Maxifrode da 150 milioni tra Torino e Viterbo: usavano coop usa e getta per evadere il fisco

Una rete di società, consorzi, prestanome e professionisti, con il Fisco lasciato a pagare il conto e la concorrenza aggirata grazie a costi che le imprese regolari difficilmente avrebbero potuto sostenere. È il quadro tracciato dalla Procura di Roma al termine di una lunga inchiesta su una presunta maxifrode fiscale da circa 70 milioni di euro, partita nel 2019 e arrivata ora alla conclusione delle indagini preliminari. Ma il giro sarebbe ancora più esteso: in totale 150 milioni quelli sottratti all’erario.
Il lato oscuro delle coop
Al momento, risultano 21 gli indagati raggiunti dagli avvisi firmati dal pm Vincenzo Barba. Tra loro compare anche un consulente fiscale cinquantenne originario della provincia di Viterbo e con studio nel capoluogo. Le contestazioni, naturalmente, dovranno essere verificate nel prosieguo del procedimento e per tutti vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Secondo l’accusa, il meccanismo avrebbe consentito di sottrarre al Fisco decine di milioni attraverso società e cooperative dietro le quali si sarebbe mossa una rete di amministratori di fatto, rappresentanti legali e prestanome. Crediti inesistenti portati in compensazione, elementi passivi fittizi e mancati versamenti avrebbero permesso di alleggerire artificialmente il carico fiscale.
Tra le posizioni considerate più rilevanti figurano quelle di un consulente fiscale romano di 55 anni e di un coetaneo originario di Ascoli Piceno, indicato come amministratore di fatto di diverse realtà societarie. Nell’inchiesta compaiono anche un 69enne originario di Caltanissetta e due trentunenni che, per gli inquirenti, avrebbero assunto più volte il ruolo di legali rappresentanti. Uno di questi ultimi nato in Germania.
Il professionista viterbese è invece coinvolto in due contestazioni relative alla stessa cooperativa sociale, attiva nei servizi socio-educativi, nell’assistenza domiciliare ad adulti e ragazzi con disabilità fisiche e psichiche e nella gestione di un centro diurno. Secondo la ricostruzione accusatoria, il suo contributo al presunto meccanismo avrebbe riguardato un’evasione superiore a un milione e mezzo di euro.
Quando il “sociale” diventa dumping
È uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta. Il sistema, tuttavia, avrebbe interessato negli anni settori molto diversi: dall’assistenza alle persone all’agricoltura biologica, dal giardinaggio al trasporto merci, fino a immobiliare, traslochi e pulizie. Attività nelle quali un costo artificialmente più basso può trasformarsi rapidamente in un vantaggio competitivo ai danni di chi paga regolarmente imposte e contributi.
E il perimetro potrebbe essere ancora più ampio. Nella ricostruzione investigativa vengono richiamati altri filoni giudiziari tra Torino e Viterbo, relativi a un giro complessivo indicato in circa cento milioni e mezzo di euro.
I sequestri
Il tema torna d’attualità proprio nelle stesse ore con una distinta indagine della Guardia di Finanza di Roma. In questo secondo procedimento, tra Roma, Latina e Viterbo, un commercialista è finito agli arresti domiciliari e sono stati disposti sequestri per oltre 14 milioni di euro a carico di otto indagati.
Al centro, in questo caso, ci sono quattro cooperative consorziate che, secondo le Fiamme Gialle, avrebbero assunto solo formalmente 2.478 lavoratori, poi impiegati presso altre imprese attraverso appalti e distacchi ritenuti fittizi. Fatture false, crediti d’imposta inesistenti, Durc falsificati e società destinate a essere liquidate dopo avere accumulato debiti: un modello che le stesse forze dell’ordine definiscono di «dumping sociale ed economico».
Il danno, in casi simili, non resta confinato nei conti dello Stato. Ricade sui lavoratori privati delle tutele, sulle imprese che rispettano le regole e, alla fine, su chi le tasse invece le paga davvero.
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