Prossimi alla pace? Iran e Usa verso l’accordo, ma il nodo nucleare ancora non è sciolto

15 Giugno 2026 - 11:18
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Prossimi alla pace? Iran e Usa verso l’accordo, ma il nodo nucleare ancora non è sciolto

Tratteniamo il fiato in attesa della firma del memorandum of under standing, giunto oramai all’ultimo miglio prima del traguardo: l'Iran qualche ora fa ha dichiarato che potrebbe firmare l’accordo con gli Stati Uniti nei prossimi giorni, respingendo la proposta del mediatore di Islamabad che, invece, chiedeva di sottoscriverlo entro oggi.

Con gran clangore mediatico Stati Uniti e Iran hanno annunciato venerdì scorso che l’accordo per porre fine alla guerra iniziata a fine febbraio era oramai prossimo. Il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, lo Stato che ha avuto il delicato ruolo di Paese negoziatore, ieri ha confermato che le due parti (Iran-Usa) hanno concordato il testo definitivo dell’accordo di pace, che Islamabad sta limando, e che verrà formalizzato mediante firma elettronica da remoto.

Le due parti belligeranti, ricordiamo, nelle settimane scorse sono sembrate molte volte vicine alla sottoscrizione di un accordo per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz, come chiede tutto il mondo. Lo stesso presidente Trump, anche senza aver commentato la dichiarazione del Premier pakistano, ha subito dopo ripubblicato il post di Sharif sui propri social.

Nel corso degli oltre tre mesi di durata, questa guerra ha ucciso migliaia di persone, principalmente in Iran e Libano e ha, inoltre, comportato pesanti ricadute sui prezzi globali dell'energia, dovute al blocco navale esercitato dall'Iran sullo Stretto di Hormuz e dagli Stati Uniti che, in risposta, hanno bloccato i porti iraniani.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, venerdì ha dichiarato che, sebbene ci siano ancora possibili margini di modifiche all'accordo, lo stesso, anche se provvisorio, dimostrava che lo Stato islamico dell’Iran fosse uscito rafforzato dal conflitto, con buona pace di Trump e delle sue affermazioni rodomontate sulla schiacciante vittoria conseguita dagli americani sugli Ayatollah.

Si è appreso che il memorandum d'intesa proposto prevede, tra l’altro, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la contestuale revoca del blocco navale statunitense esercitato sui porti iraniani. Viene anche chiarito che le trattative sul programma nucleare iraniano – motivazione dichiarata da Trump per giustificare l'inizio della guerra – si svolgerà in un secondo momento.

Diverse fonti indicano che gli Stati Uniti inizierebbero, inoltre, a liberare miliardi di dollari in beni iraniani congelati a causa del conflitto e a rinunciare alle sanzioni sulle esportazioni di petrolio; in cambio è stata chiesta la riapertura immediata dello Stretto da parte dell'Iran.

Per quanto concerne il programma nucleare iraniano – forse il nodo più complicato da sciogliere – sarà affrontato in una seconda fase di colloqui, che dovrebbero durare 60 giorni. La prospettiva statunitense prevede lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la conseguente distruzione della sua scorta di uranio altamente arricchito; tuttavia, il ministro Araqchi ha affermato che l'Iran non ha accettato la soluzione che prevede lo smantellamento del suo programma nucleare, ma rimane disposto a mantenere l'uranio in proprio possesso in forma diluita, quindi inadatto agli scopi militari (preparazioni di ordigni atomici).

Sottolineiamo, per inciso, che lo Stato di Israele non è parte del memorandum, e il suo primo ministro Netanyahu ha confermato che il suo Paese non sarebbe stato parte dell'accordo. Questi motivi spiegherebbero anche gli scontri verificatesi con Trump sulle richieste statunitensi di limitare l'azione militare in Libano – parte integrante del negoziato con l’Iran –, per consentire a Washington di raggiungere un rapido accordo con Teheran.

Non è un mistero per nessuno che il governo degli Ayatollah ha posto, tra le altre condizioni per chiudere il memorandum, la fine immediata della guerra in Libano, implicando conseguentemente il ritiro dell’Idf dalle zone del Libano occupate.

Riportiamo, per fedeltà di cronaca, che il ministro della difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che Israele non si ritirerà e si aspetta di poter mantenere la libertà di agire contro le minacce degli Hezbollah provenienti dal sud del Libano senza dover rendere giustificazioni a nessuno.

Nelle prossime ore capiremo davvero se la volontà degli americani prevarrà oppure dovranno farsi da parte per far continuare la distruzione sistematica e crudele del Paese dei cedri, inficiando in questo modo ogni possibile risoluzione del conflitto per via negoziale.

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