Pride Match Day ai Mondiali: Egitto e Iran non vogliono la partita arcobaleno. E la Fifa fa dietrofront

Tra gay e musulmani, alla fine, la spuntano questi ultimi. Non ci saranno flash mob Lgbtq+ né bandiere arcobaleno al Lumen Field durante la partita dei Mondiali tra Egitto e Iran. La notizia è tutta qui, ma il paradosso merita più di una riga: la città aveva immaginato il 26 giugno come “Pride Match Day”, poi il sorteggio ha deciso di consegnarle due nazionali provenienti da Paesi dove l’omosessualità è trattata non come un diritto, ma come un crimine. A riferire le rassicurazioni ricevute dalla Fifa è stata l’agenzia iraniana Fars: «Non si terrà alcuna cerimonia o attività promozionale di questo tipo all’interno dello stadio o come parte del programma ufficiale della partita».
Seattle prepara il Pride, la Fifa serve Egitto-Iran
La coincidenza sembra una burla ma non lo è. Seattle, città super liberal, aveva deciso di associare la partita al weekend dell’orgoglio Lgbtq+, legato all’anniversario della rivolta di Stonewall del 1969. Sul sito locale dedicato all’evento, la partita woke veniva presentata come «più di un gioco», una manifestazione di visibilità, appartenenza e comunità.
Poi è arrivato il calendario. E con il calendario, Iran ed Egitto. Due federazioni che non avevano alcuna intenzione di trasformarsi in comparse di una scenografia woke. Teheran ha rivendicato una posizione condivisa con Il Cairo: «Siamo due paesi musulmani con profonde affinità culturali e religiose, e le opinioni espresse dalle due federazioni riflettono valori e sensibilità condivise tra i popoli dei due paesi».
Solo bandiere nazionali sugli spalti
Anche la federazione egiziana si è opposta «allo svolgimento di qualsiasi attività legata al sostegno dell’omosessualità», ritenuta in contrasto con «i valori culturali, religiosi e sociali della regione, in particolare delle comunità arabe e islamiche». Dichiarazioni nette, che raccontano da sole la distanza tra la retorica inclusiva dell’Occidente urbano e le sensibilità politiche di due Paesi musulmani.
Gianni Infantino, presidente della Fifa, intanto, ha provato a tenere insieme tutto: nessun «Pride Match» ufficiale, ha spiegato, e le iniziative organizzate a Seattle «non hanno nulla a che fare con la partita in sé». È la classica arte Fifa del mezzo passo: non irritare troppo nessuno.
L’arcobaleno resta a casa
Il risultato è una partita che racconta il mondo prima ancora del fischio d’inizio. Seattle voleva una vetrina dell’inclusione. Iran ed Egitto, invece, hanno fatto sapere che no, grazie: loro in campo ci vanno per giocare, non per recitare il copione del progressismo occidentale. Così il Pride Match evapora e torna solo il buon calcio: due squadre, un pallone, novanta minuti. E viene quasi da ridere… Davvero ci servivano i Paesi islamici per mettere fine a questa follia?
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