Italia a rischio estinzione, la biodiversità che Resiste: il corvo imperiale

Cras, cras, cras. È lo storico romano Svetonio a individuare nel corvo un simbolo di speranza, perché la parola latina per domani è onomatopeica al verso di quest’uccello, che attraversa – con significati tra loro diversi, quando non opposti – la mitologia di tutti i territori toccati dal suo areale: Eurasia, Africa settentrionale, America fino alla Groenlandia.
Il grido lugubre del corvo e il suo piumaggio nero, in Occidente, ne fanno oggi spesso un segno di malaugurio. Tale simbolismo trova echi fino in Cina e Giappone – anche nel celebre poema epico indiano Mahābhārata, che vede tra i suoi eroi Arjuna, i corvi sono messaggeri di morte –, dove tuttavia non è la sua declinazione essenziale: qui è insieme messaggero divino e simbolo di amore familiare, perché in diverse specie di corvi molti giovani rimangono nel gruppo familiare d’origine per qualche anno, aiutando i genitori a costruire il nido, difendere il territorio e nutrire i nuovi fratellini appena nati. Anche nell’America del nord il corvo non è un simbolo mortifero, ma una personificazione del tuono e del vento; tra i Likuba e i Likuala, gruppi etnici bantu del Congo, si crede addirittura che quest’uccello avverta gli umani dei pericoli che li minacciano.
Un simbolismo pieno di contraddizioni dunque, mentre la sua preziosità ecologica non si discute. Con un’apertura alare che supera il metro e un peso che può sfiorare il chilo e mezzo, il corvo imperiale (Corvus corax) è la specie più grande della famiglia dei corvidi. Il piumaggio nero lucido, attraversato da riflessi violacei, completa la sagoma di un uccello che in Italia nidifica lungo le Alpi, l’Appennino settentrionale e centro-meridionale, in Sicilia e in Sardegna. La popolazione nazionale è stimata – riporta la Lipu – tra 3mila e 6mila coppie, circa lo 0,5% di quella europea, e negli ultimi decenni ha mostrato un andamento positivo, particolarmente evidente nella fascia prealpina.
Le Liste rosse elaborate per l’Italia secondo i criteri dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) classificano infatti il corvo imperiale a «rischio minimo» (LC). Lo stato di conservazione nel nostro Paese è considerato favorevole, grazie alla stabilità della popolazione e dell’areale.
Il suo habitat comprende montagne, pareti rocciose, foreste, coste marine e isole, luoghi selvaggi e spesso difficilmente accessibili; per cercare risorse alimentari frequenta però anche pascoli, praterie e grandi coltivi. La capacità di adattamento lo porta a utilizzare ambienti trasformati dall’uomo, purché non venga disturbato: le discariche possono diventare fonti di cibo e, in alcuni casi, perfino luoghi nei quali costruire il nido.
Il corvo imperiale è monogamo e forma con il proprio compagno un legame che dura fino alla morte di uno dei due individui. La coppia costruisce il nido a febbraio, scegliendo punti sicuri e poco accessibili come pareti rocciose, scogli o le cime degli alberi più alti. La struttura viene riadattata di anno in anno, così da poter essere riutilizzata nelle stagioni riproduttive successive.
Nonostante lo stato di conservazione favorevole, le pressioni che possono colpire la specie sono tutte riconducibili alle attività umane. Tra le principali figurano la posa di esche e bocconi avvelenati, l’intossicazione da piombo, il bracconaggio e la violazione dei nidi. Anche l’arrampicata sportiva può compromettere la riproduzione quando viene praticata in prossimità dei siti di nidificazione, causando l’abbandono del nido o la mortalità dei pulcini. Un altro pericolo arriva dagli elettrodotti e dai cavi sospesi, contro i quali gli animali possono collidere o rimanere folgorati, se non messi adeguatamente in sicurezza per i volatili.
Quest’articolo fa parte di “Italia a rischio estinzione”, la rubrica settimanale a cura di Margherita Tramutoli aka La Tram per esplorare gli impatti sul territorio italiano della sesta estinzione di massa in corso a livello globale.
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