Meloni inciampa sulla legge elettorale. Opposizioni all'attacco, ma sul “dopo” spuntano le sfumature

15 Luglio 2026 - 09:15
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Testardamente contrari alla legge elettorale disegnata dal centrodestra; testardamente contrari e uniti nel “no” come Pd, prima, e testardamente contrari e convinti, poi, come Avs, Più Europa, Iv e il leader ed ex premier M5s Giuseppe Conte – che parla immediatamente dopo la bocciatura nel segreto dell’urna, per un solo voto, dell’emendamento sulle preferenze presentato da FdI-Nm e Udc – che l’appello-sfida lanciato dalla premier Giorgia Meloni alle opposizioni (“metteteci la faccia”) si sia ribaltato a specchio sulla maggioranza. Il concetto è: mettetecela voi, la faccia. 

E testardamente uniti lo dicono tutti, nell’opposizione: andate a casa, anche se il Pd di Elly Schlein non usa proprio le stesse parole di Conte (che auspica subito la salita al Colle come Matteo Renzi, Angelo Bonelli e Riccardo Magi), legando intanto lo schiaffo alla premier a quello minacciato contro la parità di genere, punto-chiave espresso dalla segretaria dem alla riunione congiunta dei gruppi dem precedente al voto: “Questo è un voto contro l’arroganza di Giorgia Meloni, una leader donna che, per difendere il suo potere, era pronta a schiacciare quello delle altre donne”, dice infatti Schlein: “Diamo il tempo ai colleghi di prendere atto che hanno fallito e che è il momento di ritornare a casa, per dare finalmente al paese un governo in grado di risolvere i problemi di milioni di italiani”. Anche il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia non si concentra tanto sull’eventuale salita al Quirinale quanto sul fatto che la maggioranza sia “molto più divisa di quello che è stato raccontato” e che “la forza delle opposizioni risieda nella convinzione comune che questa riforma della legge elettorale sia irricevibile. L’emendamento di FdI sulle preferenze è stato il tentativo di tenere insieme una maggioranza che sta insieme solo per il potere, una sorta di contratto di sopravvivenza. A questo punto la maggioranza non c’è più e Meloni dovrebbe prenderne atto e andare a casa”. Alcuni leader dell’opposizione escono da Montecitorio per partecipare al sit-in “per la democrazia”, contro la legge elettorale, organizzato da Riccardo Magi. E i franchi tiratori — visti dal lato del Pd testardamente contrario alle legge elettorale, in accordo per una volta con tutti gli alleati anche se in un campo largo in cui, in questi giorni (vedi alla voce Ucraina), si è resa difficile l’ottemperanza al concetto del “testardamente unitari” tanto caro alla segretaria dem — svelano no non soltanto le crepe nel centrodestra, ma anche le sfumature di toni nell’opposizione. Ma, al mattino, il Pd testardamente contrario alla legge aveva trovato convergenza con il M5s proprio sulla proposta per l’indicazione di uno o due nomi con vincolo di genere. Ed era stata Schlein, durante la riunione dei gruppi, a insistere sul punto, come la capogruppo dem alla Camera Chiara Braga. Nessun Aventino, nessuna uscita dall’aula viene decisa nei vari incontri bilaterali tra i leader. Più che una linea, è un “muro”, ripetono i deputati dem. Nel primo pomeriggio, a monte del voto, l’incognita fa pensare, in alcune aree del Pd, qualcosa che non si può dire, visto che si è testardamente contrari: che con le preferenze non sarebbe certo il Pd a essere danneggiato, quanto altri alleati (nel senso, dice un dem, “che il Pd i voti sul territorio li ha”, come plasticamente testimonia il passaggio nelle ore cruciali del deus ex machina schleiniano degli accordi locali Igor Taruffi). Intanto, la premier sembra aver chiamato in causa proprio lei, la segretaria dem: “Oggi si voterà l’emendamento, proposto da FdI e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto”, dice il post di sfida di Meloni: “A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto”. Ma a quel punto è già partito il grido unanime: “Vergogna”, dice anche il capogruppo calendiano Matteo Richetti. “Legge irricevibile e inemendabile”, ripetono all’unisono Schlein e Braga. Passa un’ora, due, tre. C’è l’incognita, ma è subito sera. E con la sera arriva, sì, la bocciatura, ma arrivano anche, dalle due parti, Meloni di qua e Schlein di là, le mille diverse sfumature (Colle, sì, forse, ma quando e come?).

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