Non solo Islanda, tutti i referendum sull’UE e i loro esiti (vittorie e sconfitte tra paure e presunte convenienze)
Bruxelles – Non solo Islanda. Il voto del 29 agosto che ha detto ‘no’ alla ripresa dei negoziati di adesione all’UE, bocciando di fatto il progetto di integrazione, non è l’unico voto contrario all’idea di Europa unita, è soltanto l’ultimo di una lunga saga di voti popolari che in alcuni Paesi hanno visto lo scollamento tra popolazione e classe politica e censure per l’UE e l’idea di abbracciarla.
Referendum sull’Europa, una storia lunga oltre 50 anni
Il primo voto popolare indetto in materia di Europa risale al 1972: in quell’occasione in gioco c’era il primo allargamento dell’allora Comunità economica europea (CEE). I candidati erano quattro: Danimarca, Irlanda, Norvegia e Regno Unito. Si votò in questi quattro Paesi più la Francia, unico dei Paesi fondatori e membri della CEE (Italia, Francia, Germania ovest, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi) chiamati a esprimere un vero e proprio diritto di veto: un ‘non’ francese avrebbe di fatto bloccato ogni ingresso. I francesi ‘concessero’ ai candidati di entrare, che entrarono ad eccezione della Norvegia. Il ‘no’ dei norvegesi all’adesione alla CEE risulta il primo ‘no’ al progetto di integrazione della storia.
Di tutti i candidati solo il Regno Unito non chiamò i cittadini alle urne. Ma sulla scia dello shock energetico e petrolifero che seguì alla guerra dello Yom-Kippur tra Israele e Paesi arabi produsse ripercussioni sull’economia del Regno, che scelse di indire un referendum per decidere se restare nella CEE. I britannici dissero ‘sì. Era il 1975. Nel frattempo (1972), con referendum, la Svizzera approva gli accordi commerciali con la CEE. E’ questo l’inizio del percorso elvetico di avvicinamento all’Europa unita, ma in posizione ibrida.
L’uscita della Groenlandia e il ‘no’ danese alle regole economiche: gli anni Ottanta
Non c’è solo il Regno Unito ad aver rimesso in discussione il progetto di integrazione comunitario. L’adesione della Danimarca nel 1972 fu viziata dal voto contrario degli elettori della Groenlandia, territorio autonomo del regno di Danimarca. Quando nel 1979 il partito euroscettico Siumut vinse le elezioni locali, il governo groenlandese indisse un referendum per chiedere se gli elettori della sola Groenlandia volessero continuare a far parte della CEE: il voto del 23 febbraio 1982 sancì il primo episodio di recesso dall’Europa unita.
Gli anni Ottanta videro però come contraltare all’abbandono groenlandese il sostegno popolare all’Atto unico europeo, il trattato che pone l’obiettivo di superare le logiche CEE di carbone e acciaio e creare un vero proprio mercato unico europeo. A febbraio 1986 e a maggio 1987 gli elettori di Danimarca e Irlanda danno rispettivamente la propria benedizione. Il 18 giugno 1989 tocca gli italiani dire ‘sì’ ad una nuova idea di Europa: il referendum consultivo che chiede di “procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri” ottiene l’88 per cento di ‘sì’. E’ questo il primo e fin qui unico referendum statale di indirizzo nella storia dell’Italia repubblicana.
Gli anni Novanta tra euro-entusiasmo e nuove bocciature
Gli anni novanta portano con sé altri refendum relativi al progetto di integrazione: nel 1994 si materializza il nuovo allargamento dell’UE, con l’affermazione del ‘sì’ al voto popolare in Austria, Finlandia e Svezia. Ma nello stesso anno la Norvegia boccia per la seconda vota l’idea di entrare a far parte dell’Europa unita: il 28 novembre 1994 il 53 per cento degli aventi diritto chiude le porte all’UE. E’ un voto negativo che si somma a quello danese del 2 giugno 1992, quando i cittadini bocciano il trattato di Maastricht con le sue regole in termini di conti pubblici (regole di deficit e debito). Si tema eccessiva perdita di sovranità, e serviranno modifiche e nuove campagne di informazione per permettere di ottenere il via libera, sempre su referendum, un anno dopo (18 maggio 1993). Lo stesso trattato di Maastricht è oggetto di referendum in Francia e Irlanda (1992) dove supera la prova delle urne.
Nel 1997 si registra anche la bocciatura della Svizzera all’idea di Unione europea: i cittadini chiedono di non avviare i negoziati di adesione, affossando ogni possibilità di allargamento alla confederazione elvetica. L’UE può consolarsi con i referendum in Irlanda e Danimarca del 1998, che approvano il trattato di Amsterdam e le novità che introduce l’accordo in materia di integrazione politica.
‘No’ all’euro, ‘no’ alla Costituzione UE e nuovo allargamento: gli anni Duemila
La storia di ‘sì’ e ‘no’ all’UE continua anche nel decennio successivo: il 28 settembre e il 14 settembre 2003 Danimarca e Svezia indicono un referendum per l’adozione dell’euro, e in entrambi i casi si registra la bocciatura per la moneta unica. Il 29 maggio e l’1 giugno 2005 arrivano invece gli ‘schiaffi’ elettorali dei cittadini di Francia e Paesi Bassi, membri fondatori dell’UE, all’idea di Costituzione europea (che supera invece i referendum in Spagna e Lussemburgo dello stesso anno). I no di Francia e Paesi Bassi costringono ad abbandonare il progetto e rivederlo in sede comunitaria: è questa la genesi per il trattato di Lisbona del 2007, accordo inter-governativo che non evita però un referendum in Irlanda. Bocciato nel 2008, un secondo referendum nel 2009 permette approvazione e ratifica.
Il 2003 vede comunque il voto favorevole dei cittadini di Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria all’adesione all’UE, per quello che sarà il grande allargamento del 2004. Un avvenimento importante, che ridisegna confini e scenari.
Scontro con la Grecia, immigrazione in Danimarca e Brexit: gli anni 2010
Cittadini al voto sull’Unione europea anche nel decennio successivo, dove a mettersi in mostra è ancora una volta la Danimarca. Il referendum del 3 dicembre 2015 boccia la possibilità di rinunciare alle deroghe in materia di giustizia e affari interni. I danesi restano ‘padroni’ della loro misure penali e di immigrazione. Il voto viene anticipato dal referendum a San Marino sull’adesione all’UE (20 ottobre 2013) che vede non premiata l’Unione europea.
I voti negativi più significativi sono però in Grecia e in Regno Unito: il 5 luglio 2015 i greci votano contro l’accordo per i prestiti internazionali volti al superamento della crisi economica, aggravando la crisi politica con i partner europei, mentre il 23 giugno 2016 il referendum sulla permanenza nell’UE del Regno Unito non passa, segnando l’uscita di uno Stato membro per la prima volta nella storia del processo di integrazione. I referendum dall’esisto positivo sull’adesione della Croazia (2012) e sull’adesione del patto di bilancio (fiscal compact) in Irlanda (2012) sono poca cosa rispetto alle bocciature.
Gli ultimi anni: i voti all’insegna della convenienza
Fin qui è facile capire come la storia dei referendum sull’UE sia legata alle situazione Paese specifiche: nel corso degli anni il voto popolare ha seguito la logica degli interessi economici, politici e strategici più che il sentimento europeo ed europeista. L’UE nasce dalla voglia di creare qualcosa di nuovo, più florido e più sicuro, dal mondo devastato dalle guerre mondiali. Ai fondatori si sono uniti Paesi con lo stesso desiderio. In estrema sintesi, si è sempre guardato all’UE come opportunità. Chi si trovava in una situazione di maggiore ricchezza economica e maggiore sicurezza interna si è spesso permesso di restare al di fuori dell’UE. E’ il caso di Norvegia, Islanda, San Marino e, in ultima battuta, anche dell’Islanda. E’ il caso del Regno Unito, che ha deciso di dire ‘addio’ convinta di non avere più bisogno dell’UE
L’allargamento a est si è avuto per convenienza storica e politica: i Paesi ex satelliti dell’URSS uscivano dalla disgregazione del sistema sovietico con economie arretrate e la voglia di acquisire più indipendenza e maggiore sicurezza. Fu povertà e insicurezza a guidare governi e popoli, come lo è stato negli ultimi anni: il referendum del 2024 per l’adesione votato in Moldova si spiega per la voglia di affrancarsi dalle ingerenze russe e ricevere i generosi contributi europei utili al rilancio economico e sociale. Il referendum tenuto in Danimarca l’1 giugno 2022 con cui si è deciso di rinunciare alle deroghe di partecipazione alla politica estera comune si spiega con il mutato contesti internazionale fatto di nuove tensioni e crescenti incertezze.
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