Meglio i truffatori degli indignati che gli credono

12 Luglio 2026 - 09:35
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Ho grande considerazione per l’amicizia, il fatto che Scalfari avesse tradito per egotismo invidioso Arrigo Benedetti e Lino Jannuzzi mi ha sempre provocato un brivido di radicale insofferenza, se non di disprezzo. Sono vecchie storie del giornalismo di establishment italiano, ma istruttive, e per chi ne ha voglia basta informarsi sulle circostanze. Con Ripa di Meana, al quale poi ho portato fino alla fine un affetto riconciliato e ricambiato, ebbi una lite furiosa quando tradì Craxi per Di Pietro, che allora faceva paura e risultava un credibile giustiziere per un’opinione pubblica indecente e benpensante, come spesso accade all’opinione universale quando si chiude come una cappa di ignominia sulle sventure pubbliche e private di chi cade. Ho anche molta considerazione per la politica, che una mentalità realista e liberale conosce come quella cosa che è inseparabile da un certo grado, più o meno alto e più o meno di qualità, di corruzione o corruttela. Non mi indigno, non rido e non piango, cerco spinozianamente di intelligere. Nella vita sono stato fortunato: prima o poi il moralizzatore da quattro soldi del momento è stato moralizzato, e il credulone cretino che aveva imbastito la resa della ragione di fronte al sentimentalismo presunto dell’onestà-tà-tà si è ritrovato denudato, o meglio in mutande. Non voglio peccare di amour propre, ché sennò Marcenaro mi scaglia contro un aforisma di La Rochefoucauld, ma morirò nella certezza assiomatica che indignazione è l’altro nome della stupidità.

Ho fatto per tempo una scelta netta: tra il truffatore e l’indignato speciale tifo per la gloria del primo e per la rovina del secondo. L’indignazione, con annessa scorta di stato, strage d’amore, sondaggio narcisista, denuncia della censura e ipocrisia della falsa amicizia, e sono ingredienti di stretta attualità per chi si sia informato sul caso Ranucci-Lavitola, è una truffa al quadrato. E anche la peggiore, perché consegna allo status della minorità mentale e della subcultura del piazzapulitismo una brava e buona genia di fessi, fessissimi, come il popolo dei fax, come quelli con le torce sotto il Palazzo di giustizia di Milano, come gli indimenticabili girotondini, come i degustatori di “Report” e del suo giro stretto dal quale non vorremmo mai escludere anche il cittadino camerunense neomelodico che serviva in tavola le bufale e il sauté al Bistrot Cefalù. Chi ti spaccia per onestà il fango quotidiano e altro materiale organico ha in fondo il rango dell’incantatore, ma sono altamente detestabili gli incantati, quelli che magari deridono la fede dei semplici ma credono alle balle più complicate, si lasciano trascinare, idoleggiano, sono pronti per il prossimo sondaggio al sapore di orata con le patate al forno.

Con Lavitola, che mi è proprio simpatico e non merita l’amicizia interessata, abbiamo fatto progressi. Nella stagione immortale di Mani Pulite al posto di una pescheria di Monteverde vecchio e una bomba che non doveva fare male ad alcuno, anzi, campeggiavano una Mercedes e una scatola da scarpe per la restituzione di un prestito da toga a faccendiere, e l’Italia, questo meraviglioso luogo di delizie per truffatori di ogni specie, ma sopra tutto per gli spacciatori della polvere bianca dell’indignazione, è rimasta appesa per decenni a quei simboli della derelitta questione morale, e ancora vivacchia su quella scia, come ha dimostrato sabato qui la rassegna dei mozzorecchi moralizzati stilata da Cerasa.

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