Rebibbia: chiusi in cella sull’orlo di un baratro

Maggio 19, 2026 - 19:34
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Sbaglia chi pensa che una definizione ripetuta tante volte perda valore. Non è così, non è così a Rebibbia: la situazione qui da noi e nelle altre carceri è esplosiva. Sempre più esplosiva. Noi, detenuti e redattori di Radio Rebibbia / Jailhouse Rock, come i detenuti degli altri istituti di pena, sappiamo bene il significato delle parole: e davvero possiamo dire che siamo sull’orlo di un baratro. Siamo sull’orlo, ma forse già più in là, come testimoniato da quel che è accaduto pochi giorni fa, quando alcune delle persone private della libertà hanno dato vita ad una protesta, bruciando i materassi. Chi si trovava nel reparto G12 sa bene che si è evitato un disastro più grande, grazie soprattutto alla prontezza e all’altruismo dei detenuti subito accorsi ad aiutare gli assistenti di polizia penitenziaria. Pochi, questi ultimi, drammaticamente pochi. E costretti a turni massacranti.

L’ennesimo segnale, quella protesta, cominciata incurante del decreto sicurezza. L’ennesimo segnale stavolta scatenato da un piccolo pretesto. Ma dovete capire che a Rebibbia, quando sono negati tutti – tutti e sempre – i diritti anche un microscopico arretramento delle consuetudini è vissuto come una violenza. E a quella violenza si aggiunge quella subita dai quattro detenuti che il 6 maggio hanno dovuto passare la prima notte di detenzione nell’astanteria, quella dove chi arriva viene identificato e spedito nei reparti. Quella notte però non c’era più posto neanche per uno spillo, da nessuna parte, in nessuna cella, già stipate all’inverosimile. E hanno dormito sul divano di ferro. E, a queste violenze, si aggiunge quella di chi vorrebbe un colloquio con uno psicologo, magari solo per parlare del conoscente del reparto G11 che si è tolto la vita a fine aprile. Ma per avere un colloquio occorre aspettare fra i tre ed i quattro mesi. Allora, forse, si potrebbe ripiegare chiedendo un colloquio con qualcuno degli operatori della pianta organica di Rebibbia: sei mesi.

A queste violenze si aggiunge quella vissuta nel reparto trans. Dove le detenute non assumono terapia da 8 mesi per la mancanza di specialisti. E se avete voglia di ascoltare e di leggere, c’è anche il problema del vitto. Sembra la solita denuncia ma è diventato un macigno enorme: da due, tre settimane i pasti sono ridotti all’osso (metafora quanto mai azzeccata). Porzioni minime, sotto la soglia del minimo: quaranta grammi di carne, cinquanta di riso. Più altri “piatti” di difficile definizione: li chiamano bastoncini di pesce ma nella vecchia e ormai inservibile friggitrice di Rebibbia, diventano un purè immangiabile. Chi può si arrangia con quel che ha, gli altri – le centinaia di persone che non hanno nulla, che hanno i parenti lontano – devono subire. Si mangia poco e male, perché – ci dicono – ci sono pochi soldi. Gli stessi pochi soldi che sono alla base del taglio delle ore di lavoro a Rebibbia. E ci si avvicina così, sempre più, all’orlo del baratro. È vero che da sempre la situazione è stata drammatica. Lo raccontano i dati del sovraffollamento, dei suicidi, delle morti da accertare, lo racconta lo stato dell’assistenza sanitaria, lo raccontano le udienze saltate, le visite ospedaliere saltate perché manca il personale che ci accompagni. Quello, che, anno dopo anno, Antigone denuncia nel suo rapporto. Per un po’ se ne parla, poi ci si mette una pietra sopra.
Abbiamo la sensazione che stavolta non potrà essere così. Si va verso un’altra estate, l’ennesima in cui Rebibbia, come ogni carcere, diventerà un forno. E intanto il Dap si preoccupa di limitare l’uso dei frigoriferi.

Chi è privato della libertà non ha molti strumenti. Hanno anche tolto loro il diritto di protestare, pena altri anni da passare qui dentro. Ci hanno tolto il diritto a parlare, dandoci come regalo un infiltrato, che fingerà di essere un detenuto. Non abbiamo strumenti ma non possiamo rassegnarci. Mai come adesso ne va delle nostre vite, credeteci. Pensiamo allora di promuovere, centinaia, migliaia di esposti sulla base dell’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario. È lo strumento che permette di denunciare condizioni di detenzione inumane o degradanti (in violazione dell’art. 3 CEDU). Come sono gli spazi minimi inferiori a 3 metri quadrati per persona, o gravi situazioni di sovraffollamento o, ancora, carenze igieniche. Lo diciamo ai detenuti e alle detenute di tutte le altre carceri: riempiamo i tribunali di esposti, diciamogli come si soffre dentro queste celle e quali violazioni dei nostri diritti si verificano. Per strappare qualche giorno di detenzione in meno. Per raccontare cosa sono, davvero, le carceri. E per chi ha bisogno di informazioni legali sull’esecuzione penale, ci sono i servizi gratuiti di Antigone.

Ma forse non basta, non basta neanche questo. Agli inizi di quest’anno, un’assemblea a Roma – alla presenza di istituzioni, volontari, associazioni, famiglie – si riunì lanciando una campagna per una detenzione più umana, per meno detenzione e più riabilitazione. Ovviamente, campagna ignorata da questo governo, da questa maggioranza. Quell’assemblea non sembra essersi rassegnata ed ha proposto una giornata di mobilitazione per il 14 di luglio. Ecco, chiediamo a tutti i parlamentari (non a quelli che vengono a Rebibbia a stringere la mano ai detenuti eccellenti, parlano con i vertici e se ne vanno), a tutti i parlamentari con senso democratico e con un minimo di umanità, di anticipare quella data e venire ad ispezionare tutte le carceri. Venire nei reparti, parlare con chi si vuole silenziare. Chiediamo a chi può di incalzare, di non dare tregua ai ministri che decidono le nostre sorti. Prima del disastro.

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