Mario Roggero, era giusto condannarlo? La legge non può trasformare la difesa in vendetta

20 Luglio 2026 - 06:50
0

di Emanuele Esposito

Mario Roggero è stato vittima di una rapina violenta. Questo è il primo dato che non può essere dimenticato. Il 28 aprile 2021 tre uomini entrarono nella sua gioielleria di Gallo di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, minacciando lui e la moglie e portando via denaro e preziosi.

Quello che accadde immediatamente dopo, però, ha trasformato la vittima di un grave reato nell’imputato di un processo per omicidio.

Roggero uscì dal negozio con una pistola, inseguì i rapinatori e sparò diversi colpi. Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino furono uccisi, mentre Alessandro Modica rimase ferito. In primo grado il gioielliere venne condannato a 17 anni; la Corte d’assise d’appello di Torino ridusse successivamente la pena a 14 anni e 9 mesi. Il 15 luglio 2026 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna.

La domanda che divide l’Italia è inevitabile: era giusto condannarlo?

La risposta, per quanto dolorosa, è sì. Era giusto riconoscere una responsabilità penale. Ma questo non significa necessariamente che sia giusta, equilibrata e socialmente comprensibile una pena di quasi quindici anni di carcere.

La rapina non concede una licenza di uccidere

La legittima difesa non dipende soltanto dal fatto che una persona sia stata aggredita o rapinata. La legge richiede che, nel momento in cui si usa la forza, esista ancora un pericolo concreto e attuale.

L’articolo 52 del Codice penale stabilisce che non è punibile chi agisce per difendere un diritto proprio o altrui contro il «pericolo attuale» di un’offesa ingiusta, purché la reazione sia necessaria e proporzionata.

È proprio la parola “attuale” a decidere il caso Roggero.

Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, quando il gioielliere sparò i rapinatori avevano già lasciato il negozio e stavano cercando di raggiungere l’automobile per fuggire. La minaccia immediata alla vita di Roggero e della moglie era quindi terminata. Per la Corte d’assise d’appello non esisteva più un pericolo concreto tale da giustificare l’uso letale dell’arma. Per questo furono esclusi sia la legittima difesa sia l’eccesso colposo.

Se accettassimo il principio secondo cui una vittima può inseguire e uccidere chi sta fuggendo, non parleremmo più di legittima difesa. Trasformeremmo ogni cittadino in giudice, giuria ed esecutore della pena.

La differenza è sostanziale: difendersi significa fermare un pericolo; vendicarsi significa punire qualcuno quando quel pericolo è cessato.

Quei pochi secondi contano davvero?

Molti obiettano che tra la rapina e gli spari trascorsero soltanto pochi istanti. È un’obiezione umanamente comprensibile.

Una persona appena minacciata con un’arma non recupera immediatamente lucidità. Il terrore, la rabbia, l’adrenalina e il ricordo di precedenti aggressioni possono alterare profondamente la capacità di valutare la situazione. Non si può osservare il comportamento di Roggero con la tranquillità di chi, anni dopo, guarda le immagini seduto in un’aula di tribunale.

Ma il diritto è costretto a stabilire un confine. Altrimenti basterebbe invocare lo shock provocato da un reato per giustificare qualsiasi reazione successiva.

La legge può e deve considerare lo stato emotivo della vittima nel determinare la pena. Non può, però, cancellare il fatto che due persone siano state uccise e una terza ferita mentre si stavano allontanando.

I rapinatori erano responsabili di un crimine grave. Meritavano di essere arrestati, processati e condannati. Non meritavano una condanna a morte pronunciata sul marciapiede.

Una pena che appare sproporzionata

Affermare che Roggero dovesse essere condannato non obbliga a considerare equa una pena di 14 anni e 9 mesi.

Quasi quindici anni di carcere rappresentano una sanzione durissima per un uomo di oltre settant’anni, senza dimenticare che l’intera vicenda nacque da una rapina subita nel proprio esercizio commerciale. Roggero non uscì di casa con l’intenzione di uccidere qualcuno, non organizzò un agguato e non scelse liberamente di entrare in una situazione violenta: furono i rapinatori a introdurre le armi, la paura e il pericolo nella sua vita.

Questo non lo assolve, ma incide sul giudizio morale e avrebbe dovuto pesare con grande forza sulla risposta punitiva dello Stato.

La condanna in appello fu già ridotta rispetto ai 17 anni inflitti in primo grado, ma la pena definitiva resta molto vicina a quella prevista per delitti commessi in contesti completamente differenti.

Una giustizia autorevole dovrebbe saper distinguere tra l’omicidio commesso per interesse, odio o premeditazione e la reazione criminalmente eccessiva di una persona appena sottoposta a una rapina traumatica.

La responsabilità non è la stessa cosa della malvagità.

Il pericolo della propaganda

Il caso Roggero è diventato anche uno strumento di battaglia politica. Alcuni lo descrivono come un eroe perseguitato dallo Stato; altri sembrano dimenticare completamente la violenza della rapina subita.

Entrambe le rappresentazioni sono incomplete.

Roggero non è un eroe perché ha ucciso due uomini in fuga. Ma non è nemmeno un comune assassino da rappresentare senza storia, senza paura e senza il trauma dell’aggressione.

Dopo la decisione della Cassazione si è aperto anche il dibattito su una possibile grazia. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che il potere di grazia appartiene esclusivamente al capo dello Stato, mentre la moglie di Roggero ha depositato un’istanza.

La grazia, tuttavia, non dovrebbe diventare un modo per negare la sentenza. Potrebbe eventualmente intervenire sulla pena per ragioni umanitarie, personali e sociali, senza trasformare l’uccisione di persone in fuga in un comportamento legittimo.

Condanna giusta, pena discutibile

La conclusione è scomoda, perché non soddisfa completamente nessuno dei due schieramenti.

Mario Roggero doveva essere condannato. Quando il pericolo immediato era cessato non aveva il diritto di inseguire i rapinatori e sparare contro di loro. Una società civile non può riconoscere ai privati il potere di eseguire una sentenza di morte.

Ma una pena di 14 anni e 9 mesi appare eccessivamente severa rispetto al contesto nel quale il fatto maturò, allo shock subito, all’età dell’imputato e all’assenza di una precedente volontà criminale.

Lo Stato deve difendere un principio irrinunciabile: nessuno può farsi giustizia da solo. Ma deve anche dimostrare di sapere giudicare gli esseri umani, non soltanto i singoli fotogrammi di una tragedia.

Roggero non poteva essere assolto in nome della legittima difesa. Poteva però essere punito con maggiore equilibrio.

Perché la giustizia perde credibilità non soltanto quando non condanna chi ha commesso un delitto, ma anche quando la pena sembra incapace di riconoscere la distanza tra un assassino e una vittima che, in pochi secondi terribili, ha oltrepassato il confine della legge.

The post Mario Roggero, era giusto condannarlo? La legge non può trasformare la difesa in vendetta first appeared on Allora! Italian Australian News.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User