«Magnifica humanitas», le discipline alla prova dell’umano
Leone XIV firma l'enciclicaProseguendo gli approfondimenti sui contenuti dell’enciclica di Leone XIV «Magnifica humanitas», Radio Marconi ha intervistato Roberto Giorgio Maier, sacerdote ambrosiano, teologo, docente all’Università Cattolica (sede di Piacenza) e all’Università di Parma. Dal settembre 2022 è Segretario del Collegio dei Docenti di Teologia dell’Università Cattolica. Nel 2022 ha conseguito un doppio dottorato presso la scuola di dottorato Agrisystem di Piacenza e presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. Nella sua ricerca si occupa di ambiti liminari tra l’antropologia teologica e le altre discipline, in particolare l’ecologia e la letteratura. Ha pubblicato diversi articoli e libri.
La prima enciclica di Papa Leone XIV sta facendo parlare di sé. Cosa possiamo dire, a pochi giorni dalla pubblicazione del documento? Possiamo dare qualche consiglio ai lettori?
Anzitutto io credo che un’enciclica sia un testo che merita di essere letto in tempi lunghi. Avendolo avuto, come tutti, pochi giorni fa, ho potuto dare solamente una prima lettura a un testo che, evidentemente, ne meriterà diverse. Il primo consiglio che posso dare al lettore è – sembra banale ma non lo è affatto – di leggere l’enciclica. Nel farlo, mi permetto di suggerire di non considerarlo come un testo sull’Intelligenza Artificiale, così come è stato importante non considerare Laudato si’ come un testo sulla crisi ecologica. Si tratta di uno sguardo ampio all’epoca che stiamo vivendo e i tratti di questo sguardo richiamano anzitutto a un compito sempre e ancora da rifare da capo: porre all’epoca le domande giuste. Di fronte alla complessità non possiamo sperare di avere risposte facili, ma abbiamo il compito imprescindibile di porre le domande giuste, perché tra una domanda giusta e una domanda che ci distrae e ci porta su una strada senza uscita c’è una bella differenza. Mi colpisce che nel secondo paragrafo dell’enciclica Leone XIV parli al plurale, identificandosi in noi: dice «desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo». Non è un pluralis maiestatis, è proprio la costruzione di un soggetto plurale che è coerente con la figura di sinodalità ecclesiale. C’è un soggetto plurale che cerca interlocutori, di fronte alla complessità dell’epoca. Ecco, io consiglio al lettore di sentirsi chiamato a fare parte di questo noi che chiama tutti a porsi le domande giuste.

Quali sono le domande giuste, in questo contesto?
Non c’è dubbio che le domande giuste siano quelle riguardo all’umano: che figura di umano vogliamo costruire? Tecniche diverse producono cose diverse, ma c’è un prodotto che accomuna qualsiasi tecnica: l’umano. La tecnica produce sempre un essere umano diverso. Basti pensare all’introduzione dell’agricoltura, che è connessa alla fine del nomadismo e alla costruzione delle città. È interessante, perché in realtà non è così chiaro se sia venuta prima l’agricoltura e poi la vita sedentaria, oppure se gli esseri umani abbiano incominciato a costruire città e abbiano poi trovato la tecnica per rendere possibile la fine dei grandi viaggi. La tecnica non è mai pura, nasce sempre con una direzione e, una volta nata, imprime una direzione. Per questo la domanda da porsi tutti insieme, allora, è quale figura di essere umano vogliamo produrre noi, uomini e donne di questa epoca? È chiaro che a questa domanda non possiamo rispondere solo noi, non può rispondere solamente quel soggetto che il Papa identifica all’inizio dell’enciclica. Dobbiamo per forza rispondere tutti insieme. Sempre nei primi paragrafi di apertura dell’enciclica, papa Leone dice che la Chiesa deve accogliere il contributo delle scienze umane, per esempio: ci vuole studio e intelligenza (più volte viene richiamato il ruolo delle università), si deve ascoltare la ricerca scientifica. Ed è ovvio che questa ricerca dovrà essere tutelata affinché sia libera e non semplicemente ripeta ciò che già pensiamo di sapere sull’essere umano. Lo scopo della ricerca non è confermare le nostre risposte, ma mostrarci ciò che non sapevamo vedere.
Lei insegna teologia in una grande università: come si parla con le diverse discipline, oggi?
Io credo che questo sia il punto decisivo che l’enciclica non esplicita, ma da cui è costantemente attraversata. Oggi molte discipline si sono mosse verso una tecnicizzazione sempre più forte. Non abbiamo assistito solo a una frammentazione del sapere, ma anche a una riduzione dei saperi all’applicazione dei procedimenti. Per rispondere all’appello di Leone XIV le diverse discipline devono riscoprire il loro legame con l’essere umano, devono scoprire la domanda sull’umanità (appunto: quale essere umano vogliamo?) dentro se stesse. I nostri studenti rischiano di studiare processi economici, giuridici, scientifici senza mai incontrare questa domanda, come se la questione del senso dell’essere umano fosse solo una questione della storia delle discipline. C’è un passaggio in cui Leone critica la scuola, dicendo che a volte le persone che studiano «sanno molte cose, ma faticano a dare un orientamento alla propria vita». Ecco, io credo che, nell’ascolto delle altre discipline, noi dobbiamo riportarle alle domande fondamentali che esse hanno talvolta perso per strada: come l’economia ci permette di abitare insieme? Come la legge può produrre la giustizia? Qual è davvero la salute umana? Il punto è questo: che ce ne accorgiamo o meno, mentre agiamo noi cambiamo costantemente il senso dell’essere umani. L’esigenza è interna alle discipline, non la porta da fuori la Chiesa. Per questo è tempo di tornare a interrogarsi tutti sulla più magnifica delle domande: che umanità vogliamo.
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