Nel Mare Adriatico c’è sempre meno pesce, il 90% degli stock ittici è sovrasfruttato

La Goletta Verde di Legambiente ha fatto tappa in Friuli Venezia Giulia accendendo i riflettori sullo stato di salute del Mar Adriatico, un mare sempre più caldo, impoverito dal sovrasfruttamento delle risorse ittiche e sottoposto a pressioni crescenti sugli ecosistemi marini e costieri.
Nel porto di Grado, insieme ai ricercatori dell’Università di Udine, la campagna ambientalista ha portato in acqua un drone marino per monitorare alcune aree di fondale ricche di vegetazione, in particolare le praterie sommerse di Cymodocea nodosa. Si tratta di fanerogame marine molto diffuse nell’Alto Adriatico, fondamentali per gli habitat costieri, ma sempre più vulnerabili alla crisi climatica, alla perdita di habitat e alle trasformazioni degli ambienti lagunari.
La dimostrazione ha permesso di rilevare una popolazione di Cymodocea nodosa in espansione e in buone condizioni ecologiche. Un segnale apparentemente positivo, che tuttavia va letto con cautela: la diffusione delle fanerogame si inserisce infatti in un processo più ampio di marinizzazione della laguna e di cambiamento ecologico legato alla crisi climatica e alle trasformazioni globali, che richiede monitoraggi costanti.
Il drone utilizzato rientra tra le tecnologie sviluppate nell’ambito del progetto di cooperazione territoriale Interreg Italia-Croazia Brigantine, dedicato al monitoraggio ambientale e alla conservazione della biodiversità marina, di cui l’Università di Udine è partner insieme ad altri enti di ricerca. Nel corso della mattinata sono state impiegate anche imbarcazioni autonome di superficie, Asv, strumenti capaci di raccogliere dati ambientali in modo efficiente e sostenibile, con il supporto di UniUd Sailing Lab, la barca laboratorio dell’ateneo friulano.
«Le tecnologie digitali e non invasive – dichiara Stefano Raimondi, portavoce nazionale di Goletta Verde e responsabile nazionale biodiversità di Legambiente- sono un ausilio fondamentale per conoscere e pianificare le azioni per la salvaguardia di flora e fauna a rischio e raccogliere dati sempre più precisi sullo stato di salute di questi ecosistemi monitorandone l’evoluzione nel tempo. La dimostrazione fatta ieri con Goletta Verde e l’Università di Udine ne è la prova tangibile. Bisogna, però, ricordare che la tecnologia non può risolvere tutti i problemi, è un’alleata preziosa, ma accanto a lei occorre mettere in campo interventi e politiche concrete finalizzate alla tutela e alla valorizzazione della natura».
Il punto, per Legambiente, è che il Mediterraneo – a partire dall’Adriatico – sta entrando in una fase di forte stress ambientale. Nel giugno 2025 il Mar Adriatico ha registrato una temperatura media superficiale di circa 24,1°C in modo quasi uniforme, con valori meno elevati solo nella porzione più orientale lungo le coste tra Montenegro e Albania. Il riscaldamento del mare si accompagna alla perdita di habitat e a un forte sovrasfruttamento delle risorse ittiche: il 90% degli stock risulta sovrasfruttato.
L’Adriatico è inoltre un’area intensamente utilizzata dalla pesca a strascico e dalle reti da posta, anche per le sue caratteristiche morfologiche, con fondali molli e privi di asperità. A questo si somma il problema delle catture accidentali, il bycatch, che coinvolge specie vulnerabili o protette da convenzioni internazionali e rappresenta anche un danno economico per i pescatori, i cui attrezzi possono essere danneggiati da queste interazioni.
«Per questo lanciamo un appello ai decisori politici ricordando come il Mar Mediterraneo, a partire dal Mar Adriatico, si stia facendo sempre più caldo, sia sempre più a rischio di perdita di habitat e a sovrasfruttamento delle risorse ittiche richiedendo, pertanto, un indispensabile rafforzamento delle politiche di tutela e ripristino degli ecosistemi marini. Proteggere il mare significa investire nel futuro delle comunità costiere, della pesca sostenibile e della resilienza dei territori agli effetti della crisi climatica», aggiunge Raimondi.
Le tecnologie testate a Grado mostrano però anche una strada possibile. Durante l’estate 2025, la strumentazione sviluppata nell’ambito del progetto Brigantine è stata sperimentata per valutare lo stato ecologico degli ecosistemi sommersi in tre aree dell’Alto Adriatico: la laguna di Grado e Marano, in Friuli Venezia Giulia; la laguna di Šćuza, in Croazia; e la riviera del Conero, nelle Marche.
Dalle immagini raccolte sono stati calcolati indici vegetazionali, parametri che combinano informazioni provenienti da diverse bande di luce e permettono di valutare lo stato di salute delle piante, individuando eventuali segnali di stress o degrado. I risultati hanno consentito di distinguere tra praterie continue e ben strutturate, più orientate al mantenimento dei tessuti e alla resistenza alle perturbazioni, e praterie discontinue, caratterizzate da copertura più frammentata e maggiore vulnerabilità agli stress ambientali.
«L’esperienza maturata nell’ambito del progetto BRIGANTINE – dichiara prof Sabina Susmel coordinatrice di progetto dell’Università di Udine (lead partner) - dimostra come l’integrazione tra piattaforme autonome, sensoristica multiparametrica e tecnologie multispettrali rappresenti uno strumento efficace per il monitoraggio ambientale degli ecosistemi marini e costieri. La possibilità di acquisire simultaneamente dati biologici, chimici e fisici consente una comprensione più approfondita dei processi ecologici che regolano gli habitat sommersi, supportando attività di ricerca, conservazione e gestione sostenibile delle risorse marine».
La coerenza tra i dati raccolti con analisi multispettrale e quelli ottenuti attraverso i metodi tradizionali – basati sul campionamento della vegetazione e su successive analisi di laboratorio – conferma l’utilità di questi strumenti per rendere il monitoraggio più rapido, comparabile e meno invasivo.
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