Pauline Hanson nega il ritorno alla White Australia: «Mai sostenuta», ma chiede lo stop ai migranti dai Paesi islamici radicali

21 Luglio 2026 - 06:45
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La leader di One Nation respinge con rabbia il paragone con la politica razziale del passato australiano. A Perth rilancia però la richiesta di vietare l’immigrazione dai Paesi considerati vicini all’estremismo islamico, mentre all’esterno decine di manifestanti protestano contro il razzismo

Pauline Hanson ha negato di voler riproporre una nuova versione della White Australia policy, ma ha ribadito la propria opposizione all’ingresso nel Paese di persone provenienti da quelli che ha definito «Paesi islamici radicali».

La leader di One Nation è intervenuta davanti a imprenditori, sostenitori e rappresentanti del mondo economico riuniti al Crown Perth per un incontro della serie Leadership Matters, organizzata da The West Australian. L’evento era stato presentato come l’occasione per ascoltare la proposta politica di Hanson e la sua possibile candidatura alla guida del governo australiano.

Durante la sessione di domande, la senatrice ha collegato immigrazione, radicalizzazione, terrorismo e antisemitismo, sostenendo che l’Australia debba impedire l’arrivo di persone provenienti da Stati nei quali l’estremismo islamico è particolarmente diffuso.

«Bisogna affrontare l’elefante nella stanza», ha dichiarato. «Non voglio persone provenienti da Paesi islamici radicali. Voglio proteggere gli australiani, voglio che si sentano sicuri nelle strade».

Lo scontro sulla White Australia policy

Il momento più teso è arrivato quando il moderatore le ha chiesto se questa proposta rappresentasse una versione moderna della White Australia policy, il sistema di leggi e pratiche amministrative utilizzato per decenni per limitare l’immigrazione non europea e mantenere l’Australia prevalentemente bianca e britannica.

Hanson ha reagito con durezza.

«No, non lo è. Non ha assolutamente nulla a che vedere con la White Australia policy. Non percorrete quella strada con me, perché non lo accetterò», ha risposto, aggiungendo di non aver mai sostenuto il ritorno di quella politica.

La precisazione arriva però dopo le polemiche suscitate dal suo viaggio nel Regno Unito e, in particolare, dalla partecipazione a un podcast condotto dall’attivista britannico di estrema destra Tommy Robinson.

Durante quella conversazione, alla domanda su come l’Australia fosse arrivata all’attuale composizione migratoria, Hanson aveva risposto che il cambiamento era «iniziato» nel 1973, quando il governo di Gough Whitlam aveva completato lo smantellamento della White Australia policy. Aveva inoltre accusato, senza presentare prove, parte dei nuovi immigrati di essere arrivata per approfittare del sistema di assistenza sociale.

Una distinzione difficile da sostenere

La posizione di Hanson si basa su una distinzione precisa: la senatrice sostiene di non voler selezionare gli immigrati in base al colore della pelle o all’origine etnica, ma in funzione del rischio ideologico e della compatibilità culturale.

Il problema politico è stabilire come potrebbe essere applicato un divieto rivolto genericamente ai «Paesi islamici radicali».

Hanson non ha indicato pubblicamente un elenco completo degli Stati coinvolti né spiegato quali criteri dovrebbero essere utilizzati per distinguere un cittadino comune, una persona perseguitata o un oppositore politico da un sostenitore dell’estremismo.

Il rischio è che una misura presentata come strumento di sicurezza finisca per colpire intere popolazioni sulla base della nazionalità o della religione, invece di valutare individualmente ogni richiesta attraverso i controlli di sicurezza già previsti.

La leader di One Nation sostiene però che continuare a evitare il tema significhi ignorare le preoccupazioni di una parte crescente dell’opinione pubblica.

Sicurezza, terrorismo e antisemitismo

Nel suo intervento, Hanson ha richiamato gli episodi di terrorismo e l’aumento dell’antisemitismo registrato in Australia, sostenendo che la sicurezza nazionale debba avere la precedenza sulle esigenze del programma migratorio.

La senatrice aveva già indicato una linea simile durante il suo intervento al National Press Club, dove aveva definito l’Australia una società multirazziale che dovrebbe però diventare «monoculturale». In quell’occasione aveva promesso di limitare l’immigrazione dalle aree considerate immerse nell’estremismo islamico.

La retorica di Hanson continua quindi a distinguere tra la presenza di persone di origini differenti e l’accettazione di culture, valori o pratiche che la leader di One Nation considera incompatibili con il modello australiano.

Per i suoi sostenitori si tratta di una difesa dell’integrazione e della sicurezza. Per i critici è invece una campagna che utilizza la paura per trasformare i musulmani in un problema collettivo.

Il viaggio nel Regno Unito

Hanson ha difeso anche la decisione di incontrare Tommy Robinson, il cui vero nome è Stephen Yaxley-Lennon, personaggio con numerose condanne penali e una lunga attività politica contro l’Islam e l’immigrazione.

«Ho incontrato molte persone, alcune con cui sono d’accordo e altre con cui non lo sono», ha spiegato a Perth.

Secondo la senatrice, gli australiani sarebbero stanchi di politici disposti a parlare soltanto con persone che condividono le loro idee. Il viaggio sarebbe servito a osservare direttamente le conseguenze delle politiche britanniche in materia di immigrazione, spesa pubblica ed energia.

Hanson ha inoltre respinto le critiche sui costi della trasferta, sostenendo che il viaggio europeo non sia costato «un solo centesimo» ai contribuenti. Non ha però chiarito completamente chi abbia sostenuto tutte le spese, dopo essere stata vista in Italia insieme alla magnate mineraria Gina Rinehart e aver partecipato a eventi esclusivi.

Le proteste fuori dal Crown Perth

Mentre Hanson parlava nella sala del Crown Perth, all’esterno decine di manifestanti si sono riuniti per contestare la sua presenza.

La protesta, promossa da gruppi socialisti e dai Verdi dell’Australia Occidentale, si è svolta sotto una consistente sorveglianza della polizia.

I partecipanti hanno esposto cartelli contro One Nation e scandito slogan come «i migranti sono benvenuti, i razzisti no».

La contestazione ha confermato quanto la figura di Hanson continui a polarizzare l’opinione pubblica: da una parte una platea pronta ad applaudirla come interprete delle paure e delle difficoltà economiche degli australiani; dall’altra chi considera le sue proposte una minaccia alla convivenza multiculturale.

L’immigrazione indicata come causa della crisi abitativa

La leader di One Nation ha dedicato una parte importante dell’intervento alla situazione dell’Australia Occidentale, elogiando il contributo dello Stato alle esportazioni, agli investimenti e alle entrate nazionali.

Ha però sottolineato la gravissima carenza di abitazioni e il livello estremamente basso degli alloggi disponibili in affitto, attribuendo una parte rilevante del problema all’aumento della popolazione alimentato dall’immigrazione.

È uno dei temi sui quali One Nation sta costruendo la propria crescita politica.

Hanson collega l’arrivo di nuovi residenti alla pressione su case, ospedali, scuole, strade e servizi pubblici. I suoi avversari ribattono che la crisi abitativa dipende anche da decenni di insufficiente costruzione di alloggi, politiche fiscali favorevoli agli investitori e ritardi nella pianificazione.

La riduzione dell’immigrazione potrebbe diminuire la domanda, ma da sola non produrrebbe immediatamente le abitazioni mancanti.

Hanson si vede a The Lodge

Davanti alla platea di Perth, Pauline Hanson ha anche dichiarato di non avere dubbi sulla propria capacità di ricoprire l’incarico di primo ministro.

Ha comunque precisato che l’obiettivo non sarebbe ottenere personalmente la carica, ma portare «la persona giusta nel posto giusto».

Interrogata sulla possibilità che quella persona possa essere Barnaby Joyce, già vice primo ministro e oggi esponente di primo piano di One Nation, Hanson ha ricordato la sua esperienza, pur affermando di non aver discusso con lui una futura leadership.

Le dichiarazioni riflettono la nuova ambizione del partito, che non vuole più essere considerato soltanto una forza di protesta ma punta a incidere direttamente sulla formazione dei governi.

Il test elettorale di Secret Harbour

La visita di Hanson in Australia Occidentale assume un significato particolare in vista delle elezioni suppletive di Secret Harbour, in programma il 29 agosto.

One Nation candida Luke Herdegen, proprietario di una palestra ed ex campione di sollevamento pesi, nella speranza di conquistare il primo seggio del partito nella Camera bassa dello Stato.

Hanson ha dichiarato di non aver raggiunto un accordo sulle preferenze con il Partito liberale del Western Australia, ma ha espresso la volontà di collaborare con il leader dell’opposizione Basil Zempilas.

La consultazione è diventata un test nazionale per misurare se la crescita registrata da One Nation nei sondaggi possa tradursi in voti e seggi. La data del 29 agosto è stata confermata dalla Western Australian Electoral Commission dopo le dimissioni dell’ex ministro laburista Paul Papalia.

Il caso del candidato Herdegen

Durante la conferenza stampa successiva all’evento, Herdegen è stato interrogato su un vecchio messaggio pubblicato sui social nel quale aveva raccontato il proprio uso pesante di cocaina.

Il candidato ha spiegato che il racconto riguardava un periodo difficile della sua vita e che era stato reso pubblico per aiutare altre persone a cambiare, migliorando la propria salute.

Hanson ha ammesso di non conoscere i dettagli della vicenda, sostenendo di aver incontrato il candidato soltanto il giorno precedente dopo essere rientrata dall’estero.

L’episodio ha sollevato domande sul processo di selezione dei candidati di One Nation, proprio mentre il partito rivendica una maggiore preparazione rispetto agli errori e alle controversie che avevano caratterizzato alcune candidature del passato.

Una battaglia sull’identità australiana

Il confronto di Perth dimostra che il dibattito non riguarda soltanto i numeri dell’immigrazione.

Al centro c’è l’identità dell’Australia.

Hanson sostiene che una nazione possa essere multirazziale senza essere multiculturale: persone con origini differenti, ma riunite sotto un unico sistema di valori, comportamenti e regole.

I suoi oppositori ritengono invece che il multiculturalismo sia parte integrante dell’Australia moderna e che il Paese sia riuscito a costruire una società stabile proprio grazie all’integrazione di comunità provenienti da ogni parte del mondo.

La leader di One Nation nega di voler riportare indietro l’Australia alla White Australia policy. Le sue dichiarazioni continuano però a utilizzare la fine di quel sistema come punto d’inizio dei problemi migratori contemporanei.

È questa contraddizione ad alimentare lo scontro politico.

Hanson può respingere l’etichetta, ma dovrà spiegare con maggiore precisione dove finisca la legittima selezione migratoria basata sulla sicurezza e dove cominci una discriminazione generalizzata fondata sull’origine nazionale o sulla religione.

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