Messi ha stravinto contro Cristiano Ronaldo, ma non contro Maradona: Leo esaltato da sistemi perfetti per lui, Diego vinceva da solo in squadre normali
Il dibattito tra Messi e CR7 non c'è più, ma quello con Maradona? La risposta negli occhi di chi ha visto El Pibe.
Tempi storici, verbali. Tempi di gioco. C’é Leo, c’è stato Cristiano, c’era Diego e c’era una volta Maradona. Si parte con il presente, concedendosi appena al passato prossimo. Ogni quattro anni, a ogni Mondiale, tornava la stessa sfida: chi è meglio, Messi o Cristiano Ronaldo?
Stavolta no. Quella domanda l'ha già archiviata il campo: da tempo Messi ha stravinto e nessuno ha più voglia di rimetterla in discussione. Dibattito chiuso.
Il passato remoto custodisce invece l'altra sfida, quella che nessun trofeo può sigillare perché si gioca con la macchina del tempo: Messi o Maradona? La risposta vera può darla solo chi Diego l'ha visto. Visto con gli occhi, non ricostruito su YouTube o sulle statistiche di Opta.
Bisogna essere nati prima del 1980, avere avuto almeno una decina d'anni quando Maradona ha cominciato a piegare il calcio alla sua volontà. Solo a quell'età si comincia a capire almeno qualcosa di pallone, se non ancora di vita e di mondo.
Diego vinceva da solo: un Napoli mai stato campione d'Italia lo diventò grazie a un uomo in mezzo a undici; un'Argentina modesta vinse il Mondiale '86 perché lui la trascinò per la maglia albiceleste, partita dopo partita. Non era un sistema a esaltarlo: era lui a crearlo, da solo, con compagni normali. Messi è un genio assoluto — diciannove goal mondiali, un'eleganza che è arte purissima — ma ha vinto dentro sistemi perfetti costruiti attorno a lui, dai Barcellona di Guardiola e Luis Enrique alla Selección di Scaloni. Invece vedere una squadra normale diventare invincibile per la sola presenza di Maradona è stata una sensazione impressa negli occhi, non nei numeri.
C'è poi l'uomo fuori dal campo: Diego generoso fino all'eccesso, un familiare per Napoli e per Buenos Aires più che un campione lontano. Era sociale, non social. E la differenza non è minima — forse proprio per questo è stato troppo permissivo con sé stesso, fino ai vizi che lo hanno consumato. Messi vive protetto dentro un giusto rispetto fondato anche su un regolamento diverso: Maradona veniva massacrato di botte e vinse comunque, senza VAR né tutele.
A quarant'anni da Mexico '86, Diego viene ancora celebrato come una divinità. Lo racconta Jorge Valdano in un articolo titolato «El juego infinito», qualche giorno fa sul quotidiano spagnolo “El País”: la vera sinfonia della leggendaria vittoria sull'Inghilterra non fu la «mano de Dios», ma il secondo goal. Quella corsa mitologica partendo da centrocampo, dribblando mezza squadra prima di depositare il pallone in rete. Il goal più bello della storia e dei Mondiali.
E tra chi ha avuto la fortuna anagrafica di ammirarli entrambi, nessuno azzarda il paragone a favore di Leo. Chi ha visto tutti e due, sa. I confronti storici si fanno con le memorie visive, non con i byte. Bisognava esserci, in quella favola. Quando c'era Diego e c'era una volta Maradona.
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