Lupi, montagne e cattiva coscienza: perché il ruralismo romantico rischia di diventare una trappola

Maggio 14, 2026 - 10:54
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Lupi, montagne e cattiva coscienza: perché il ruralismo romantico rischia di diventare una trappola

Adoro Michele Serra, dunque nulla da dire sulla vicenda del suo cane Osso ucciso dai lupi e su quello che ha provato. Lo capisco perfettamente e condivido il suo dolore. Eppure.  Eppure, qualcosa mi viene da dire anche se lui è lui e io non sono nessuno, come direbbe Lucio Corsi. Sarà perché faccio da sempre il suo stesso mestiere, sarà perché ho scelto di vivere in culo al mondo, per usare un francesismo. Che in effetti ci sta tutto. Vivo nel Massiccio Centrale in una delle zone più spopolate d’Europa dopo la Lapponia. Comune di 228 abitanti sparpagliati in sette frazioni. Nella mia siamo in 17. Zero alberghi, zero ristoranti, bar chiuso quattro mesi all’anno, in inverno, e comunque a 5 km di distanza. Spero che, come credenziali, possano bastare. Mezza montagna. Boschi di castagno. Genetta. Avvoltoi. Castori. Tanto per citare le celebrità. E poi lupi. Il 90% dei lupi francesi vive sulle Alpi, il resto dietro casa mia. Io vivo qui da 5 anni, Serra sulle colline piacentine da 18, è vero. Però, bene o male, io mi occupo di grandi carnivori da 40, lui da molto meno. Non mi reputo un esperto. Ho solo imparato a non tirare mai conclusioni sulla base di singoli casi, di singoli accadimenti, questo sì. Tantomeno l’avrei fatto sulla base di qualcosa capitato a me. Ah, dimenticavo. Naturalmente ho un cane, anzi sono 30 anni che ho cani, prima cani da caccia, poi cani pastore.

Bene. Ci sono molte cose dell’analisi di Serra che condivido e alcune altre che invece mi convincono molto meno o non mi convincono affatto. Partiamo dalle prime. Innanzitutto, il richiamo inequivocabile ai principi della biologia della conservazione, alla necessità di lasciare spazio ai tecnici. Questo significa muoversi nella giusta direzione per mettere un argine a strumentalizzazioni di comodo e a sterili fanatismi. Soprattutto animalisti. Più in generale, quello che funziona è il tentativo di non smettere mai di ragionare attorno ad una questione, quella della coesistenza, che, comunque la si voglia prendere, è e resta complessa. Tra le cose che invece non mi convincono vorrei evidenziarne due.

La prima è una nota stonata anzi direi proprio sbagliata, la seconda scivola nella retorica. Dunque, la prima: il lupo. Non è uno stomaco vagante, usa la testa. Massimo risultato col minimo sforzo e il minimo rischio. È la sua regola. Non serve che la selvaggina scarseggi per fare fuori un cane, non c’entra proprio niente. E non ci dice proprio niente sul fatto che i lupi siano tanti o pochi o troppi. Si chiama predazione intraguild, una via di mezzo tra predazione vera e propria e eliminazione mirata della concorrenza. Il lupo la può fare a prescindere, anche se ci fossero solo due o tre esemplari in tutto il Piacentino. E poi: il lupo al singolare non esiste. Esistono solo i lupi al plurale. In Lessinia hanno imparato a predare i bovini saltando in mezzo ai fili elettrificati, in Toscana e in Emilia- Romagna i cani sono diventati un problema, a San Rossore passano in mezzo agli animali al pascolo ignorandoli bellamente, sul Monte Ventoso, in Francia, hanno una dieta fatta quasi al cento per cento di cinghiale. Selvaggio e domestico. A geometria variabile, anzi variabilissima. Questo vale anche per il rapporto tra cani e lupi. Quello che accade in certe zone dell’Appennino è estremamente raro in altre e, in generale, altrove. Non occorre disegnare paesaggi della paura globali. Domanda: la presenza del lupo ha influito sul mio modo di gestire il cane? Risposta: sì. Ma non lo vedo come una costrizione. Non è sempre al guinzaglio, quando esco con lui ha tutta la libertà che gli serve. Mi accompagna anche in inverno, alla ricerca di tracce, quando faccio le mie uscite programmate per il censimento dei lupi sulla neve, visto che collaboro con la Rete Lupo dell’OFB. l’Ufficio Francese Biodiversità. La sera poi, quando deve fare gli ultimi bisogni, lo accompagno fuori con una lampada, poi rientriamo insieme. Di giorno sta nel pezzo di terreno recintato attorno a casa. Non girovaga, ma sta benone. Garantisco. Si può fare. È un pezzetto di ecologia della riconciliazione, come la chiamerebbe Baptiste Morizot.

La seconda cosa che volevo dire è più ostica perché detesto la retorica, in particolare la retorica su chi vive in montagna o nelle periferie rurali, e si propone al mondo come baluardo. La retorica sulla resilienza, sulla trincea tenace che fa argine all’abbandono delle valli e dei crinali. La resilienza come sacrificio, come atto consapevole di resistenza. Tutte balle. Chi sceglie di vivere in luoghi isolati e spopolati, sa a cosa va incontro. Lo sceglie. Si vive bene in questi posti per quanto, per certi versi, possa essere difficile. Quando mi alzo la mattina e apro la finestra, e vedo il verde e vedo il sole, faccio un lungo respiro e penso a chi vive in cinquanta metri, magari con moglie e figli, con un solo salario, in una qualunque delle squallide periferie di una qualunque delle città che tutti conosciamo. La vera resilienza abita lì, non sull’Appennino o nel Massiccio Centrale. Tanti altri invece che restano ai margini, lo fanno non per scelta ma perché, per una ragione o per l’altra, non hanno alternative. Per mancanza di mezzi economici. Per mancanza di scolarizzazione. Per deficit di socializzazione. Per paura del cambiamento. Perché il mondo, la fuori, è complesso. Davvero complesso. Non sono “resistenti” stanno solo nella loro tana. È diverso.

Insomma, quello che accade nelle “zone interne”, non ha niente di diverso rispetto a quella che capita in una qualunque comunità umana. Qui da me, nel Massiccio Centrale, ci sono persone meravigliose, ubriaconi del venerdì sera e pure del sabato, adepti della religione della caccia al cinghiale, l’unica davvero riconosciuta a livello locale, ornitologi che fanno formaggi bio, pastori analfabeti e arroganti, pastori con cui è bello parlare. Li conosco tutti (non è difficile!), parlo con tutti, li rispetto tutti. Anzi, li amo (quasi) tutti. Questo non mi impedisce di vedere che se qualcuno - e non sono io - mette in piedi faticosamente un progetto partecipativo per imparare tutti insieme a gestire meglio l’acqua in tempi di siccità, la preoccupazione principale è quella di mettergli i bastoni tra le ruote perché “non ci facciamo dire come dobbiamo gestire la nostra acqua”. Il guaio è proprio questo, che la “tenace trincea” un po’ utopista, anarchica, positiva e coraggiosa di Michele Serra può scivolare rapidamente e inaspettatamente nel suo esatto opposto. Chiusura. Magari con il deputato leghista Francesco Bruzzone che ti tende la mano. Perché il ruralismo ideologico sa anche essere brutalmente tossico e reazionario e in Italia, quanto a questo, ci sono i campioni europei della specialità. I lupi possono finire metaforicamente impallinati assieme a migranti, froci, negri e a tutto ciò che mette a rischio la l’ultima ridotta delle certezze di chi “si fa così perché si è sempre fatto così” e del “padroni a casa propria”. Quando parlo di lupi cerco di non dimenticarlo. Mai.

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