Scrittura e fantasia come terapia contro l’ansia

Maggio 12, 2026 - 08:36
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Scrittura e fantasia come terapia contro l’ansia

Era come accendere con un comando segreto una parte di me che nelle giornate lunghe di scuola e compiti rimaneva silenziosa, ma a quel comando impercettibile (quello della scrittura) rispondeva sempre. E allargava i confini del tappeto su cui ero sdraiata, della stanza, del cielo, moltiplicava il piacere d’immaginare, già assaggiato con stupore nei primi romanzi letti da sola.

Biennale Arte 2026, il Living Together del Padiglione Svizzera

Il mio nume tutelare era Jo March, che scriveva in soffitta con un berretto calcato sulla testa perché nessuno si azzardasse a importunarla. Lei, con le pagine del suo manoscritto che Amy brucia nel camino – che dolore fisico avevo sentito, a leggere quella scena. Un dolore proporzionato al piacere che l’aveva preceduto, d’immaginare il crescere del gruzzoletto di pagine, la storia migrata dall’immaginazione alla carta. Il miracolo della scrittura che prende forma anche se la forma è effimera.

La scrittura come terapia, che allontana l’ansia

Ho ripreso a scrivere da ragazza, perché scrivere allontanava l’ansia. Ansia del futuro, di che cosa avrei fatto, chi sarei stata nell’età fino a poco prima lontanissima, quella adulta. È successo al tempo dell’università, molti ma non troppi anni dopo i miei primi esperimenti. Non scrivevo più sdraiata sul tappeto ma seduta tutta curva nella biblioteca dove mi presentavo ogni mattina per lavorare alla tesi. Solo che la tesi accresceva l’ansia, e così iniziai a rosicchiare un po’ di tempo da dedicare a un’altra storia che mettevo nero su bianco per puro piacere.

Illustrazione di Sara Paternicò

Il tempo sottratto al dovere era rubato, un furto a tutti gli effetti, e mi rendeva felice. Scrivere, ancora, mi rendeva felice. Cambiava l’aspetto delle cose: persino la luce nella biblioteca, una luce fredda che spioveva dall’alto, accesa anche di giorno perché non c’erano finestre, pareva trasfigurata. È andata a finire che mi sono ritrovata un po’ in ritardo con la tesi, ma nel frattempo avevo terminato la storia che aveva occupato il tempo rosicchiato ai doveri.

Soprattutto, ho scoperto che l’antidoto all’ansia era provare a cambiare il volto delle cose, e farlo con le mie mani (e con la scrittura). Le mani che scrivevano, che erano poi le stesse con cui avevo dipinto di un bel giallo squillante le pareti della stanza troppo buia che abitavo allora, e che quando ci ero entrata aveva un’aria così triste, con la vernice scrostata negli angoli. A ben vedere anche quella fu una lezione preziosa: potevo lasciarmi intristire dallo squallore, e invece il piacere che avevo iniziato a scoprire nell’infanzia, di cambiare volto alle cose, mi era sovvenuto e mi aveva suggerito di comprare dal ferramenta una latta di smalto all’acqua e un rullo e pitturare i muri di una tinta che mi piacesse.

Il piacere della scrittura e della lettura e dell’immaginazione: cose che salvano

Foto Getty Images

Solo ora rimetto insieme i pezzi del mosaico, vedo il disegno che unisce i momenti in cui ho sentito che mi stavo salvando aggrappandomi a un brio che, dove mancava, potevo sprigionare, come si sprigiona l’aria fresca quando si apre una finestra, facendolo passare attraverso me, la mia fatica. E se li rimetto insieme proprio ora è perché mi sono ritrovata a leggere, prima per curiosità, poi per delizia, un libro destinato a chi ha gli anni che avevo quando scrivevo a pancia in giù. Ma capace di parlare anche a chi quell’età l’ha passata da un pezzo: Aurelia principessa controvoglia (pubblicato da Rizzoli e illustrato meravigliosamente da Sara Not). Cristina Marconi l’ha scritto con la collaborazione della sua bimba, Alice, che quando era molto piccola la sfidò a inventare una storia noiosa.

Sera dopo sera, le avventure di Aurelia – nata dal “vissero per sempre felici e contenti” dei suoi genitori, un principe azzurro in calzamaglia e ricci brizzolati e una regina di bellezza abbacinante con gran talento per l’incantesimo – si sono intrecciate in una trama che ha gli slanci delle avventure raccontate a voce e di quelle scritte sul tappeto e dimostra che le storie noiose esistono solo fino a quando non si inizia a vedere, dove prima tutto era grigio, la nuance ultima-nuvola-dopo-la-pioggia del vestito magico di Aurelia. Che è pigra di una pigrizia incompresa, proprio come la noia nel nostro tempo iperattivo e ansiogeno, ma capace di infiammarsi nello slancio della creatività.

E di capire che alla fin fine non ha senso pretendere di primeggiare, di fare tutto al meglio, di coltivare virtuosismi, quando possiamo concederci il piacere di vivere con l’immaginazione accesa, e cambiare i colori del mondo anche solo immaginandone di nuovi.

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