Riorganizzazione della chirurgia, l’allarme ACOI: “Soglie rigide rischiano di ridurre l’accesso alle cure e impoverire gli ospedali”
Roma, 8 ottobre 2026 – Le riorganizzazioni della chirurgia italiana non possono essere definite senza il coinvolgimento dei chirurghi. È il messaggio lanciato da ACOI, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani, di fronte ai processi di revisione delle reti chirurgiche e oncologiche regionali e alla crescente tendenza a concentrare determinate procedure in un numero ristretto di strutture.
ACOI, che rappresenta oltre 6.000 chirurghi ospedalieri italiani, chiede alle Regioni l’apertura di tavoli tecnici permanenti sulla programmazione della chirurgia, oncologica e non oncologica, con istituzioni, società scientifiche e professionisti. Secondo quanto risulta all’Associazione, in Lombardia, Piemonte e Campania sono stati avviati percorsi di confronto, mentre da Veneto e Friuli Venezia Giulia non risultano ancora riscontri alle richieste formulate.
“Escludere dal confronto le società scientifiche di riferimento dei chirurghi generali significa escludere proprio i professionisti chiamati ogni giorno a garantire quelle cure – afferma Vincenzo Bottino, presidente nazionale ACOI – Le decisioni sulla riorganizzazione chirurgica incidono sull’assistenza ai pazienti, sul futuro degli ospedali e sulle competenze professionali. Per questo devono essere costruite con chi opera, non calate dall’alto”.
Il primo nodo, linea condivisa anche dalla Società Triveneta di Chirurgia, riguarda i criteri di valutazione. “La sanità è regionalizzata, ma la qualità delle cure non può avere ventuno criteri diversi – sottolinea Bottino – Servono parametri omogenei, trasparenti, fondati sulle evidenze scientifiche e adattabili alle specificità dei territori”.
Per ACOI, il volume di attività resta un indicatore importante, ma non può essere l’unico criterio né può essere considerato automaticamente sinonimo di qualità. “Dobbiamo passare da una chirurgia misurata solo con il contatore a una chirurgia valutata sugli esiti – prosegue Bottino – Vanno considerati mortalità, complicanze, reinterventi, riammissioni, qualità della resezione oncologica, recupero postoperatorio e risultati documentati”.
ACOI condivide la necessità di centralizzare nelle strutture Hub alcune patologie ad alta complessità, come quelle di pancreas, fegato ed esofago. L’Associazione chiede però di evitare applicazioni rigide e automatiche delle soglie Agenas, soprattutto per stomaco, colon e retto.
“Non chiediamo che ogni ospedale tratti ogni patologia – precisa Bottino – Chiediamo che si decida sulla base di competenza, esperienza, casistica, tecnologie disponibili ed esiti reali. Applicare soglie non aggiornate alla letteratura più recente, secondo prime valutazioni ACOI, rischia di ridurre drasticamente fino al 30% il numero di strutture abilitate a trattare patologie come stomaco, colon e retto, con effetti rilevanti sull’accesso alle cure e sull’equilibrio delle reti”.
Netta anche la posizione sulla classificazione Hub-Spoke. “L’Hub-Spoke è un modello organizzativo, non una pagella automatica di qualità professionale – osserva Bottino – Una chirurgia collocata in un ospedale Spoke, se dotata di volumi adeguati, esperienza, tecnologie e risultati documentati, non può essere considerata meno idonea solo per la sua collocazione nella rete”.
Secondo ACOI, c’è anche un tema di sicurezza e continuità assistenziale. Una patologia non trattabile in elezione in un ospedale potrebbe comunque presentarsi in urgenza nello stesso presidio, in condizioni cliniche più complesse. Per questo la riorganizzazione deve tenere insieme centralizzazione, prossimità, competenze disponibili, gestione dell’emergenza e sostenibilità delle reti.
La questione riguarda anche il futuro professionale dei chirurghi e la formazione dei giovani. Svuotare gli ospedali Spoke dalle attività chirurgiche significa ridurne l’attrattività, indebolire il reclutamento e rischiare di disperdere competenze fondamentali per il Servizio sanitario nazionale.
“ACOI è pronta a sedersi a qualsiasi tavolo – conclude Bottino – Il confronto deve avvenire prima delle decisioni, non dopo. Le riforme della chirurgia si fanno con i chirurghi, non senza di loro. Perché una competenza chirurgica, una volta dispersa, è molto difficile da ricostruire”.
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