Nove laureati su 10 lavorano e restano in Italia. Roscani inchioda la sinistra: «Noi investiamo, loro distribuiscono bonus»

«Vada via, se ne vada dall’Italia». Nella scena dell’esame de La meglio gioventù, pellicola del 2003, Marco Tullio Giordana fece pronunciare al professore il mantra preferito della sinistra salottiera: “Se hai una qualche ambizione, scappa”. L’Italia come destino minore, Paese «bello e inutile», buono per le cartoline e non per costruirci il futuro. Ventitré anni dopo, quel copione non regge più. Anzi, è stato smentito dai fatti. Il Rapporto AlmaLaurea 2026 dice che oltre nove laureati magistrali su dieci lavorano a cinque anni dal titolo. Non solo: i giovani restano, investono qui, fanno impresa, senza aspettare la predica di chi ha trasformato la fuga dei cervelli in un alibi politico permanente. E mentre il Pd rilancia il “diritto a restare” — 200 euro al mese agli under 35—, Fabio Roscani, deputato di Fratelli d’Italia e presidente di Gioventù nazionale, li frena in partenza: «I bonus servono a fare campagna elettorale, non a risolvere i problemi».
I numeri AlmaLaurea che smontano la sinistra
La cifra che cambia il quadro è questa: a cinque anni dalla laurea lavora il 91,7% dei laureati di primo livello e il 94,4% dei magistrali. La disoccupazione, tra questi ultimi, si ferma al 2,6%. Nel Lazio, precisamente, il tasso di occupazione dei laureati di secondo livello arriva al 94,2%. A Roma, il quadro è ancora più indigesto per i cultori sinistri del declino: l’Università Europea raggiunge il 97% di occupati, la Link Campus il 96,4%, Tor Vergata il 94,9%, La Sapienza il 94,7%, Roma Tre il 94,6%. Il Campus Bio-Medico, con il 92,9% di occupati, registra invece le retribuzioni più alte: oltre 2.070 euro netti al mese.
Sono numeri che raccontano un mercato del lavoro capace di assorbire competenze qualificate e che spostano il dibattito dal lamento alla realtà. La laurea resta uno degli strumenti più efficaci per accedere all’occupazione, il sistema universitario continua a formare profili richiesti e l’immagine del Belpaese come vicolo cieco appare sempre meno convincente.
Elly ma che dici?
La segretaria dem Elly Schlein, si sa, con i numeri ha un rapporto complicato. E allora, quando i dati smentiscono la narrazione, dal Nazareno arriva la solita ricetta: un assegno, ribattezzato per l’occasione “diritto a restare”. Per Roscani, la sostanza non cambia: «La proposta di Schlein è l’ennesimo bonus travestito da politica per le nuove generazioni. Ma i giovani non chiedono una mancetta: chiedono lavoro, stabilità, formazione, diritto allo studio e strumenti concreti per diventare autonomi».
Il nodo è tutto qui. Se il problema è strutturale, una misura a tempo non diventa strategia solo perché le si cambia etichetta. Non aumenta la produttività, non rafforza il sistema delle imprese, non crea nuovi posti letto, non accorcia la distanza tra università e lavoro. Serve a tamponare. Poi, quando il bonus finisce, il problema resta esattamente dov’era.
Giovani da sostenere, non da compatire
L’esponente di FdI rivendica una linea opposta. «Grazie alle politiche del governo Meloni assistiamo a un netto cambio di passo sull’occupazione, anche giovanile», spiega. «Investire sui giovani è stata la strada maestra: è la differenza più evidente rispetto ai governi della sinistra e del Movimento 5 Stelle, che per anni hanno trattato le nuove generazioni non come una risorsa, ma come un problema da gestire con bonus e assistenzialismo».
La differenza non è lessicale. È di impostazione. Perché farli “restare” significa creare le condizioni e possibilità concrete.
Diritto allo studio, non diritto allo slogan
Così Roscani mette sul tavolo il dossier e snocciola due cifre. «Sul diritto allo studio abbiamo messo in campo risorse importanti: 880 milioni di euro destinati in questi anni al Fondo integrativo statale, quindi alle borse di studio nel loro complesso, e oltre 2 miliardi per l’housing universitario nell’ambito della Missione 4 del Pnrr. Questo è ciò che ha fatto il governo». Altro che parole. Il centrodestra dà soluzioni. «Significa borse, affitti, libri, trasporti, posti letto: non slogan, ma strumenti concreti per rendere davvero accessibile l’università».
Dietro la formula burocratica degli “idonei non beneficiari”, poi, c’è «una stortura tutta italiana», afferma Roscani: «Studenti che avevano diritto alla borsa, la vincevano, ma non la ricevevano perché mancavano i fondi. Noi siamo intervenuti per superare questo paradosso e per rafforzare l’housing universitario, allineando finalmente l’Italia agli standard europei».
Il lavoro non è fermo al 2003
Anche il quadro generale dell’occupazione rende più difficile continuare con la liturgia del Paese bloccato. In Italia gli occupati sono 24 milioni 207mila. Nel primo trimestre 2026 sono aumentati di 67mila unità rispetto al trimestre precedente. Il tasso di occupazione è salito al 62,7%, mentre la disoccupazione è scesa al 5,3%, ai minimi storici. Percentuali che cozzano con il racconto di una generazione condannata a fare le valige. E che non consentono alla sinistra, del cosiddetto “campo largo”, di presentarsi come osservatore innocente del disastro. Perché molti dei problemi che oggi denuncia li ha attraversati, amministrati, spesso aggravati. «Sui dati la sinistra non può più mentire», affonda Roscani. «I numeri non sono né di destra né di sinistra: fotografano la realtà. E la realtà è migliore di quella che abbiamo ereditato dai loro governi. Continuare a raccontare un’Italia senza futuro per i giovani significa restare prigionieri di una propaganda vecchia».
E conclude: «Quando dicevamo che le risorse sprecate nel reddito di cittadinanza andavano investite in politiche attive del lavoro e nel diritto allo studio, lo dicevamo perché questa era la strada. Oggi i numeri confortano l’azione del governo Meloni: invertiamo un trend e diamo ai giovani la possibilità di costruire il proprio futuro qui, in Italia».
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