Parlamento a pezzi, è il frutto del muro contro muro voluto da Meloni e Schlein

Il Parlamento, inteso come agorà suprema della democrazia, è a pezzi. Ostaggio di una maggioranza che ritiene di poter fare tutto da sola e di un’opposizione che non riesce a incidere e anzi vi ha rinunciato e dunque si ritira sull’Aventino.
La dialettica parlamentare, le trattative, i voti bipartisan non abitano più qui. Lasciamo stare la Prima Repubblica, nata e cresciuta nella religione dell’accordo, ma nemmeno negli anni politicamente rigidi dominati da Silvio Berlusconi il Parlamento era così umiliato.
Il clamoroso auto-affondamento della commissione di Vigilanza sulla Rai dopo le dimissioni di tutti i commissari dell’opposizione è lo specchio di questo naufragio della dialettica parlamentare. Sulla vicenda era intervenuto con allarme pochi giorni fa Sergio Mattarella per il quale – scandì – «è inaccettabile» che la commissione non riesca nemmeno a riunirsi. Paralizzata sul nome del presidente della Rai che il centrodestra da due anni reclama per Simona Agnes, che non ha i due terzi previsti dalla legge, cioè il consenso dell’opposizione.
Alla prova di un quorum alto, questo Parlamento si blocca. Adesso bisognerà rinominare la commissione, ma è chiaro che in questo clima il problema politico non si vede come possa risolversi. Il muro contro muro, che vedremo al massimo del suo splendore nell’annunciata battaglia sul Melonellum, è certamente la conseguenza del fatto che siamo entrati pienamente in campagna elettorale, periodo nel quale gli accordi sono praticamente “vietati” dai dirigenti dei due cosiddetti poli.
Ma forse c’è anche qualcosa di più profondo. Che sta nel trascinamento inerziale di una logica bipolare malintesa, frutto della radicalizzazione impressa alla lotta politica dalle due leader principali, Giorgia Meloni e Elly Schlein. Due donne che per carattere e per convenienza politica non curano l’attitudine alla mediazione: non è un caso se si sono confrontate assai raramente in quattro anni di legislatura. Nemmeno sul tema più importante di tutti, la politica estera.
A pochi giorni dal decisivo vertice Nato di Ankara non solo non vi è un barlume d’intesa tra maggioranza e opposizione ma neppure all’interno dei cosiddetti poli. E dunque si ha l’impressione che la vita parlamentare, un tempo cuore dell’iniziativa politica, sia ormai una faccenda burocratica totalmente priva di creatività e di autonomia rispetto ai diktat dei capipartito. Mai un sussulto di convergenza, se non di concordia, ma solo sfide, gestacci, continue infrazioni del bon ton e finanche delle regole.
Così il Parlamento smette di essere il luogo della sintesi e diventa semplicemente la cassa di risonanza dello scontro generale. Non è questo il bipolarismo che era stato immaginato nel nome di un più limpido esercizio del mandato popolare. La cosa strana, dentro questo andazzo, è che gli esponenti di centro che sono dentro e fuori il Parlamento non riescano a offrire un’alternativa seria a questo bipolarismo paralizzante pensando piuttosto, specie in questi giorni, a litigare tra di loro. E così la situazione di per sé già penosa diventa drammatica, senza uscita.
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