L’Onu ha riconosciuto che la crisi climatica non è solo una minaccia ambientale, ma una questione di legalità internazionale

22 Maggio 2026 - 12:36
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L’Onu ha riconosciuto che la crisi climatica non è solo una minaccia ambientale, ma una questione di legalità internazionale

La decisione approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rappresenta uno dei passaggi più significativi degli ultimi anni nella governance climatica internazionale. Con 141 voti favorevoli, l’ONU ha scelto di rafforzare politicamente il parere della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che riconosce, in modo esplicito, come l’inazione climatica possa configurare una violazione del diritto internazionale. L’Italia ha votato a favore, schierandosi insieme alla maggioranza dei Paesi che chiedono un’accelerazione globale nella lotta alla crisi climatica.

La portata di questa decisione è enorme perché modifica il modo stesso in cui il cambiamento climatico viene interpretato sul piano giuridico. Per decenni la questione climatica è stata affrontata soprattutto come un problema politico o economico. Oggi invece si afferma un principio molto più forte: proteggere il clima significa proteggere diritti fondamentali riconosciuti dal diritto internazionale, tra cui il diritto alla vita, alla salute, alla sicurezza alimentare e all’autodeterminazione dei popoli più vulnerabili.

Il parere della Corte Internazionale di Giustizia, sostenuto ora dall’Assemblea Generale ONU, chiarisce che gli Stati hanno obblighi precisi nel limitare le emissioni di gas serra e nel prevenire danni ambientali gravi e irreversibili. Non solo. La Corte afferma anche che i governi devono esercitare controllo sulle attività delle imprese che operano sotto la loro giurisdizione, soprattutto quando le loro emissioni contribuiscono in maniera significativa al riscaldamento globale.

Si tratta di una svolta che nasce da dati scientifici ormai incontrovertibili. Secondo l’IPCC, il panel scientifico delle Nazioni Unite sul clima, la temperatura media globale è aumentata di circa 1,2°C rispetto ai livelli preindustriali. Può sembrare un incremento limitato, ma la climatologia dimostra che anche variazioni apparentemente piccole dell’equilibrio termico terrestre producono effetti enormi sugli ecosistemi e sulle società umane.

Negli ultimi anni il pianeta ha registrato una crescita senza precedenti degli eventi climatici estremi. Ondate di calore sempre più lunghe e intense stanno colpendo Europa, Asia e Nord America. Gli incendi boschivi aumentano in frequenza e intensità, mentre alluvioni e siccità causano danni economici e sociali crescenti. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato da quando esistono misurazioni moderne, con concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica superiori a 420 parti per milione, un valore mai raggiunto nella storia recente della Terra.

La comunità scientifica sottolinea inoltre che il superamento della soglia di 1,5°C prevista dall’Accordo di Parigi potrebbe innescare “tipping points”, cioè punti critici irreversibili del sistema climatico. Tra questi vi sono il collasso delle grandi calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, la perdita massiccia delle foreste tropicali e il rallentamento delle correnti oceaniche atlantiche che regolano il clima europeo. Fenomeni che potrebbero autoalimentare ulteriormente il riscaldamento globale.

In questo contesto, la decisione ONU assume un significato che va oltre la diplomazia. L’Assemblea Generale ha di fatto riconosciuto che il cambiamento climatico non è soltanto una minaccia ambientale, ma una questione di legalità internazionale. Gli Stati che non adottano misure adeguate potrebbero quindi essere chiamati a rispondere non solo politicamente, ma anche giuridicamente delle conseguenze delle proprie scelte.

Il valore della risoluzione è particolarmente rilevante per i Paesi più vulnerabili. Molte piccole nazioni insulari del Pacifico, che rischiano concretamente di scomparire a causa dell’innalzamento del livello del mare, hanno avuto un ruolo decisivo nel portare il tema davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Per questi Stati, il riconoscimento giuridico della responsabilità climatica rappresenta una forma di tutela internazionale contro danni che non hanno causato direttamente.

La decisione approvata all’ONU potrebbe avere effetti anche sui tribunali nazionali. Negli ultimi anni le cause climatiche contro governi e grandi compagnie energetiche sono aumentate in tutto il mondo. Il nuovo orientamento espresso dalla Corte dell’Aia fornisce un riferimento autorevole che potrebbe essere utilizzato da giudici, associazioni e cittadini per chiedere politiche climatiche più ambiziose.

Un altro elemento centrale riguarda il concetto di “responsabilità intergenerazionale”. La Corte richiama infatti il dovere degli Stati di proteggere non soltanto le popolazioni attuali, ma anche le generazioni future. Questo principio, già presente in numerosi trattati ambientali, acquisisce ora una forza politica e interpretativa molto più ampia.

Il voto delle Nazioni Unite segna quindi un cambio di paradigma. Per la prima volta la comunità internazionale afferma con chiarezza che l’emergenza climatica non può più essere affrontata come una semplice scelta discrezionale dei governi. La scienza ha dimostrato l’origine antropica del riscaldamento globale e i suoi rischi sistemici. La politica internazionale, attraverso l’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia, sta ora trasformando questa evidenza scientifica in un principio di responsabilità giuridica globale.

La sfida che si apre da oggi sarà trasformare questo nuovo quadro internazionale in politiche concrete e verificabili. Ma un punto appare ormai acquisito: il diritto climatico sta diventando uno dei pilastri centrali del diritto internazionale del XXI secolo.

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