No, la missione italiana in Arabia Saudita non equivale a partecipare alla guerra

01 Agosto 2026 - 07:50
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La presenza di 400 militari italiani in Arabia Saudita, inviati a marzo per contribuire alla sicurezza del Mar Rosso, viene oggi denunciata dalle opposizioni – il Pd ha chiesto “chiarimenti urgenti” – nel timore che possa implicare una partecipazione alle iniziative belliche americane contro l’Iran. Ma non è una missione nuova. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ricorda che il 5 marzo il Parlamento aveva autorizzato il dispiegamento di sistemi di difesa aerea e antimissile nella regione del Golfo e che a luglio le commissioni di Senato e Camera hanno prorogato le missioni, includendo l’Arabia Saudita. Il governo ha riferito più volte alle Camere e i vertici militari sono stati ascoltati in Parlamento. Sostenere oggi che le Camere fossero all’oscuro significa ignorare atti e votazioni già avvenute.

Difendere la libertà di navigazione negli stretti significa tutelare un principio del diritto internazionale e un evidente interesse nazionale. Gli errori di Donald Trump possono aver indebolito questi obiettivi, ma non li rendono meno validi. L’Italia ha interesse a contribuire allo scudo costruito dai paesi arabi sunniti contro la minaccia iraniana: un asse anti-Teheran dal quale dipendono la stabilità dell’area, la sicurezza delle rotte commerciali e le forniture energetiche europee. Non significa entrare in guerra, ma aiutare paesi alleati a difendersi da missili, droni e attacchi. Servono prudenza e cautela. Ma non sono ragioni per denunciare un’inesistente partecipazione italiana alla guerra o per trasformare in omissione ciò che è stato autorizzato. Su temi di sicurezza nazionale, ha ragione Crosetto, il confronto dovrebbe svolgersi nel merito, con serietà e pacatezza. Servirebbe anche sostegno ai militari italiani, impegnati in uno scenario difficile. Il fatto che l’Italia non sia in guerra e non voglia entrarvi non significa che debba rinunciare a difendere i propri interessi. La solidarietà alle forze armate dovrebbe essere un valore nazionale comune, non inquinato dalla propaganda.

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