Non tutto quello che è italiano deve essere tutto italiano

06 Luglio 2026 - 05:12
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Non tutto quello che è italiano deve essere tutto italiano

Riccardo Felicetti è appena tornato dagli Stati Uniti, e nonostante il fuso orario è già combattivo e determinato a dire la sua sul dibattito aperto da Gastronomika sul tema dell’Italian sounding: «Che sia chiaro: odio l’Italian sounding» dice l’imprenditore. Che prosegue: «Se qualcuno produce pasta in Messico e sul pacchetto mette il tricolore per far credere che sia italiana, allora sì, siamo di fronte a qualcosa che può ingannare il consumatore. È su questo che dovremmo concentrare la battaglia. Ma allo stesso tempo vorrei fossimo tutti orgogliosi che gli spaghetti si chiamino spaghetti in tutto il mondo, perché questo ci aiuta a riaffermare la centralità del cibo italiano nel mondo». Fiero produttore di pasta sulle Dolomiti, Felicetti è stato spesso al centro di qualche polemica proprio per la sua posizione non oltranzista ma decisa a tutelare l’Italia e non l’italianità gastronazionalista.

Secondo Felicetti, il vero patrimonio da difendere non è soltanto la provenienza delle materie prime, ma soprattutto il sapere produttivo: «Sono felice quando incontro una piccolissima realtà di ragazzi italiani che producono pasta in Australia e sul pacchetto scrivono “Proudly produced in Australia from italian people”. E chi dice che questa non è pasta italiana, perché non è fatta con prodotti italiani, non coglie due punti determinanti: noi in italia non abbiamo materie prime sufficienti a produrre tutta la pasta che viene mangiata nel mondo, e sarebbe estremamente negativo dal punto di vista ambientale far viaggiare tutti gli ingredienti invece di far viaggiare solo la tecnologia, il know how e le ricette. Evviva se ci sono aziende italiane che fanno dell’ottima mozzarella di bufala a nord di Parigi! Vuol dire che la nostra cultura è forte in tutto il mondo».

In italia c’è qualche realtà che ha una potenza di comunicazione infinita ma ha una visione ideale legata alla terra: forse, invece, bisogna fare un grande distinguo. Secondo Felicetti, l’Asiago fatto in Wisconsin e chiamato Asiago è una frode alimentare e dobbiamo strenuamente opporci e combattere questa pratica. Ma utilizzare un nome comune italiano per indicare un alimento che è diventato patrimonio comune non è una frode dello stesso livello: «Se non ci sono bandiere italiane, non ci sono riferimenti all’Italia, se la categoria di prodotto italiana è ormai famosa, per me deve poter essere utilizzata e anzi, ci deve rendere orgogliosi. Il Sushi si chiama così anche in italia, perché la mozzarella non si deve poter chiamare così anche se fatta in America o a Parigi?».

Dall’italia non sono usciti solo mafiosi e mariuoli, e anzi la maggior parte delle persone emigrate erano persone perbene, e tra loro ci sono stati tanti grandi pizzaioli casari affinatori e produttori di insaccati, che ancora oggi hanno portato con loro competenze e sapienza artigianali autenticamente italiane, anche se fatte altrove: «Chi come me ha avuto la fortuna di viaggiare tanto, ha conosciuto questi professionisti che dobbiamo sempre ricordare, e sono un grande vanto per noi. Hanno portato con sé un patrimonio di conoscenze che oggi continua a vivere anche fuori dai nostri confini, e che è stata la base per far conoscere prodotti che non era possibile esportare. Negli Stati Uniti, fino a qualche anno fa, non era possibile importare molti prodotti a base di carne. Un ramo di una famiglia di San Daniele ha scelto di produrre i prosciutti direttamente lì. Non è Made in Italy, certo, ma è il frutto di competenze italiane che hanno fatto conoscere un prodotto cardine della nostra gastronomia anche all’estero».

L’imprenditore di Predazzo chiude con una provocazione sul concetto stesso di Made in Italy: «Se pretendessimo che ogni prodotto italiano fosse realizzato esclusivamente con materie prime italiane, coltivate e trasformate in Italia – ma la stessa cosa varrebbe per design o moda, o arredamento – arriveremmo a conclusioni paradossali. Dovremmo forse impedire a Rana di chiamare tortellini quelli che produce negli Stati Uniti? Li dovrebbe chiamare dumpling?».

Una visione che riporta al concetto stesso del design italiano, sul quale si sono fatte molte e più profonde riflessioni: un oggetto è considerato di design italiano se è prodotto da un progetto di un designer italiano, ma non necessariamente deve essere “fatto” in Italia. È la distinzione tra progetto e manifattura: il design italiano come identità intellettuale è legato all’ideazione. Un oggetto è considerato di design italiano se esprime la scuola di pensiero, la sensibilità estetica e la metodologia progettuale tipiche della tradizione critica italiana. Se un designer italiano progetta una sedia per un’azienda svedese o giapponese, e questa viene prodotta all’estero, l’impronta culturale del progetto resta profondamente italiana.
Il Made in Italy, quindi l’identità produttiva, è un’attestazione strettamente legata al luogo fisico di produzione e regolata da precise norme doganali e legali, e certifica che le ultime lavorazioni sostanziali sono avvenute sul territorio italiano. Due concetti diversi, che forse dovremmo iniziare a portare anche nel mondo dell’enogastronomia.

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