L’Italia produce sempre più rifiuti speciali: crescono oltre sei volte più veloci del Pil nazionale

Il disaccoppiamento tra crescita economica e generazione di rifiuti, in Italia, è ormai solo un lontano ricordo: il nuovo rapporto (con dati 2024) pubblicato oggi dall’Ispra documenta che il Paese sforna ormai 172 milioni di tonnellate di rifiuti speciali l’anno, in crescita del 4,6% rispetto al dato 2023, mentre nel 2024 il Prodotto interno lordo cresceva di un magro +0,7%. In altre parole i rifiuti crescono oltre 6 volte più veloci del Pil. Tra i rifiuti speciali 10,8 mln di t sono pericolosi (il 6,3%), in crescita del 6%.

Nelle more dell’adozione del nuovo Piano di prevenzione previsto dall’articolo 180 del d.lgs. 152/2006 come modificato dal d.lgs. n. 116/2020, ma mai approvato, resta in vigore il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti adottato dal ministero dell’Ambiente nel 2013. Com’è evidente, non sta funzionando: «Nel periodo esaminato – scrive l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – la variazione del rapporto tra produzione di rifiuti speciali non pericolosi per unità di Pil, rispetto ai valori registrati nel 2010, risulta positiva e in progressivo allontanamento dagli obiettivi fissati dal Programma di prevenzione».
Ma da dove arrivano i rifiuti speciali, così chiamati perché di origine non urbana? Sono quelli sanitari, derivanti da attività industriali, commerciali, artigianali, di servizio, di trattamento rifiuti e risanamento, etc. Innanzitutto è utile ricordare che i dati Ispra sono frutto di stime, dato che la certezza dell’informazione lungo la filiera resta ancora un’utopia. Le banche dati Mud sono state integrate da Ispra, ma l’Istituto informa che «anche il dato integrato potrebbe risultare comunque sottostimato». Rimane comunque il più affidabile a disposizione.
Incasellando la produzione di rifiuti speciali in base ai vari capitoli dell’Elenco europeo dei rifiuti, emerge che il 51,9% del totale prodotto (89,3 milioni di tonnellate) è costituito dai rifiuti identificati dai codici del capitolo 17 dell’elenco europeo, ossia da rifiuti speciali provenienti dalle operazioni di costruzione e demolizione, compreso il terreno derivante dalle operazioni di bonifica.
A ruota con una quota pari al 26,5% del totale prodotto (26,9% nel 2023) ci sono i rifiuti del capitolo 19, ossia dai rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento dei rifiuti e delle acque reflue e da quelli di potabilizzazione dell’acqua e della sua preparazione per uso industriale (45,5 milioni di tonnellate), che rappresentano anche il 27,6% dei rifiuti speciali pericolosi. Nel 2024, questa tipologia di rifiuti fa registrare un aumento di circa 1,3 milioni di tonnellate (+3%), in linea con l’andamento in crescita riscontrato nel precedente anno quando era stato rilevato un incremento del 5,3%, corrispondente a 2,2 milioni di tonnellate in più. Si tratta di un trend positivo: sono gli inevitabili scarti dell’economia circolare – nessun processo industriale può infatti eludere il secondo principio della termodinamica col conseguente aumento d’entropia –, ovvero i cosiddetti “rifiuti da rifiuti”, che continueranno ad aumentare mentre (speriamo) aumenterà il riciclo e la depurazione. Il problema semmai è che anche questi rifiuti vanno gestiti, ma come vedremo dai dati sull’export, l’Italia ha poca voglia di convivere coi necessari impianti industriali.

Dopo i dati sulla produzione, l’Ispra sforna infatti quelli sulla gestione dei rifiuti speciali. Il recupero di materia (operazioni da R2 a R12), costituisce la quota prevalente, pari al 74,3% (139,1 milioni di tonnellate); segue, con il 9,8% (18,3 milioni di tonnellate), l’insieme delle operazioni di smaltimento D8, D9, D13 e D14 e, con il 4,1% (7,7 milioni di tonnellate) lo smaltimento in discarica (D1). Risultano più contenute, rispettivamente con l’1% e lo 0,6%, le quantità avviate al coincenerimento (R1, circa 1,8 milioni di tonnellate) e all’incenerimento (D10/R1, circa 1,1 milioni di tonnellate).
Analogamente a quanto rilevato negli anni precedenti, le operazioni di gestione più praticate sono quelle finalizzate al recupero dei rifiuti. In particolare, prevale, con il 45% (84,3 milioni di tonnellate) del totale gestito, il riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche per il quale si rileva, rispetto al 2023, un aumento di 5,5 milioni di tonnellate (+7%). I rifiuti maggiormente avviati a tale operazione sono quelli derivanti da attività di costruzione e demolizione (circa 75,4 milioni di tonnellate) generalmente utilizzati in rilevati e sottofondi stradali.

Il problema è che i rifiuti da costruzione e demolizione sono sia il flusso più ingente di rifiuti speciali prodotti nel Paese, sia quello che più incide sui dati di riciclo, eppure sussistono fondati dubbi in merito all’effettiva re-immissione sul mercato dei rifiuti da C&D avviati a riciclo, dato che secondo gli stessi imprenditori di settore «poco più della metà dei rifiuti riciclati oggi viene effettivamente utilizzato».
Passando infine a esaminare i dati sull’export, dal rapporto Ispra emerge che il 65,9% dei rifiuti speciali esportati nel 2024 è costituito da rifiuti non pericolosi (oltre 3,3 milioni di tonnellate) ed il restante 34,1% (oltre 1,7 milioni di tonnellate) da rifiuti pericolosi. Rispetto al 2023, il quantitativo totale esportato fa registrare una diminuzione del 7,8%, ma resta comunque molto elevato: 5,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, a fronte di una importazione di oltre 7 milioni di tonnellate.
C’è una profonda differenza tra i flussi in ingresso e quelli in uscita dal Paese. I rifiuti esportati sono costituiti infatti per il 66,3% dai “rifiuti da rifiuti” (capitolo 19 dell’elenco europeo dei rifiuti) e per il 15,4% da “rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione” (capitolo 17). Li spediamo prevalentemente in Germania (1,1 milioni di tonnellate, il 21,6% del totale), seguita da Austria e Svezia, dove possono essere valorizzati – ad esempio per produrre energia. Ovvero i rifiuti che esportiamo sono gli scarti dell’economia circolare che non sappiamo, o meglio non vogliamo gestire, ad esempio attraverso impianti di riciclo chimico, di ossicombustione, o i più tradizionali (e socialmente invisi) termovalorizzatori. I rifiuti importati sono, invece, costituiti essenzialmente da rifiuti metallici, 5,5 milioni di tonnellate (il 78,3% del totale), destinati principalmente alle acciaierie localizzate in Lombardia e in Friuli-Venezia Giulia, dove vengono riciclati.
Una chiosa finale sull’amianto, altro simbolo di rifiuto che non vogliamo gestire. I quantitativi complessivamente smaltiti nel 2024 sono pari a circa 236 mila tonnellate e rappresentano il 2,9% del totale avviato in discarica ed il 26,2% della quota dei rifiuti pericolosi. Anche in questo caso non sappiamo più dove metterli: le discariche operative che smaltiscono rifiuti contenenti amianto (RCA) sono appena 15 in tutta Italia (11 per rifiuti non pericolosi e 4 per rifiuti pericolosi). Una in meno rispetto all’anno precedente.
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