Revolut, hacker clonano Pec della polizia: cosa è successo
Una Pec istituzionale appartenente a una forza di polizia italiana è stata clonata e utilizzata da un gruppo di hacker, che si fa chiamare ‘imnotavillain‘, per ottenere da Revolut dati personali e finanziari di alcuni clienti. Sulla vicenda indaga la Polizia Postale di Roma, con le ipotesi di reato accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica. I criminali informatici avrebbero inviato una richiesta apparentemente legittima attraverso la casella di posta certificata clonata, spacciandosi per una forza di polizia italiana. Superati i controlli di autenticazione, Revolut ha trattato la comunicazione come un ordinario adempimento obbligatorio per legge e ha consegnato le informazioni richieste ai cybercriminali.
Financial Times: “Gli hacker chiedono 3 milioni di dollari di riscatto”
Gli hacker, che rivendicano una violazione dei dati presso Revolut, hanno minacciato di vendere i dati riservati di centinaia di clienti ad altri gruppi criminali, a meno che la banca online britannica non paghi un riscatto di 3 milioni di dollari entro 24 ore. Lo scrive il Financial Times, riferendo che il gruppo, che si fa chiamare ‘iamnotavillain’, ha pubblicato l’ultimatum sul proprio sito web mercoledì pomeriggio, accanto a un conto alla rovescia digitale.
“La richiesta pubblica è insolita, dato che gli hacker di solito preferiscono avanzare richieste di riscatto in privato e renderle pubbliche solo se la vittima si rifiuta di pagare o di negoziare, solitamente pubblicando i dettagli dell’attacco su un sito di divulgazione del dark web”, scrive il FT. Il giornale aveva contattato gli hacker tramite Telegram dopo che questi avevano creato il sito web nella tarda serata di lunedì, pubblicando screenshot oscurati di alcune delle informazioni ottenute. Il Financial Times riferisce anche che poco dopo aver pubblicato la richiesta di riscatto, gli hacker hanno inviato al FT un video di 60 secondi con una cattura dello schermo che mostra un utente non identificabile mentre sfoglia l’archivio dei presunti documenti di Revolut.
La procura di Reggio Calabria apre un’indagine
La Procura di Reggio Calabria ha aperto un’inchiesta sul caso della Revolut. Lo apprende LaPresse da fonti qualificate. Tra gli indirizzi di posta elettronica che sono stati clonati, anche la pec della Prefettura di Reggio Calabria. A partire da questo elemento, la Procura, diretta da Giuseppe Borrelli, ha aperto un fascicolo di indagine per intrusione in sistema informatico di pubblico interesse.
Udicon: “Servono controlli rigorosi anche per le banche”
“Se una truffa basata su una Pec compromessa può trarre in inganno una banca che gestisce dati sensibili e informazioni finanziarie di un elevato numero di clienti, è necessario capire se tutti i sistemi di sicurezza e le procedure di verifica adottati siano adeguati“. Lo afferma Martina Donini, Presidente nazionale di Udicon (Unione per la Difesa dei Consumatori). “Noi cittadini – prosegue Donini – siamo costantemente raggiunti da tentativi di frode in cui presunti appartenenti alle Forze dell’Ordine provano a trarci in inganno. Sono tentativi insidiosi e lo abbiamo imparato a nostre spese, perché non è sempre facile ottenere il rimborso. Se ai consumatori viene richiesto di essere sempre diligenti e di riconoscere i falsi appartenenti alle Forze dell’Ordine, ci chiediamo come sia possibile che una banca sia caduta vittima della stessa frode. A prescindere dal grado di complessità della truffa, non è ammissibile che ciò possa verificarsi in un istituto di credito che gestisce dati bancari e informazioni personali”.
Per la presidente di Udicon “è necessario capire se nelle mail vi erano incongruenze o altri indici di frode che, con maggiore attenzione, avrebbero potuto consentire di individuare la truffa. La durata e la modalità delle richieste, inoltre, proseguite per mesi, aggravano ulteriormente la vicenda”. “Considerato l’elevato numero di clienti Revolut in Italia e la sensibilità dei dati coinvolti, chiediamo quindi al Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP) e alla Banca d’Italia di verificare l’adeguatezza dei sistemi di sicurezza e delle procedure adottate dalla banca e di accertare se vi siano state eventuali condotte colpose sotto questo profilo”, conclude Donini.
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