Saint Laurent, un addio che vale oro? Anthony Vaccarello lo lascia di certo intendere

30 Settembre 2026 - 15:25
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Saint Laurent, un addio che vale oro? Anthony Vaccarello lo lascia di certo intendere
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“Vengo Da un quartiere povero Dall’ mio rione Di case alargate Io vengo. Vengo Da una strada stretta Ed io non sò Dove sarà Maria Io vengo, io vengo. Vengo dalla pelle Che mi avete dato Vengo da rubar Quell’ultimo fior”.

È la voce di Piero De Benedictis (in arte solo Piero) ad aprire la collezione donna primavera/estate 2027 di Saint Laurent, quella che, giurano gli addetti ai lavori, segna l’addio di Anthony Vaccarello alla direzione creativa. Gli indizi disseminati ieri sera, alla luce della Tour Eiffel, lungo una pedana interminabile illuminata da tre enormi lampadari dorati, sono tanti (e commoventi). La stampa – che aveva raccolto i rumor iniziali con titubanza – si è già allarmata: quella lunga camminata sul finale al posto del solito veloce saluto, le modelle ad applaudirlo – proprio come fecero nell’ultima sfilata di Yves Saint Laurent – la canzone intonata da Charlotte Gainsbourg, lo sguardo inequivocabilmente emozionato, e quelle chiavi lasciate in mano al figlio di cinque anni (si dice che siano proprio le chiavi della maison). Tutto suggerisce un passaggio di testimone.

Eppure, da Kering, nessuno ha ancora voluto rilasciare un commento, tantomeno un comunicato. E lasciando per un attimo da parte le congetture, è qualcosa che un gruppo quotato come Kering potrebbe fare a Borsa chiusa.

Difficile, a ogni modo, non leggere nella scelta di quel brano, ‘Io Vengo’, un riferimento alle origini di Vaccarello, nato a Bruxelles da genitori emigrati dalla Sicilia. Magari solo un abbaglio, dato tutto il luccichio sfilato in passerella. Eppure la collezione d’oro firmata dallo stilista, che c’è chi ha già ribattezzato il suo canto del cigno, sembra parlare proprio della fine di un viaggio, e della volontà di chiudere un cerchio, riportando in scena tutte le sfaccettature e la desiderabilità di un marchio tanto complesso come Yves Saint Laurent (per questa volta tenendo ancora ‘in vita’ Yves). E se dopo dieci anni trascorsi saldamente alla guida quel cerchio dovesse spezzarsi, allora, che sia. A suggerirlo è lo stesso Vaccarello, nelle note della sfilata, dove parla di luce: una luce che “brilla tanto più intensamente perché sappiamo che non può essere trattenuta”. E ancora: “Ciò che passa lascia a volte più luce di ciò che resta”. Anche qui, difficile non leggere tra le righe.

Cosa resterà, allora? Se questo dovesse davvero essere l’ultimo atto, non ci sono dubbi che la sfilata verrà ricordata a lungo, dagli addetti ai lavori e non. Un ultimo anello di quella catena scintillante che Vaccarello ha composto – con la fiducia e il tempo che forse andrebbero concessi a ogni creativo alla guida di un brand – stagione dopo stagione, ripetendo all’infinito le silhouette di Yves in cui si è riconosciuto. Un esercizio durato appunto un decennio, che non ha mai puntato all’immediatezza né alla semplificazione, semmai, spesso, alla sottrazione: basti pensare a come non abbia quasi mai fatto sfilare una borsa sotto il braccio di una modella.

In questa sfilata, con l’oro che cede al nero nel finale, Vaccarello ha scelto di mettere tutto, ma proprio tutto: ha dorato gli archetipi più iconici del guardaroba Saint Laurent, dalle sahariennes, i trench, le bluse e le gonne a portafoglio dell’era di Monsieur Saint Laurent ai nuovi classici di sua invenzione, come i cappotti dalle spalle forti, i blouson voluminosi e i tailleur corti e precisi bordati di ampie fasce di pelliccia. Elementi che insieme – sottolinea la maison – “evocano l’età dell’oro di Saint Laurent reinterpretata da Vaccarello per il presente”.

L’oro, dunque. Con Saint Laurent ha una storia lunga: Yves lo adorava, e la nota della maison ricorda le sue parole: “riflesso su una donna, l’oro è il colore del sole”. Vaccarello lo usa per tornare a lavorare sulla ripetizione, ma stavolta nella materia e non nella silhouette: oro profondo, pallido, opaco, brunito, declinato in lamé, organza, guipure, broccato e lattice rivestito in foglia d’oro, dalla testa ai piedi. Un impiego che la stessa casa di moda definisce quasi ossessivo.

Resta il presente: al di là della riuscita indiscussa della sfilata, che ha ricordato quanto, ancora una volta, vorremmo essere desiderabili (e desiderare), va detto come sia ormai difficile immaginare un Saint Laurent senza Vaccarello, che ha saputo, grazie anche alla lunga collaborazione con Francesca Bellettini, ex numero uno del marchio e oggi alla guida di Gucci, rimettere la maison al centro della della scena, parlando sia a un compratore adulto sia ai più giovani, anche a chi, non potendosi permettere i capi, ne copiava i trend (vedere alla voce stivali di pelle sopra il ginocchio e cravatte infilate nella camicia).

Non è un compito semplice disegnare Saint Laurent, in un paese dove un marchio di moda non è mai solo un marchio di moda, tanto meno succedere a un nome ingombrante come Hedi Slimane. E nel settore le voci parlano già di Chemena Kamali, oggi alla guida di Chloé. Concediamoci però, per un attimo, di ripeterci anche noi: si comincia da una strada stretta, in un quartiere magari povero, con sogni luccicanti, e si finisce sotto la Tour Eiffel, tra lampadari d’oro. E se davvero questo era l’ultimo giro, è difficile immaginare un modo più coerente (e soddisfacente) di chiuderlo.

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