Schlein chiama Salis, ma lei dice sempre forse. E il motivo non è la prudenza
Elly Schlein, segretaria del Pd, le chiede di federare il centro, e Silvia Salis, sindaca di Genova, risponde ogni volta con un no che somiglia a un forse e con un forse che somiglia a un no, poi a un ni, poi a un boh. Schlein, che il fastidio non lo lascia mai salire fino al viso, sorride con educazione. Soltanto la punta del naso, appena appena, le si arriccia. Fuma le Winston blu, la sindaca di Genova, eppure in un anno e mezzo di comizi, dirette, passerelle e bagni di folla non esiste una sola fotografia, un solo fotogramma, in cui compaia con una sigaretta tra le dita.
Esiste invece, accuratissima, la fotografia della notte della vittoria, con il figlio in braccio e lo sguardo verso l’orizzonte, come una Marianna della Repubblica ligure, ed esistono le immagini in cui avanza per strada con due sindacalisti della Fiom, con il passo e la luce del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Esistono le interviste calibrate, la serata da Fabio Fazio e le anticipazioni del libro, “E’ già domani”, distribuite ieri ai giornali con cura sartoriale, a ciascun quotidiano il capitolo adatto ai suoi lettori: le pagine sulla fecondazione assistita a Repubblica, il padre operaio e comunista a Domani... Un lavoro sull’immagine che altrove si chiama comunicazione e che nel suo caso somiglia piuttosto all’ebanisteria.
Tanta precisione nell’inquadratura si accompagna però a una vaghezza assoluta nel verbo. Federatrice del centro? “Non mi risulta” (mentre al Nazareno è arrivata un altra risposta: potrei pensarci). Candidata alle primarie? “No, in questo momento no”. Persino il titolo del libro, che era già lo slogan della campagna elettorale, all’orecchio suona come una variazione di “C’è ancora domani”, il film di Paola Cortellesi, con una differenza minima e rivelatrice, perché la protagonista del film, alla fine, esce di casa e va a votare, mentre la sindaca il suo domani lo annuncia già arrivato e intanto resta sulla soglia. “Potrei”. Tutto in lei è coniugato al condizionale, e si sarebbe tentati di scambiarlo per la timidezza di una novizia della politica, per la prudenza di chi ancora prende le misure al mestiere, per la serietà istituzionale di chi vuole rimanere a Genova a fare il sindaco, carica alla quale è stata eletta da pochissimo. E’ il contrario. Dice un ex ministro del Pd che la conosce bene: “E’ un’ambizione così vasta da non trovare posto in nessun tempo verbale definito, troppo grande per il presente, che la costringerebbe a scegliere, e troppo impaziente per il futuro, che la costringerebbe ad aspettare”. Sicché ripara nel condizionale, l’unico modo della lingua italiana in cui si possono desiderare tutte le cose insieme senza doverne lasciare nessuna. Gli amici d’infanzia ricordano una bambina che annunciava di voler fare il sindaco da grande, unica profezia della sua vita pronunciata al futuro semplice e infatti puntualmente avverata. Al Coni, dove è stata dirigente con Giovanni Malagò, ricordano lo stesso appetito, e lei stessa, sempre al condizionale, nel suo libro, lascia intendere che del Coni avrebbe potuto diventare anche presidente.
Il condizionale, insomma, è il tempo verbale di chi vuole troppo, perché scegliere una cosa significa rinunciare alle altre, e la sindaca le desidera con pari intensità, tutte le altre. Per mesi Silvia Salis ha coltivato la fantasia del terzo nome, la figura estranea alla contesa per la leadership del centrosinistra chiamata a risolvere il duello fra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Poi la nuova legge elettorale ha imposto alle coalizioni di indicare il candidato premier prima del voto, e la Provvidenza, in politica, è stata abolita per legge, almeno finché la Consulta non decida di ripristinarla. Ecco allora che al Nazareno, sede del Pd, come ha scritto il Foglio la settimana scorsa, si fa sapere per vie traverse che la sindaca “potrebbe” anche riflettere sulla proposta di federare il centro, affare che rafforzerebbe Schlein e terrebbe la Salis in partita senza iscriverla al torneo. Ma l’ambizione genovese suggerisce subito un secondo pensiero. Federare significa bruciarsi per aiutare Schlein, mentre restare sospesa, un piede dentro e uno fuori, preserva intatta la figura che servirà se il centrosinistra dovesse uscire dalle urne con una di quelle non vittorie di cui il Pd custodisce la ricetta dal 2013. E al Nazareno il naso torna ad arricciarsi.
La sindaca tentenna, insomma, al punto da presentare il suo libro in tutta Italia, da Genova a Firenze, ma non a Roma – ancora non c’è una data – dove le chiederebbero con insistenza delle sue intenzioni. Tentenna. E non per paura di perdere. Per paura di vincere troppo poco. Negli ultimi giorni, del resto, qualcuno si è preso la briga di spiegare alla sindaca che federare il centro è impresa più ardua di quanto sembri, perché il centro propriamente non esiste, esistono i centrini, ciascuno con il suo fondatore, il suo simbolo e la sua legittima speranza in un seggio. C’è il Progetto civico di Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi di Roma, che anche contando l’apporto siciliano di Ismaele La Vardera, deputato regionale, i sondaggi di Alessandra Ghisleri collocano intorno allo 0,7 per cento. C’è “Più Uno” di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, e Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, che i sondaggisti non riescono nemmeno a rilevare. Ci sono i socialisti di Enzo Maraio, allo 0,6. Di solido, a conti fatti, restano Italia viva, cioè Matteo Renzi, e +Europa. Cucire tutti questi centrini in una tovaglia, e poi spartire fra i ricamatori i posti a tavola, richiederebbe un metodo che nessuno ha ancora inventato e la pazienza di un segretario generale delle Nazioni Unite, con l’aggravante che all’Onu, almeno, un regolamento esiste. La sindaca lo capisce benissimo. Ed è una ragione in più per restare al condizionale. Può darsi, naturalmente, che da tanto girare nella pedana non esca nulla, né la federazione, né la chiamata, né la provvidenziale non vittoria, e che la sindaca resti semplicemente sindaca, destino che a Genova qualcuno non considererebbe poi così crudele. Ma anche in quel caso niente andrebbe sprecato. La Marianna con il bambino, il corteo da Quarto Stato, le luci di Fazio, le anticipazioni del libro distribuite come segnaposto a un pranzo di nozze, tutto questo è già materiale di scena, e il regista la sindaca ce l’ha in casa, è il marito, Fausto Brizzi, autore, non a caso, di “Notte prima degli esami”. La sceneggiatura potrebbe firmarla Paola Cortellesi, che con il domani ha già una certa dimestichezza. E nell’ultima inquadratura, a telecamere accese e senza più nulla da perdere, la protagonista potrebbe finalmente accendersi una delle sue Winston blu.
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