Non solo stomaco: il mal di mare nasce anche nel cervello. Studio italiano promette cure per la cinetosi senza farmaci

03 Agosto 2026 - 14:40
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Non solo stomaco: il mal di mare nasce anche nel cervello. Studio italiano promette cure per la cinetosi senza farmaci

Per la prima volta l’attività elettrica cerebrale è stata studiata durante una reale navigazione marittima a bordo di Nave Italia della Marina Militare. La ricerca apre nuove prospettive nella comprensione della cinetosi e delle strategie non farmacologiche per affrontare gli ambienti instabili

Torino, 3 agosto 2026 – Il mal di mare potrebbe nascere anche da un dialogo complesso tra cervello, postura e ambiente. È questa la prospettiva esplorata da uno studio italiano pubblicato sulla rivista internazionale di Springer Nature: Sport Sciences for Health, che ha analizzato l’attività cerebrale di marinai professionisti durante una vera navigazione in mare aperto.

La ricerca, dal titolo “Electrocortical activity across postural conditions during real-world sea navigation in mariners with motion sickness susceptibility”, è stata realizzata da Marco Ivaldi, Luisa Pizzigalli, Giovanni Cugliari, Valentina Frison e David Conversi.

Lo studio nasce da una domanda semplice ma ancora poco esplorata: che cosa accade al cervello quando il corpo deve adattarsi a un ambiente in continuo movimento?

Finora gran parte degli studi sulla cinetosi – il disturbo comunemente chiamato mal di mare, ma che comprende anche mal d’auto, mal d’aria e cybersickness legata alla realtà virtuale – è stata condotta attraverso simulatori o ambienti controllati. Questo lavoro ha invece scelto un approccio ecologico: osservare il cervello direttamente nelle condizioni reali in cui il problema emerge.

Un laboratorio in mezzo al mare

La ricerca è stata condotta a bordo di Nave Italia, il più grande brigantino al mondo, di proprietà della Marina Militare italiana, durante una navigazione reale. I ricercatori hanno registrato l’attività elettroencefalografica (EEG) di nove membri del personale della Marina con una storia precedente di suscettibilità al mal di mare.

I partecipanti sono stati studiati in diverse condizioni con l’obiettivo di comprendere come diverse strategie posturali e attentive potessero essere associate a differenti configurazioni dell’attività corticale durante la navigazione.

Il cervello non reagisce allo stesso modo in tutte le condizioni

I risultati mostrano che le diverse condizioni posturali e operative sono associate a differenti profili dell’attività elettrica cerebrale. In particolare, la posizione supina con occhi chiusi ha mostrato la minore ampiezza globale del segnale EEG, mentre i compiti di destrezza fine hanno evidenziato i valori più elevati di potenza nelle diverse bande di frequenza cerebrale analizzate.

Questo risultato è particolarmente interessante perché richiama un principio noto nel controllo motorio: quando il cervello è impegnato in un compito attivo e orientato verso un obiettivo, modifica il proprio livello di attivazione rispetto alle condizioni passive.

Un esempio concreto è proprio il compito con il cubo di Rubik, scelto perché simile ad alcune attività operative che possono essere svolte dai marinai durante la navigazione, come attività di controllo, pianificazione o interventi tecnici di precisione.

Una nuova prospettiva sul mal di mare

La cinetosi è generalmente interpretata come conseguenza di un conflitto tra informazioni sensoriali provenienti da diversi sistemi: vista, apparato vestibolare e segnali provenienti dal corpo. Quando questi sistemi forniscono informazioni non perfettamente coerenti, il cervello deve elaborare una situazione complessa di adattamento.

Comprendere come il cervello modifichi la propria attività durante il movimento potrebbe aiutare a sviluppare nuove strategie di gestione del disagio, non necessariamente basate solo sull’utilizzo di farmaci.

“Il nostro interesse nasce dall’idea che il malessere da movimento non sia soltanto un fenomeno periferico, ma coinvolga profondamente i processi di integrazione cerebrale – spiega Marco Ivaldi – Studiare il cervello in condizioni reali significa avvicinarsi maggiormente a ciò che accade nella vita quotidiana, quando il corpo deve adattarsi continuamente all’ambiente”.

Dalla navigazione allo spazio, dalla realtà virtuale allo sport

Le possibili applicazioni future sono molteplici. La comprensione dei meccanismi cerebrali legati all’adattamento in ambienti instabili può interessare non solo il settore marittimo, ma anche ambiti come astronautica, realtà virtuale, medicina occupazionale e scienze dello sport. Astronauti, piloti, operatori in ambienti estremi e atleti possono infatti trovarsi in situazioni dove il rapporto tra movimento, equilibrio e percezione dello spazio diventa determinante.

Gli stessi autori sottolineano tuttavia che i risultati devono essere interpretati come preliminari, considerando il numero limitato di partecipanti e il carattere osservazionale dello studio.

La ricerca rappresenta quindi un primo passo verso una nuova area di studio: comprendere come il cervello umano si adatti agli ambienti dinamici e come postura, attenzione e controllo motorio possano contribuire alla gestione delle risposte neurofisiologiche durante il movimento.

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Intervista al Prof. Marco Ivaldi – “Il cervello in mare: come il corpo si adatta agli ambienti instabili”

Professore, perché avete deciso di studiare il mal di mare direttamente in navigazione?

Perché il cervello umano si comporta in modo diverso in un ambiente reale rispetto a un ambiente simulato. Molti studi precedenti sulla cinetosi sono stati realizzati attraverso simulatori o realtà virtuale. Noi abbiamo voluto osservare cosa accade durante una vera navigazione, dove il corpo deve continuamente adattarsi al movimento della nave, alla gravità e alle informazioni provenienti dall’ambiente.

Che cosa succede al cervello quando siamo in mare?

Il cervello deve integrare continuamente informazioni provenienti da diversi sistemi: vista, apparato vestibolare e recettori corporei. Quando queste informazioni non coincidono perfettamente, può emergere una condizione di disagio che conosciamo come mal di mare.

Avete trovato una posizione che riduce il malessere?

Il nostro studio non permette ancora di identificare una posizione “ideale” in grado di eliminare il mal di mare. Abbiamo però osservato che differenti condizioni posturali producono differenti configurazioni dell’attività cerebrale. Questo rappresenta un primo passo per comprendere quali strategie possano favorire un migliore adattamento. In particolare pare che il miglior adattamento avvenga stando in clinostasi ad occhi chiusi sotto coperta a poppa della imbarcazione.

Perché avete utilizzato anche un cubo di Rubik?

Volevamo introdurre un compito attentivo e motorio simile alle attività operative che possono essere svolte a bordo. Quando una persona è impegnata in un compito preciso, il cervello modifica la propria organizzazione rispetto a una condizione passiva.

Qual è stato il risultato più interessante?

La differenza più evidente è stata osservata tra condizioni passive e condizioni attive. Il compito di destrezza fine ha mostrato una maggiore attività elettrocorticale rispetto ad altre condizioni, mentre la posizione supina con occhi chiusi ha mostrato livelli inferiori di ampiezza del segnale.

Questo significa che mantenersi impegnati può aiutare contro il mal di mare?

È un’ipotesi interessante, sostenuta anche da precedenti osservazioni, ma servono ulteriori studi. Il nostro lavoro suggerisce un possibile ruolo dell’attenzione e dell’attività finalizzata, ma non dimostra ancora un effetto terapeutico.

Quali applicazioni future immaginate?

Le applicazioni possono riguardare diversi settori: navigazione, astronautica, realtà virtuale, sport e medicina occupazionale. Ogni situazione in cui il corpo deve adattarsi rapidamente a un ambiente instabile potrebbe beneficiare di una maggiore comprensione dei meccanismi cerebrali coinvolti.

Perché è importante studiare questi fenomeni con l’EEG?

L’EEG permette di osservare direttamente alcuni aspetti del funzionamento cerebrale in tempo reale. La possibilità di utilizzare strumenti sempre più portatili consente oggi di uscire dai laboratori e studiare il cervello nelle condizioni reali della vita.

Qual è il prossimo passo della ricerca?

Ampliare il numero dei partecipanti, integrare EEG con altre misure fisiologiche e biomeccaniche e approfondire il rapporto tra postura, movimento e percezione del disagio.

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