Malattie croniche, dai danni al microbiota è possibile anticipare le malattie croniche

31 Agosto 2026 - 14:30
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Troppo sale, zucchero, conservanti e additivi possono alterare profondamente il microbiota intestinale e contribuire ai processi alla base di numerose malattie croniche. A lanciare l’allarme sono tre generazioni di scienziati della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, autori di una ricerca

Il microbiota intestinale, formato da circa 38 trilioni di microrganismi, non sarebbe soltanto associato alle malattie croniche, ma potrebbe anticiparne l’insorgenza, fornendo segnali biologici rilevabili anni o persino decenni prima della comparsa dei sintomi.

È questa una delle principali conclusioni della ricerca firmata dai professori Antonio Gasbarrini, Gianluca Ianiro e Giovanni Gasbarrini, rappresentanti di tre generazioni della gastroenterologia del Policlinico Gemelli, e pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology. Al centro dell’attenzione c’è la metainfiammazione, una condizione di infiammazione cronica e spesso silenziosa che può compromettere progressivamente metabolismo, sistema immunitario e sistema nervoso.

«Le firme biologiche della metainfiammazione potrebbero essere rilevabili anni, o addirittura decenni, prima che la malattia si manifesti clinicamente. Questo apre prospettive concrete per una medicina realmente anticipatoria, preventiva e personalizzata. Non aspettiamo la malattia: la intercettiamo prima che arrivi», spiega Antonio Gasbarrini, direttore scientifico della Fondazione Policlinico Gemelli e ordinario di Medicina interna all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nel mirino finiscono gli alimenti ultra-processati

Secondo gli specialisti, il problema non riguarda esclusivamente l’eccesso di sale, zuccheri o grassi. A preoccupare sono anche gli additivi industriali presenti negli alimenti ultra-processati: emulsionanti, dolcificanti artificiali, conservanti e coloranti. La ricerca indica che queste sostanze possono interferire con il microbiota e con la barriera intestinale attraverso meccanismi molecolari che la ricerca scientifica sta documentando sempre più.

Gli autori sottolineano inoltre una criticità del sistema regolatorio: le procedure di valutazione della sicurezza alimentare sono state sviluppate in un’epoca precedente alla moderna conoscenza del microbiota e, secondo gli specialisti, non considerano adeguatamente l’impatto degli additivi sull’ecosistema intestinale.

«Non è un effetto collaterale trascurabile»

«L’impatto sul microbiota e sulla barriera intestinale non è un effetto collaterale trascurabile. È un meccanismo patogenetico primario», sostiene Gianluca Ianiro, dirigente medico della UOC CEMAD della Fondazione Policlinico Gemelli. Secondo lo specialista, la crescente presenza di alimenti ultra-processati e additivi sta modificando il microbiota umano su una scala mai osservata prima. «Stiamo permettendo la ristrutturazione industriale del microbiota umano su scala di popolazione senza misurarne le conseguenze. Questo deve finire», afferma Ianiro.

Una rivoluzione nella medicina

Per Giovanni Gasbarrini, 89 anni, professore emerito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e tra i fondatori della gastroenterologia europea moderna, la ricerca sul microbiota rappresenta una vera svolta.

«Ho visto nascere questa disciplina. Quello che la scienza del microbiota sta rivelando oggi è la più profonda rivoluzione concettuale che abbia incontrato in sessant’anni di pratica clinica e di ricerca. Non è un’ipotesi: è la realtà biologica che aspettava di essere misurata», afferma.

Il cambio di prospettiva consiste nel passaggio da una medicina che interviene dopo la comparsa della malattia a una medicina capace di intercettare in anticipo i segnali di rischio, attraverso l’analisi dell’ecosistema intestinale.

Le cinque strategie proposte dagli esperti

La ricerca non si limita a lanciare un allarme, ma propone una vera e propria call to action articolata in cinque pilastri.

1. Educazione.
Riformare l’alfabetizzazione nutrizionale introducendo la conoscenza del microbioma, a partire dalle scuole.

2. Agricoltura.
Rivedere i sussidi agricoli per incentivare la produzione di alimenti freschi e minimamente processati.

3. Sanità.
Promuovere un uso più consapevole degli antibiotici attraverso strategie di protezione del microbioma e avviare programmi strutturati di deprescrizione degli inibitori di pompa protonica.

4. Economia.
Valutare una tassazione per gli additivi alimentari con documentato potenziale disbiotico e prevedere il rimborso di percorsi di prevenzione basati sul microbioma.

5. Ricerca.
Creare linee di finanziamento pubblico dedicate allo studio del rapporto tra microbioma e malattie croniche, attraverso coorti longitudinali e studi clinici di intervento.

«Serve una nuova sicurezza alimentare»

Per Antonio Gasbarrini è necessario ripensare anche i criteri con cui viene valutata la sicurezza degli alimenti.

«Chiediamo che la valutazione di sicurezza degli additivi alimentari includa valutazioni standardizzate sul microbiota. Chiediamo che vengano valutati gli effetti delle miscele di additivi in un contesto reale. E chiediamo di superare la separazione tra regolamentazione nutrizionale e sicurezza alimentare: non si può dichiarare sicuro un alimento guardando solo i macronutrienti e ignorando quello che fa all’ecosistema intestinale», afferma.

«L’era della medicina ecologica deve iniziare ora»

La conclusione degli esperti è netta: proteggere il microbiota dovrebbe diventare una priorità della prevenzione delle malattie croniche. «Il microbiota intestinale è lo specchio biologico più preciso che la medicina abbia mai avuto. Oggi ci restituisce un’immagine allarmante: milioni di morti prevenibili ogni anno, bambini il cui ecosistema intestinale è già compromesso prima di entrare a scuola e un quadro regolatorio che ha permesso tutto questo, senza mai misurarne le conseguenze», conclude Gasbarrini. E aggiunge: «Nonostante un decennio di evidenze scientifiche consolidate, la medicina e i decisori non hanno ancora risposto. L’era della medicina ecologica deve iniziare ora».

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