Energia, diversificare non basta. L’esperta: “Liberarsi da Hormuz è un’illusione, serve il nucleare. Ecco dove sta sbagliando l’Italia”

17 Giugno 2026 - 20:28
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Energia, diversificare non basta. L’esperta: “Liberarsi da Hormuz è un’illusione, serve il nucleare. Ecco dove sta sbagliando l’Italia”

“Basta fossili da Paesi instabili”: l’allarme di Dellepiane (HANetf) sulla sicurezza energetica

Mentre i leader del G7 tornano a chiedere con forza una decisa riduzione della dipendenza strategica dallo Stretto di Hormuz, la mappa globale degli approvvigionamenti energetici si conferma un terreno minato. Per l’Italia, il delicato equilibrio tra la necessità di diversificare le forniture di gas e petrolio e l’urgenza di accelerare sulla transizione ecologica apre una fase complessa, sospesa tra la vulnerabilità geopolitica dei vecchi fornitori e le incognite strutturali delle nuove tecnologie.

I nodi sul tavolo – dai ritardi burocratici nelle autorizzazioni alla necessità di potenziare le reti elettriche, fino al ritorno del dibattito sul nucleare come fonte programmabile – sollevano interrogativi cruciali: l’Italia è davvero più sicura dopo gli sforzi di diversificazione post-2022? E quali sono i rischi reali di una strategia che continua a dipendere da quadranti internazionali ad alta instabilità?

A fare chiarezza è Annacarla Dellepiane, Head of Southern Europe di HANetf, che ad Affaritaliani analizza lo stato della sicurezza energetica nazionale e le priorità per una reale autonomia industriale di lungo periodo: “La vera sfida è ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili nel loro complesso. Concentrarsi esclusivamente sul prezzo nel breve termine rischia di far perdere di vista gli investimenti strategici”.

Il G7 chiede di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. A che punto è l’Italia?

“L’Italia dopo il 2022 ha accelerato la diversificazione delle forniture di gas, rafforzando i rapporti con il Nord Africa e aumentando la capacità di rigassificazione. Tuttavia, la maggior parte delle forniture di combustibili fossili provengono da Paesi geopoliticamente instabili. Per questo la vera sfida è ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili nel loro complesso, investendo in fonti domestiche e in tecnologie che migliorino l’autonomia energetica. In questo contesto, temi come reti elettriche, materiali critici per la transizione energetica e nucleare assumono un ruolo sempre più strategico”.

Dopo la crisi energetica degli ultimi anni, possiamo dire che l’Italia sia più sicura sul fronte degli approvvigionamenti?

“La sicurezza energetica dipende anche dalla capacità di produrre energia in modo stabile e competitivo e l’Italia resta un grande importatore netto di energia. La crescente elettrificazione dell’economia richiederà enormi investimenti nelle infrastrutture di rete e nella generazione elettrica. L’obiettivo del prossimo decennio sarà garantire una disponibilità crescente di energia elettrica affidabile, non più basata esclusivamente su petrolio e gas, ma anche su fonti energetiche come il nucleare”.

Qual è oggi il punto più debole della strategia energetica italiana? E quale sarebbe la priorità assoluta?

“Il punto più debole è probabilmente la distanza tra gli obiettivi e la velocità di esecuzione. Autorizzazioni lente, reti da potenziare e difficoltà nello sviluppo di nuove capacità produttive rischiano di rallentare la transizione. Una priorità dovrebbe essere aumentare la produzione domestica di energia a basse emissioni e programmabile. Le rinnovabili saranno fondamentali, ma anche il dibattito sul nucleare sta tornando centrale perché offre una risposta al tema della continuità produttiva e della sicurezza energetica”.

Qual è l’errore che il governo non può permettersi di fare oggi sulla sicurezza energetica?

“Pensare di poter continuare a importare combustibili fossili da Paesi geopoliticamente instabili. Le crisi geopolitiche degli ultimi anni hanno dimostrato che le catene di approvvigionamento possono cambiare rapidamente. Concentrarsi esclusivamente sul prezzo dell’energia nel breve termine rischia di far perdere di vista gli investimenti strategici in infrastrutture, reti, materiali critici e capacità produttiva. La sicurezza energetica richiede una visione industriale di lungo periodo: meno dipendenza dall’estero e maggiore controllo delle risorse necessarie alla transizione energetica”.

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