Sandro Mazzola: quando prima del campione c’è l’uomo
Era una brava persona ! Sembra la frase che si dice a un funerale per far finire tutto in fretta. Invece per Sandro Mazzola è l’unica frase da cui si può iniziare davvero. Perché prima del campione, c’era l’uomo.
Oggi ci lascia a 83 anni, nato a Torino l’8 novembre 1942, lo stesso anno di mia mamma. Mia mamma che di calcio non capiva niente, ma capiva di uomini. Rispettava l’eleganza dell’uomo, la serietà, e quell’umiltà dei grandi raffigurata in chi non ha bisogno di urlare. Sandro era così.
Un uomo che ha vissuto la tristezza di restare senza padre. Figlio di Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino, morto nella più grande tragedia dello sport italiano, Superga 1949. Sandrino aveva 6 anni. Poteva vivere di quel cognome pesantissimo. Invece è stato un predestinato che non ha mai dimenticato il rispetto per tutti. Per i coetanei, per gli italiani meno fortunati e meno pagati. Non ostentava mai.
Aveva vinto tutto. Quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali con la sua Inter dal 1960 al 1977, Campione d’Europa nel 1968 con l’Italia, vice-campione del Mondo nel 1970. 570 partite in nerazzurro, 70 in Nazionale. Eppure quando parlava di pallone in televisione, da opinionista, non pontificava mai.
Ecco la sua grandezza: parlava con semplicità per spiegare, non per pontificare. Lui che aveva vinto tutto, trovava le parole semplici per far capire a tutti cos’era un movimento, un tempo di gioco, una serpentina. Senza paroloni, senza superiorità.
Lui rappresenta un’Italia sofferente ma vincente. Un’Italia piena di pregi che aveva i suoi difetti. Infatti i geni non venivano mai messi insieme. Vedi la staffetta con Rivera. Siamo passati da un’epoca dove avevamo tanti talenti che non potevano giocare insieme, a oggi dove devono giocare tanti non fenomeni che però si sentono già grandi.
Era il calcio delle strette di mano. Della radiolina all’orecchio, di tutti allo stadio, della schedina fatta all’edicola. L’Italia delle edicole che si ritrovava il lunedì a commentare le partite della domenica, molto spesso viste solo negli spezzoni fatti vedere dalla Rai, unico canale.
Di lui ricorderò sempre tre cose:
1. La sua estrema educazione e gentilezza cortese.
2. La competenza estrema e la semplicità nel spiegare il pallone. Non per far vedere quanto ne sapeva, ma per farlo capire.
3. La serietà che portava in un ambiente molto spesso visto con superficialità. Serio, ma mai pesante. Simpatico e educato, come solo i veri signori sanno essere.
Grande Sandro, oggi sarai a parlare a bassa voce lassù e troverai una tua coetanea e fan. La mia mamma. Non capiva nulla di calcio ma la tua forza enorme era anche quella: essere rispettato da tutti, pure dagli avversari e pure dai non-santi del pallone.
Perché eri una gran brava persona oltre che un campione. Ed è quello che fa la differenza tra il campione e un eroe dei tempi moderni.
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