Sfaticati? Forse siamo noi a non capire più i giovani

“I giovani non vogliono più lavorare”. È una delle frasi più ripetute degli ultimi anni. Ma secondo l’avvocato giuslavorista Giampiero Falasca, autore del libro “Sfaticati” pubblicato da Il Sole 24 Ore, dietro questa narrazione si nasconde un errore profondo di lettura del presente.
Falasca sarà protagonista del primo appuntamento del ciclo “Il valore del vicino”, promosso da Confartigianato Imprese Varese e Materia Impresa Lab, in programma lunedì 19 maggio alle 17.30 a Materia Spazio Libero di Sant’Alessandro di Castronno.
Avvocato Falasca, il titolo del libro, che richiama un po’ “Gli sdraiati” di Michele Serra, è volutamente provocatorio?
«Sì, assolutamente. Me lo ricordo quel libro, mi aveva colpito molto. Ho scelto “Sfaticati” proprio perché credo che esista una narrazione completamente sbagliata sui giovani. Ma osservando bene la realtà ci si accorge che qualcosa non torna. Ci mettiamo con il ditino alzato a giudicare ragazzi che stanno vivendo una complessità enorme, molto più grande di quella che abbiamo conosciuto noi».
In cosa consiste questa complessità?
«I cosiddetti boomer sono cresciuti in un mondo più semplice, perfino nelle contrapposizioni. Oggi i giovani vivono dentro una competizione globale. I loro competitor non sono più i vicini di casa, ma persone che stanno dall’altra parte del mondo. Il mercato del lavoro offre opportunità, ma è anche asfittico e precario. Se vuoi fare il giornalista, per esempio, ti trovi davanti a compensi ridicoli. E poi c’è il tema delle pensioni, del cambiamento climatico, dell’incertezza generale. Questo è il mondo che gli stiamo consegnando».
Chi sono oggi gli “sfaticati” e cosa chiede la generazione Z al lavoro?
«I ragazzi di oggi non sono più pigri, sono più esigenti. Hanno una richiesta di futuro che va oltre il lavoro. Sono molto sensibili ai valori, alla sostenibilità, alla coerenza. Meno politicizzati rispetto al passato, ma più radicali sui principi. E questo che li differenzia dalle generazioni precedenti. È per questi motivi che li ammiro».
Da giuslavorista lei osserva ogni giorno il mercato del lavoro. Cosa la colpisce di più?
«Il grande mismatch tra domanda e offerta. Se un sistema non riesce a trovare manodopera, significa che qualcosa non funziona: scuola, orientamento, formazione professionale. Però è troppo facile dire che chi non lavora è perché non ha voglia. Sarebbe bello se fosse così semplice».
Lei insiste molto sul valore della formazione.
«Penso che ciò che distinguerà davvero l’essere umano nei prossimi decenni sarà l’approccio mentale nel gestire le tecnologie. Accanto alla formazione scientifica c’è una formazione umanistica che nel bagaglio personale è altrettanto importante. Penso che per gestire l’intelligenza artificiale serva anche il greco. Oggi chiunque può fare una domanda a ChatGPT. La differenza la farà la capacità critica, culturale, interpretativa».
Le aziende stanno comprendendo questo cambiamento?
«Non abbastanza. Molte imprese hanno costruito linguaggi e sistemi di valori poco autentici agli occhi delle nuove generazioni. I giovani percepiscono immediatamente se un’azienda è sincera oppure no. E tra qualche anno saranno le imprese a dover fare campagna elettorale per attrarre i talenti migliori. Chi non saprà ascoltare resterà fuori dal mercato».
L’incontro di Varese metterà insieme imprese, studenti e territorio. È questa la strada?
«Sì, perché serve un nuovo patto tra generazioni. E soprattutto serve ascolto. Trovo molto interessante che ci siano studenti, imprenditori e realtà diverse nella stessa discussione. È così che si rompono gli schemi e si prova a costruire una visione nuova del lavoro».
L'articolo LIUC e Intesa Sanpaolo insieme per “Build Your Future”: l’innovazione parte dalle competenze sembra essere il primo su VareseNews.
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