L'Occidente che oggi diserta gli studi umanistici, l'altra faccia della Germania di Hegel

04 Luglio 2026 - 06:41
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Le università americane smaltiscono i corsi di latino, greco e letteratura. Questa volta Trump non c'entra: sono i ragazzi a non iscriversi più. Syracuse, una delle più antiche e prestigiose, dove la retta può arrivare a 66.000 dollari l'anno, ha dovuto cancellare ottantacinque programmi di studio, tra cui civiltà classiche, belle arti, italiano, tedesco, russo, studi ebraici moderni. Un rapporto segnala che negli ultimi quindici anni le lauree in queste discipline sono calate di oltre il 25 per cento. Intervistato dal New York Times, un professore dice che gli studi umanistici sopravvivono, quando va bene, come contorno per chi fa management. Dalle nostre parti la situazione non è ancora così disperata, ma la direzione è la stessa.

A rigor di logica ci si aspetterebbe il contrario: la nuova prosperità dell'Occidente, costruita sul lavoro e sul mercato, i grandi flussi di denaro i cui rivoli arrivano un po' ovunque, fanno pensare che molte più persone possano dedicarsi a quelle che si chiamavano "arti liberali", cioè agli studi degni dell'uomo libero, che non impiega tutto il suo tempo a procacciarsi il pane. Ma è un'illusione. Lo ha spiegato Norbert Elias in un libro del 1939, Il processo di civilizzazione: il fenomeno diametralmente opposto al nostro è la Germania tra Sette e Ottocento, dove nacque l'università moderna e accadde una fioritura intellettuale senza precedenti. I tedeschi erano poveri, senza stato, esclusi dall'attività politica, umiliati sul piano militare.

Quella borghesia non aveva accesso alla corte, come in Francia, né all'industria, come in Inghilterra. Aveva solo lo spirito e i libri, che divennero rifugio e rivincita, e da cui rampollarono Kant, Schiller, Fichte, Schelling, Hegel, Goethe, Schopenhauer, Hölderlin, Humboldt. Metà dei quali erano professori. Le tre forme di capitale – economico, sociale (la rete delle relazioni) e culturale – non sempre crescono insieme. Spesso il capitale culturale colma una mancanza di ricchezza e potere. Nella Germania stremata dalla Guerra dei trent'anni il patrimonio dello spirito fu messo a frutto perché non c'era altro.

La valanga di corsi iperspecialistici che oggigiorno le università rovesciano sugli studenti ("scienze di" seguito da una parola a caso) vorrebbe preparare al lavoro, d'accordo, ma le arti liberali sono una cosa differente. Sono, o dovrebbero essere, l'anima dell'università, che è, o dovrebbe essere, l'anima di una civiltà. Il resto è formazione tecnica, anche se di lusso. Ma nel nostro emisfero gli studi umanistici sono come i figli: a farli è rimasto un manipolo di ardimentosi. I prudenti, il cui numero è legione, hanno smesso di trovarli necessari. Quando una società funziona troppo bene, perde il gusto di interrogarsi su se stessa. È abbastanza comprensibile, ma è comunque un peccato. L'Occidente che scoppia di salute e benessere smette di coltivare il suolo dove è nato e cresciuto. Per un po' la terra aspetta il ritorno di chi l'ha abbandonata. Poi inaridisce e diventa steppa.

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