Regno Unito: i Laburisti scaricano Starmer dopo il tracollo elettorale?
lentepubblica.it
Il terremoto politico che ha colpito il Regno Unito dopo le elezioni locali del 7 maggio continua a produrre effetti pesanti su Downing Street.
Il primo ministro britannico Keir Starmer, arrivato al governo soltanto nell’estate del 2024 dopo quasi quindici anni di esecutivi conservatori, si trova oggi a fronteggiare una delle fasi più delicate della sua breve esperienza alla guida del Paese.
Il risultato delle amministrative ha infatti aperto una frattura interna nel Partito laburista: decine di parlamentari chiedono apertamente un cambio di leadership, mentre nel governo iniziano ad emergere le prime defezioni. Una situazione che fotografa non soltanto le difficoltà del Labour, ma anche la trasformazione profonda dell’intero panorama politico britannico.
Un voto che cambia gli equilibri del Regno Unito
Le consultazioni del 7 maggio hanno coinvolto una quantità enorme di istituzioni locali e territoriali. Gli elettori sono stati chiamati a scegliere circa cinquemila consiglieri distribuiti in 136 amministrazioni locali, comprese le municipalità londinesi, i sindaci di diverse città e le assemblee autonome di Scozia e Galles.
Il dato politico più evidente è stato il drastico ridimensionamento dei due grandi partiti tradizionali. Sia il Labour sia i conservatori hanno registrato perdite pesanti, confermando una crescente sfiducia verso il bipolarismo che per decenni ha dominato la politica britannica.
I laburisti hanno perso quasi due terzi dei consiglieri locali che controllavano in Inghilterra, mentre i Tory hanno subito un arretramento altrettanto significativo. Anche i Liberaldemocratici hanno visto diminuire la propria presenza territoriale.
A beneficiarne sono state invece soprattutto le forze alternative e anti-establishment. Da una parte i Verdi, rilanciati dalla leadership di Zach Polansky, dall’altra il partito nazionalpopulista Reform guidato da Nigel Farage, figura storica della Brexit.
Proprio Reform è stato il vero protagonista del voto. In pochi anni il partito è passato da una presenza marginale a quasi 1.500 consiglieri locali conquistati. Un risultato che certifica la crescita di un elettorato fortemente critico verso l’establishment politico tradizionale.
Il sistema bipolare britannico mostra crepe profonde
Le proiezioni nazionali derivate dalle elezioni locali restituiscono uno scenario quasi senza precedenti nella storia politica recente del Regno Unito.
Secondo diverse analisi, oggi cinque partiti si troverebbero racchiusi in una forbice relativamente stretta di consenso: Reform oscillerebbe intorno al 26%, mentre Liberaldemocratici, Verdi, conservatori e Labour si attesterebbero su percentuali molto vicine tra loro. Sia Tory sia laburisti sarebbero fermi attorno al 17%.
Si tratta di numeri che raccontano una crisi strutturale del modello politico britannico basato sull’alternanza tra due grandi formazioni. Un sistema che per decenni aveva garantito stabilità, ma che ora appare sempre più frammentato.
Anche nei territori autonomi sono emersi segnali chiari. In Scozia lo Scottish National Party ha mantenuto il controllo del parlamento di Edimburgo, ma Reform e Verdi hanno registrato una crescita significativa. In Galles, invece, i laburisti hanno subito un ridimensionamento importante, mentre il partito autonomista Plaid Cymru ha conquistato la maggioranza dei seggi.
Le difficoltà del governo Starmer
Il risultato elettorale non arriva all’improvviso. Negli ultimi mesi il governo guidato da Starmer aveva già mostrato segnali di forte difficoltà.
Molti elettori avevano riposto aspettative elevate nel ritorno del Labour al potere dopo la lunga stagione conservatrice. Tuttavia, secondo una parte consistente dell’opinione pubblica, quei cambiamenti promessi non si sarebbero concretizzati.
Il costo della vita continua a pesare sulle famiglie britanniche, mentre sanità pubblica e welfare restano sotto pressione. Il National Health Service, tema storicamente centrale per il Labour, non ha registrato miglioramenti percepiti come sufficienti dai cittadini.
A pesare è stata anche la sensazione di continuità con il passato. Una parte dell’elettorato progressista si aspettava una svolta più netta rispetto agli anni dei governi Tory, soprattutto sul piano sociale ed economico.
Scandali interni e tensioni su Gaza
Alle difficoltà economiche si sono aggiunti problemi interni al partito. Negli ultimi mesi il Labour è stato travolto da polemiche e divisioni che hanno progressivamente indebolito la leadership del premier.
Tra gli episodi più contestati c’è stata la scelta di nominare ambasciatore negli Stati Uniti l’ex ministro Peter Mandelson, il cui nome era stato accostato alla vicenda degli Epstein Files. Una decisione che ha provocato malumori e critiche anche all’interno dello stesso partito.
Un altro tema particolarmente sensibile riguarda la guerra a Gaza. Molti sostenitori laburisti hanno accusato Starmer di aver mantenuto una posizione troppo prudente e distante rispetto alle richieste provenienti dalla base progressista.
Questa combinazione di fattori ha prodotto una fuga di consensi su due fronti opposti: verso i Verdi tra gli elettori più progressisti e verso Reform tra coloro che chiedono una linea più dura contro immigrazione, élite e istituzioni tradizionali.
La rivolta interna al Labour
Dopo il voto locale la tensione è esplosa apertamente. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, oltre settanta deputati laburisti avrebbero chiesto le dimissioni di Starmer. Parallelamente, cinque membri del governo hanno lasciato il proprio incarico.
Nel discorso pronunciato l’11 maggio, il premier ha ammesso il fallimento elettorale e riconosciuto errori nella gestione politica degli ultimi mesi. Nonostante questo, ha escluso l’ipotesi di lasciare Downing Street, sostenendo che un suo passo indietro rischierebbe di trascinare il Paese nel caos.
Nel tentativo di rilanciare la propria agenda, Starmer ha anche indicato alcune priorità politiche, tra cui il rafforzamento dei rapporti con l’Europa e il progetto di riportare sotto controllo pubblico British Steel, storica azienda siderurgica britannica privatizzata durante l’era di Margaret Thatcher.
Il Regno Unito può cambiare premier senza elezioni
Uno degli aspetti più particolari del sistema britannico riguarda proprio la possibilità di sostituire il primo ministro senza sciogliere il Parlamento e senza tornare immediatamente alle urne.
Se il partito di maggioranza sceglie un nuovo leader, quest’ultimo diventa automaticamente capo del governo. È già accaduto più volte nella storia recente del Regno Unito.
Per ora, però, nel Labour manca una figura capace di raccogliere un consenso sufficiente per sostituire Starmer. Inoltre, la procedura interna per eleggere un nuovo leader è piuttosto complessa e potrebbe richiedere diversi mesi.
Questo significa che il Regno Unito rischia di entrare in una lunga fase di instabilità politica proprio mentre il sistema dei partiti tradizionali appare sempre più indebolito e frammentato.
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