Marcinelle, l’ultimo minatore racconta: “Il dolore non mi lascia in pace. Li conoscevo tutti”
A pochi giorni dal settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, arriva una testimonianza destinata a custodire la memoria di una delle pagine più dolorose dell’emigrazione italiana.
A parlare è Urbano Ciacci, classe 1935, ultimo superstite del disastro del Bois du Cazier, la miniera belga dove l’8 agosto 1956 persero la vita 262 lavoratori, tra cui 136 emigrati italiani.
Intervistato da La Repubblica nel corso di un incontro con alcuni studenti, Ciacci ripercorre il suo viaggio dall’Italia al Belgio e il dramma che ha segnato per sempre la sua vita.
“Venivo da Fano, nelle Marche. Ora vivo qui, con la mia famiglia, in Belgio. Non avevo ancora compiuto 19 anni quando sono emigrato, nel 1954. Eravamo in difficoltà, volevo lavorare. Sembrava una scelta conveniente”.
Parole semplici che raccontano la realtà di migliaia di italiani costretti a lasciare il proprio Paese nel dopoguerra alla ricerca di un futuro migliore.
Il ricordo della tragedia, però, è ancora vivido.
“Li conoscevo tutti, come posso dimenticarli? So chi sono e cosa facevano, cosa ci dicevamo nei momenti di pausa. Il dolore non mi lascia in pace. Ricordo l’arrivo in miniera, la corsa dall’Italia dopo il matrimonio, come se fosse oggi. Il dolore, i pianti dietro al cancello d’entrata, i parenti disperati. La scala qui fuori, l’ultimo gradino prima di scendere verso le gallerie. Non ho mai visto nulla di simile, è stata la tragedia più grande”.
Ciacci è oggi l’unico testimone diretto rimasto in vita tra coloro che lavoravano quotidianamente nella miniera.
“Sono l’unico sopravvissuto di tanti che lavoravano ogni giorno in questo posto”.
Nel suo racconto riaffiorano anche le durissime condizioni di vita degli emigrati italiani arrivati in Belgio grazie agli accordi tra i due Paesi.
“Questi capannoni erano le nostre case, due famiglie in ogni complesso con l’acqua fuori, in una fontana per tutti”.
Poi la descrizione del lavoro sottoterra.
“La mattina alle sette il primo turno, con un ascensore si scendeva a 900 metri all’altezza del primo pozzo. Fino alle 15 non si poteva uscire, il calcolo era di otto ore dentro lo stesso buco. La misura del nostro guadagno era il carbone: il minimo giornaliero era tre metri in lunghezza e uno di profondità. Ma più metri facevi e più guadagnavi. Un calcolo semplice. Si poteva anche guadagnare molto, alcuni sono riusciti a fare soldi in quegli anni in miniera. Ma tanti si sono ammalati, le condizioni di lavoro erano rischiose e non lo sapevamo. Tante cose le abbiamo capite dopo”.
La tragedia di Marcinelle continua a rappresentare uno dei simboli più forti dell’emigrazione italiana del Novecento e della battaglia per la sicurezza sul lavoro. A settant’anni da quel disastro, la voce di Urbano Ciacci resta una testimonianza preziosa per tramandare alle nuove generazioni il sacrificio di centinaia di lavoratori italiani che lasciarono il proprio Paese in cerca di dignità e di un futuro migliore.
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