È morta Linda Zammataro. Ma non provate a chiamarla soltanto maestra

03 Agosto 2026 - 17:30
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È morta Linda Zammataro. Ma non provate a chiamarla soltanto maestra

Angelina Linda Zammataro è morta a Roma il 1° agosto 2026. E adesso verranno le parole educate. Le parole prudenti. Le parole che si usano quando muore qualcuno che ha vissuto molto, pensato molto, combattuto molto. Diranno che è stata una maestra, una psicologa, una pedagogista. Diranno che ha ideato la psicoanimazione. Diranno che ha dedicato la propria vita alla scuola. Tutto vero. Eppure insufficiente.

Perché Linda non era una donna che si lasciava contenere dalle definizioni. Non era una di quelle persone che entrano nella storia in punta di piedi, chiedendo permesso. Linda entrava nelle stanze, nelle classi, nelle coscienze. Entrava e metteva tutto in discussione. Le abitudini, le gerarchie, le frasi fatte. Soprattutto quella placida comodità con cui gli adulti chiamano “educazione” l’obbedienza dei bambini. Lei no. Lei voleva bambini capaci di pensare.

Voleva che l’alunno smettesse di essere un recipiente da riempire e diventasse un ricercatore, un interprete della realtà, un costruttore del sapere. Voleva una scuola nella quale il maestro non dominasse dall’alto della cattedra, ma avesse il coraggio di mettersi in gioco, di osservare, di ascoltare, perfino di cambiare. Una scuola fondata sul gruppo, sulla collaborazione, sul rapporto fra scuola, famiglia e territorio. Una scuola che non avesse paura della fantasia perché sapeva che la fantasia, quando è accompagnata dal pensiero critico, è una forma di conoscenza.

La chiamò psicoanimazione. Un nome che potrebbe sembrare astratto a chi non l’ha conosciuta. Ma nella sua vita nulla era astratto. La psicoanimazione non era un gioco elegante per convegni di pedagogia. Era una prassi. Un metodo di insegnamento e di formazione dell’essere umano, nato dall’incontro fra psicologia, pedagogia, filosofia, ricerca, creatività e responsabilità sociale. Linda lo sperimentò per decenni nella scuola italiana, soprattutto alla scuola elementare Giovanni Cagliero di Roma, dove insegnò a partire dalla fine degli anni Sessanta.

 Trentacinque anni nella scuola elementare. Trentacinque anni, badate bene, non trascorsi a ripetere programmi ministeriali con la rassegnazione dell’impiegato che deve dire sì allo status quo. Furono anni di ricerca, di confronti, di esperimenti, di ostacoli e di ostinazione. Faceva parte di quella stagione della scuola italiana che ebbe il coraggio di frequentare parole oggi quasi sospette: cooperazione, partecipazione, emancipazione. Aderì al Movimento di Cooperazione Educativa, insieme a figure come Mario Lodi, Gianni Rodari e Albino Bernardini.
Ma la grandezza di Linda non si misura soltanto nei libri, nei metodi o nei progetti didattici. Si misura nel fango. Nel fango del Mandrione.

Nell’anno scolastico 1974-1975 un bambino rom arrivò nella sua classe. Un’altra insegnante avrebbe forse parlato di inserimento, di rendimento, di difficoltà linguistiche. Linda fece una cosa più semplice e più rivoluzionaria: volle sapere da dove veniva quel bambino. Andò a vedere. E vide le baracche. Le roulotte. La miseria. La mancanza d’acqua. Vide bambini ai quali la società chiedeva di integrarsi mentre li costringeva a vivere ai margini della città e della dignità. Allora comprese ciò che molti politici, pedagogisti e amministratori si ostinavano a non comprendere: non si può chiedere a un bambino di integrarsi nella scuola se, fuori dalla scuola, gli si nega una casa. E Linda non si limitò a comprenderlo.

Agì. Entrò in contatto con le famiglie, coinvolse le istituzioni, promosse ricerche, documentari, mostre e mobilitazioni. Il suo lavoro contribuì al processo che portò all’assegnazione di alloggi popolari a Spinaceto per le famiglie rom e per gli altri abitanti delle baracche del Mandrione. Seguì la vicenda fino allo smantellamento della baraccopoli e alla difficile inclusione delle famiglie nel nuovo quartiere. Capite che cosa significa? Significa che per Linda insegnare non finiva al suono della campanella. Significa che un problema scolastico era anche un problema politico, abitativo, sociale e umano. Significa che un bambino non poteva essere separato dalla sua famiglia, dalla strada in cui viveva, dalla casa che aveva o non aveva. “Scuola-famiglia-territorio” non era uno slogan da stampare su una brochure. Era un impegno. Una responsabilità. Una promessa da mantenere.

Per raccontare le condizioni del Mandrione collaborò alla realizzazione di Al margine e Essere zingari al Mandrione, lavori diretti da Gianni Serra che denunciarono il degrado delle baracche e l’emarginazione vissuta dai bambini rom. Qualcuno definì la sua una feroce coerenza. È un’espressione giusta. Linda era feroce perché non addolciva la realtà per rendersi simpatica. Era coerente perché non chiedeva agli altri di fare ciò che lei non fosse pronta a fare per prima. Non era accomodante. Non era diplomatica quando la diplomazia diventava una forma di vigliaccheria. Poteva essere dura, esigente, scomoda. Le persone autenticamente libere lo sono quasi sempre. Aveva capito una cosa terribile: la scuola può liberare, ma può anche umiliare. Può insegnare a pensare oppure addestrare a obbedire. Può accogliere il diverso oppure trasformare la diversità in una colpa.

Lei scelse. Scelse la libertà. Scelse il bambino. Scelse quelli che stavano ai margini. Scelse di non voltarsi dall’altra parte. Nei suoi libri, da A scuola con il mondo. Un’esperienza modello, un modello di esperienza alle sue Riflessioni, molto personali, di natura politica, sociale, psicologica e fors’anche religiosa, Linda continuò a interrogare il presente, la società, la politica, la psiche umana. Non smise di pensare perché invecchiava. E non invecchiò nel pensiero perché continuava a farsi domande. 

Io l’ho conosciuta. E quando si conosce una donna come Linda, non la si incontra una volta soltanto. La si incontra ogni volta che si ha paura e si decide di agire. Ogni volta che, davanti a un’ingiustizia, si rifiuta la comoda parte dello spettatore. Ogni volta che si guarda una persona e si cerca di comprenderla prima di giudicarla. Linda mi ha insegnato che vivere significa decodificare. Guardare le cose, smontarle, attraversarle. Distinguere i fatti dalle opinioni e trasformare le opinioni in proposte. Mi ha insegnato che “da cosa nasce cosa”, ma soltanto se abbiamo il coraggio di cominciare. Mi ha insegnato che non bisogna chiedere alla realtà il permesso di immaginare. Perché lei questo faceva: guardava, sognava e costruiva.

Come fanno le mani. E adesso che quelle mani si sono fermate, resta ciò che hanno costruito. Restano gli alunni. Restano i maestri formati dal suo pensiero. Restano le famiglie del Mandrione che ottennero una casa. Restano i libri, i filmati, le battaglie. Restano le domande che ha seminato nella coscienza di chi l’ha incontrata. Restano le stagioni di quella sperimentazione. Resta quel tempo, resta la storia, la memoria, il rispetto. Resta soprattutto una vergogna tutta italiana: che figure come Angelina Linda Zammataro vengano spesso riconosciute meno di quanto meritino. Le celebriamo tardi, quando non possono più ascoltarci. Preferiamo i pedagogisti innocui, le rivoluzioni già archiviate, i maestri trasformati in santini. Linda, invece, era viva. Pericolosamente viva. E tale deve rimanere nella memoria: non un’immaginetta gentile, ma una pedagogista che credeva nel coraggio della trasformazione e in una sperimentazione scolastica capace di far esprimere l’essere umano nella sua piena interezza.

Angelina Linda Zammataro è morta. Ma non provate a dire che è finito tutto. Una donna come lei non finisce il giorno in cui smette di respirare. Finisce soltanto quando nessuno continua il suo lavoro. Quando nessuno entra nel fango. Quando nessuno difende il bambino escluso. Quando nessuno osa mettere in discussione una scuola stanca, burocratica, incapace di guardare negli occhi le persone. Finché qualcuno continuerà a farlo, Linda sarà lì. Di giorno e di notte. In una classe, in una strada, in uno studio. Su un’astronave o sopra un veliero. Con il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua feroce coerenza. C’era una volta Angelina Linda Zammataro. E c’è ancora.

a cura di Claudia Cotti Zelati

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