’estensione del solo municipio romano di Ostia, e hanno una profondità media di circa 35 metri: complessivamente si sviluppano per 3.400 degli oltre 8.300 chilometri di coste nazionali, pari al 41%.
A restringere ulteriormente questo patrimonio è l’erosione. Secondo i dati Ispra richiamati nel nuovo rapporto “Spiagge. Gli impatti degli eventi meteo estremi e la gestione delle aree costiere italiane” di Legambiente, nell’ultimo mezzo secolo lungo i litorali italiani sono scomparsi oltre 40 milioni di metri quadrati di arenili: una superficie equivalente a un terzo di tutte le spiagge che rimangono oggi nel Paese.
Una perdita che non riguarda soltanto lo spazio disponibile per la balneazione, ma comporta la distruzione di ecosistemi preziosi e accresce la vulnerabilità di territori già compressi dallo sviluppo urbano, dalle infrastrutture e dal consumo di suolo. A spingere ulteriormente l’erosione contribuiscono gli effetti della crisi climatica, attraverso l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi.
Il rapporto, realizzato insieme all’Osservatorio Città Clima, documenta infatti 1.073 eventi estremi che tra il 2010 e il 2026 hanno colpito 308 dei 643 Comuni costieri italiani, il 48% del totale. Si tratta del 38,6% dei 2.778 eventi censiti nello stesso periodo sull’intero territorio nazionale.
Gli episodi più frequenti lungo le coste sono stati gli allagamenti provocati dalle piogge intense, arrivati a quota 404, seguiti da 286 trombe d’aria e 107 mareggiate. Il rapporto segnala inoltre che negli ultimi cinque anni, tra il 2022 e il 2026, le mareggiate sono aumentate del 550% e le raffiche di vento dell’80%.
È soprattutto il Mezzogiorno a pagare il prezzo più alto. La Sicilia guida la classifica regionale con 232 eventi estremi, davanti alla Puglia con 136 e alla Calabria con 104; seguono la Liguria e ex aequo il duo Campania-Toscana.
«I dati che abbiamo raccolto nel nostro nuovo report Spiagge – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – dimostrano l’urgenza e l’importanza di attuare piani di adattamento e strumenti di governance che riducano il rischio per le persone, le abitazioni e le infrastrutture, e che permettano di programmare interventi volti al miglioramento della gestione dei territori. Occorre mettere in campo una strategia nazionale di difesa delle coste sempre più fragili a causa della crisi climatica ma anche dell’eccessiva attività antropica e del consumo di suolo».
Per contrastare l’erosione è necessario anche cambiare il modo in cui vengono gestiti gli arenili. Gli accumuli di Posidonia spiaggiata, insieme a tronchi, canne e altri materiali vegetali, possono infatti costituire una difesa naturale contro l’azione delle mareggiate. La loro rimozione sistematica priva invece la spiaggia di questa protezione. Come ricordano nel rapporto Sergio Cappucci dell’Enea ed Enzo Pranzini dell’Università di Firenze, la pulizia meccanizzata praticata durante la stagione estiva può aggravare la perdita di sedimenti: la sabbia rimane intrappolata nelle banquette di Posidonia portate via e i mezzi utilizzati rischiano di prelevarne altra affondando nel corpo della spiaggia.
Alla progressiva riduzione fisica degli arenili si affianca il problema della loro accessibilità. Legambiente chiede che almeno il 50% delle spiagge di ogni Comune sia lasciato alla fruizione libera e gratuita, mentre resta aperta la lunga controversia sulle concessioni balneari e sulle gare previste dalla direttiva europea 2006/123/Ce.
La scadenza originaria per l’avvio delle procedure era stata fissata dal Governo Draghi al 31 dicembre 2023, ma il decreto-legge 131 del 2024, poi convertito nella legge 166, ha prolungato la validità delle concessioni esistenti fino al 30 settembre 2027, imponendo ai Comuni di avviare le gare entro il 20 giugno dello stesso anno.
Legambiente ricorda che nel corso del 2025 numerose sentenze dei Tribunali amministrativi regionali hanno bocciato sia la proroga legislativa sia quelle decise da alcuni Comuni, tra cui Grosseto, Viareggio, Camaiore, Forte dei Marmi e Pietrasanta. Nel frattempo la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la direttiva si applica anche alle concessioni rilasciate prima del 2009 e successivamente rinnovate.
Il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti ha intanto presentato un bando-tipo nazionale in un primo confronto con Regioni, Province e Comuni nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni, sebbene – evidenzia l’associazione ambientalista – oltre la scadenza dell’11 aprile prevista dal decreto-legge 32 del 2026.
«In Italia – osserva Sebastiano Venneri, responsabile turismo e innovazione di Legambiente – occorre evitare che la stagione dei bandi si traduca nella semplice sostituzione dei gestori, cristallizzando per altri decenni un assetto già oggi insostenibile sul piano ambientale, sociale ed economico».
L’associazione propone dunque di affiancare alle gare una ridefinizione complessiva della pianificazione costiera, ricorrendo anche alla co-programmazione con gli enti del Terzo settore. Tra gli esempi indicati c’è Jesolo, dove l’assegnazione dei punteggi tiene conto degli investimenti promessi dai candidati, dell’innovazione dei servizi, della riqualificazione ambientale e infrastrutturale e della valorizzazione delle produzioni locali. Un modo per legare il rilascio delle concessioni non solo alla gestione economica degli stabilimenti, ma alla difesa di spiagge sempre più scarse e al diritto di accedervi liberamente.
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