Per la Nato la resilienza è la nuova deterrenza contro le minacce ibride

Le minacce ibride non sono più un concetto teorico confinato ai documenti strategici della Nato. Sono ormai parte integrante del panorama della sicurezza euroatlantica: cyberattacchi, sabotaggi, campagne di disinformazione, interferenze politiche, pressioni economiche e operazioni sotto la soglia del conflitto armato stanno ridefinendo il concetto stesso di deterrenza.
È il messaggio emerso con chiarezza dall’intervento di Marco Criscuolo, director for strategy and policy for cyber presso il quartier generale Nato di Bruxelles, durante la conferenza “Balkans and Black Sea Perspectives 2026”. La conferenza internazionale si è svolta martedì ed è stata promossa dalla Nato Defense College Foundation in cooperazione con il ministero degli Esteri italiano, l’International Council on Environmental Economics and Development, la Fondazione Csf e il Nato Defense College, dedicata ai nuovi equilibri strategici nello spazio euro-atlantico compreso tra Balcani occidentali e Mar Nero. Linkiesta è stata media partner.
Secondo Criscuolo, «la scala e la sofisticazione delle minacce ibride sono cambiate significativamente» e nessun Paese può considerarsi immune.
La Nato definisce le minacce ibride come una combinazione di strumenti militari e non militari, overt e covert, utilizzati per destabilizzare società e istituzioni: dalla propaganda ai cyberattacchi, dalla coercizione economica al sabotaggio di infrastrutture critiche. Negli ultimi anni ciò che è cambiato è soprattutto la velocità, la scala e l’intensità di queste operazioni, favorite dalla trasformazione tecnologica e dall’interconnessione globale.
Nel suo intervento, Criscuolo ha insistito su un punto centrale: le vulnerabilità interne rappresentano oggi il terreno privilegiato dello scontro geopolitico. Divisioni etniche, polarizzazione politica, fragilità istituzionali e scarsa resilienza sociale possono essere sfruttate da attori ostili per amplificare instabilità e tensioni. Non è casuale il riferimento ai Balcani occidentali, regione che continua a essere osservata con particolare attenzione sia dalla Nato sia dall’Unione europea.
La dimensione ibrida, infatti, agisce spesso nella cosiddetta zona grigia, uno spazio ambiguo tra pace e conflitto in cui attribuire responsabilità diventa difficile. È qui che cyber-intrusioni, campagne informative e sabotaggi riescono a produrre effetti strategici senza oltrepassare apertamente la soglia della guerra. Negli ultimi anni, episodi legati a cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e reti di comunicazione hanno mostrato quanto siano vulnerabili sistemi da cui dipende la vita quotidiana di intere società. Proprio ieri, Anne Keast-Butler, direttrice del servizio di signals intelligence del Regno Unito (Gchq), ha parlato di attacchi ibridi russi su base quotidiana contro il Paese. Mosca sta «prendendo di mira senza tregua le infrastrutture critiche, i processi democratici, le catene di approvvigionamento e la fiducia dei cittadini» in tutta Europa, ha detto a Bletchley Park, sede storica del servizio, dove furono decifrati gli scambi dei Paesi dell’Asse durante la Seconda guerra mondiale.
Per questo, la Nato sta progressivamente ridefinendo il concetto di difesa collettiva. La resilienza non è più soltanto una funzione tecnica, ma «la prima linea della deterrenza e della difesa», come sottolinea l’Alleanza stessa. Significa capacità di assorbire shock, mantenere operative infrastrutture essenziali, contrastare manipolazioni informative e garantire continuità istituzionale anche sotto pressione.
Criscuolo ha inoltre evidenziato come l’intelligenza artificiale stia accelerando contemporaneamente minacce e capacità di risposta. L’intelligenza artificiale, infatti, rende più rapide campagne di disinformazione, intrusioni cyber e operazioni di influenza, ma offre anche nuovi strumenti per analisi, attribuzione e difesa. Da qui la necessità di una cooperazione sempre più stretta tra governi, settore privato e partner internazionali.
Il punto finale del suo intervento è forse il più importante: nessuno Stato può affrontare queste sfide da solo. Le minacce ibride colpiscono sistemi aperti e interdipendenti; la risposta, quindi, deve essere collettiva. In un contesto in cui la distinzione tra sicurezza interna ed esterna si assottiglia sempre di più, la capacità di coordinamento politico, tecnologico e sociale diventa essa stessa uno strumento di deterrenza.
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