Meloni pensa già alla tagliola della Corte sulla legge elettorale
Votare, oh-oh. Il blu lo dipinge la Consulta e il cielo è trapuntato di urne. Si preparano alle elezioni (a maggio), ma le esorcizzano con il lunario, il calendario, il meteo: che elezioni che fa. Il ministro Pichetto gira la clessidra e spiega: “Valuteremo a febbraio se votare a maggio o a novembre. Dipende da Trump, da come va l’economia”. Non è arrivato Natale e sta per saltare la Pasqua. Dice Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera, di FdI: “Alla fine si può fare l’election day, oppure si va al voto a scadenza naturale”. La cronaca è superata dalla profezia. Si vota la fiducia a tre articoli della legge elettorale e Giuseppe Conte annuncia che “bisogna accelerare con le primarie”. Siamo passati dal possibile sabotaggio alla sorte del Melonellum che ora passa dalla Corte Costituzionale. Rosso di sera e gazebo (a sinistra) si spera.(Caruso segue nell’inserto I)
La sentenza della Corte Costituzionale è attesa per il 12 febbraio, mentre le primarie del centrosinistra verrebbero fissate a fine mese. Si scommette sulla sentenza additiva. Le possibilità sono due: la Corte cassa l’indicazione del premier (rendendo superflue le primarie) o cassa la parte sulla raccolta delle firme, che fa soffrire gli Onorato e i Ruffini. E se invece la legge la passa liscia? Ahi. Domandiamo a Giovanni Donzelli, il folletto della destra, di Meloni: sicuri che la legge (domani ci sarà il voto decisivo in Aula) supererà la tagliola della Corte? Donzelli, che segna l’ora esatta della destra, il Pendolo di Donzelloult, risponde: “Cavolate. L’indicazione del premier c’era anche la scorsa volta. La legge passerà”. E andrete al voto a maggio? “Io propongo la data del mio compleanno: il 28 novembre del 2027”. E’ da settimane che dissimulano per non far irritare Salvini e Tajani che ormai cita Gramsci (anche lui è presente in Aula).
I cronisti chiedono a Galeazzo Bignami, il nocchiero di questa legge, perché gli alleati si oppongono a maggio, e Bignami, che ha la grazia del dire, senza dire, si limita al “forse i nostri alleati vogliono sistemare la loro casa, arrivare al meglio”. E’ quasi scomparsa la Lega, anche sui giornali, tanto che Fabrizio Sala, di Forza Italia, vuole notizie da Andrea Crippa, che era il vice di Salvini: “Ma Romeo, che fine ha fatto?”. Sono già parlamentari di luna calante. Hanno l’angoscia di vedersi scavalcare alle elezioni da assessori regionali, da sindaci, perché anche Schlein ha intenzione di fare alla Meloni: correre capolista in cinque seggi e scatenare la battaglia delle preferenze. Gianni Cuperlo, l’uomo dalla parola esatta e con un libro in mano (quello di Federico Fornaro, Ventotene), precisa che questa potrebbe essere la terza legge elettorale “riscritta” dalla Consulta, perché “la governabilità sarà pure un principio per Meloni, ma non è un principio costituzionale”.
Sono i giorni della paura: il governo ha paura di andare sotto e precetta perfino Nordio (che non rinuncia al suo bianchino), i giornali hanno paura di perdere la notizia, che fa perdere sempre la bussola, impedisce l’originalità. Il quesito riguarda Vannacci: ma sta scendendo? Pichetto, che la provincia la conosce, osserva: “Vi faccio notare che in Brasile i sondaggi non ci hanno preso. Io tutti questi vannacciani non li vedo…”. La scena al momento se la prende la sinistra. In un angolo, è già un documento che fa storia, si apparta Igor Taruffi insieme a un Sandokan di Conte,uno dei suoi collaboratori. Lo strepitoso Giulio Tremonti, che quando Taruffi tirava calci al pallone e cantava La Locomotiva, scriveva leggi di Bilancio, avvisa: “Staranno facendo la lista dei sottosegretari o preparando il prossimo Cdm”. Lo sanno anche i Grilli che Conte desidera fare il presidente della Repubblica, passando per la presidenza del Senato e non avere Schlein a Chigi. Per arrivare al suo scopo sta pensando ancora a una figura terza, a Gualtieri, e fa il pretermesso anche con la sua ambizione, fa il Conte poverello: “Per il bene della coalizione, io posso anche farmi da parte”.
Claudio Mancini, l’acatapano di Roma, l’amico di Gualtieri, accarezza davvero l’idea che un giorno, come Dante, lui, Roberto e Beppe Vacca possano essere presi da incantamento… Mancini ha cambiato anche l’abito e dice scherzando: “Sono il Fazzolari di Gualtieri”. Sia Conte sia Gualtieri stanno lasciando a Schlein la parte della disposta a tutto, tanto che tocca a Enzo Amendola, l’ex ministro di Conte, difenderla: “Ha tutto il diritto di andare a Chigi”. E vince anche le primarie? “Certo che le vince, fidatevi”. E se non servisse indicare il premier? Se la Corte dovesse bocciare la legge? Amendola scoppia allora in una risata: “Dite che dobbiamo restituire i soldi delle primarie?”.
Dei soldi, veri, se ne occupa il solito Giorgetti, che sta per partire, in direzione Bruxelles, chiedere all’Ecofin flessibilità (si rinnova lo sconto accise). E’ Giorgetti che si occupa di aritmetica, questa preziosa scienza che consola la sinistra: “Se facciamo la somma, noi vinciamo”. Basterà? Sicuri? A destra stanno prendendo fiato. Ricorda Rampelli parlando di Vannacci: “La politica è una maratona, non è una corsa per centometristi. E non basta l’aritmetica”. Ricorda ancora quando FdI era al tre per cento e non riusciva a raccogliere le firme in Alto Adige: “Era inverno e faceva freddo”. In FdI guardano già al dopo e più che Schlein riflettono sulla figura di Franco Gabrielli. Ci vedono chiaramente la mano di Mattarella, il “partito del potere”. E’ Gabrielli la figura che, alla fine, potrebbe… Si fa presto a dire vincere. Pensa Francesco Bonifazi che il potere lo ha avuto in mano e che a Palazzo Chigi poteva mettere i piedi sul tavolo: “Se non facciamo cagate, si vince, ma temo che si faranno e dunque meglio votare presto”. La vera fiamma di Meloni è il calendario.
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