Siracusa, dopo la lettera del papà di Giulio. Migliore: “L’inclusione è responsabilità”

15 Ottobre 2026 - 13:25
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Siracusa, dopo la lettera del papà di Giulio. Migliore: “L’inclusione è responsabilità”

“L’inclusione non è carità. Non è un favore. Non è una concessione fatta per sensibilità personale. È una responsabilità collettiva e un principio di dignità umana”. Sono le parole di Gaetano Migliore, dell’Asd Inclusione in movimento Siracusa Aps, associazione che da anni usa lo sport come strumento di inclusione. Migliore ha scritto alla redazione di Siracusa News per rispondere alla lettera aperta di un papà siracusano, pubblicata nei giorni scorsi, che ha toccato molti lettori.

La lettera del papà

Il papà racconta la storia del figlio Giulio, 4 anni, autistico di livello 3 e non verbale. Durante la settimana il bambino segue un percorso terapeutico impegnativo, e per questo i genitori avevano pensato di regalargli qualcosa che ama profondamente: l’acqua. Così si sono rivolti a una piscina privata di Siracusa e hanno concordato una lezione privata ogni sabato, con un costo per ogni lezione e una quota di iscrizione.

La settimana successiva, però, è arrivata un’ulteriore richiesta: un abbonamento mensile di 65 euro per accedere alla piscina, da pagare anche se il bambino avesse frequentato una sola volta al mese. La famiglia ha chiesto spiegazioni e la struttura, dopo aver sentito i proprietari, ha confermato la quota.

Nella lettera il papà precisa di non voler accusare nessuno e di riconoscere che una struttura privata ha il diritto di stabilire le proprie tariffe. “Non chiediamo corsie preferenziali. Chiediamo sensibilità”, scrive. E pone una domanda a tutta la comunità: quanto vale, oggi, l’inclusione?

La risposta di Gaetano Migliore

Ecco la lettera di Gaetano Migliore, che pubblichiamo integralmente.

Ho letto questa lettera con il cuore stretto e con quella profonda amarezza che nasce quando ci rendiamo conto che, ancora oggi, dobbiamo ricordare alla società che un bambino con disabilità è, prima di ogni altra cosa, un bambino.
Dietro le parole di questo papà non leggo soltanto una delusione per una questione economica. Leggo il desiderio di un padre che vorrebbe regalare a suo figlio cinquanta minuti di felicità. Leggo la fatica quotidiana di una famiglia che affronta difficoltà che spesso il mondo non vede, non conosce e, purtroppo, non sempre vuole comprendere.
Cinquanta minuti in acqua. Cinquanta minuti di libertà. Cinquanta minuti in cui Giulio non deve dimostrare nulla a nessuno, non deve raggiungere obiettivi, non deve essere valutato, osservato o inserito in un percorso. Deve soltanto poter essere un bambino.
E allora mi domando: in quale momento abbiamo permesso al denaro di diventare più importante della capacità di comprendere l’altro? Quando abbiamo cominciato a misurare tutto attraverso una tariffa, una quota, un abbonamento, dimenticando che dietro ogni richiesta può esserci una storia, una fragilità, una speranza?
Sia chiaro: una struttura privata ha il diritto di stabilire le proprie tariffe e di sostenere i propri costi. L’inclusione non significa pretendere che tutto sia gratuito, né chiedere che le regole vengano cancellate. Ma l’inclusione autentica comincia quando, accanto alle regole, esiste la disponibilità ad ascoltare, a dialogare e a cercare, quando possibile, una soluzione ragionevole.
È proprio qui che si misura la differenza tra il semplice rispetto di un regolamento e la capacità di guardare una persona nella sua interezza.
Perché una società civile non si giudica soltanto dalla correttezza dei suoi contratti, ma anche dalla sensibilità con cui sa accogliere chi vive condizioni di maggiore fragilità.
Da anni, attraverso il mio impegno educativo e sociale e il lavoro con l’associazione ASD Inclusione in Movimento Siracusa APS, credo profondamente nello sport come strumento di crescita, autonomia, relazione e partecipazione. Ho imparato che lo sport può abbattere barriere che sembrano insormontabili, ma ho imparato anche che le barriere più difficili da superare non sono sempre quelle architettoniche. Spesso sono quelle che abitano la nostra mentalità: l’indifferenza, il pregiudizio, la rigidità, l’incapacità di riconoscere nell’altro una persona con gli stessi diritti, desideri ed emozioni.
La disabilità non toglie a un bambino il diritto alla felicità. È la mancanza di inclusione che rischia di sottrargli delle opportunità.
I bambini con disabilità non possono essere considerati soltanto attraverso le loro diagnosi, le terapie, i bisogni assistenziali o i costi che qualcuno associa alla loro presenza. Sono bambini che ridono, che si emozionano, che amano, che scoprono il mondo attraverso linguaggi e modalità differenti. E hanno diritto a vivere anche la leggerezza, il gioco e il piacere di fare ciò che amano.
A volte, per un bambino, l’acqua non è soltanto acqua. È un luogo in cui sentirsi libero, esprimersi senza parole, trovare serenità e incontrare il mondo a modo proprio. Non possiamo sapere esattamente che cosa rappresentino quei cinquanta minuti per Giulio, ma possiamo rispettare profondamente ciò che rappresentano per lui e per la sua famiglia.
E soprattutto, non possiamo lasciare che il peso di ogni difficoltà ricada sempre sulle spalle dei genitori, costretti non soltanto ad affrontare le sfide quotidiane, ma anche a spiegare continuamente perché il proprio figlio meriti le stesse opportunità degli altri.
L’inclusione non è carità. Non è un favore. Non è una concessione fatta per sensibilità personale. È una responsabilità collettiva e un principio di dignità umana.
Il denaro è necessario per sostenere le attività, pagare il personale, mantenere le strutture e garantire servizi di qualità. Ma quando l’interesse economico diventa l’unico criterio attraverso cui guardiamo il mondo, rischiamo di perdere qualcosa di infinitamente più prezioso: la nostra umanità.
Non conosciamo tutti gli aspetti della vicenda e non spetta a noi emettere sentenze. Ma questa storia dovrebbe invitarci a una riflessione seria, che va oltre la singola piscina e riguarda il modello di società che vogliamo costruire.
Una società in cui tutto ha un prezzo, ma sempre meno cose sembrano avere valore? Oppure una società capace di tenere insieme sostenibilità economica, rispetto delle regole e attenzione alle persone?
Io credo che l’inclusione vera si costruisca proprio in questo equilibrio: non chiedendo a qualcuno di rinunciare ai propri diritti, ma impegnandoci affinché le esigenze di ciascuno possano essere ascoltate e, quando possibile, trovare risposte concrete.
Al papà di Giulio vorrei dire una cosa: non smetta di chiedere opportunità per suo figlio. Non perché debba essere costretto a combattere ogni giorno, ma perché Giulio ha diritto di abitare questo mondo senza dover giustificare il proprio bisogno di felicità.
E a Giulio, idealmente, vorrei augurare di trovare sempre porte aperte, persone capaci di comprenderlo e luoghi in cui possa sentirsi accolto, rispettato e libero di essere se stesso.
Perché il vero progresso non si misura soltanto dalla ricchezza che una società produce, ma anche dalla capacità di non lasciare indietro nessuno.
Se cinquanta minuti di felicità per un bambino diventano l’occasione per interrogarci sul valore dell’inclusione, allora il problema non è soltanto quanto costa entrare in piscina. Il problema è quanto ci costa, come società, continuare a dimenticare il valore delle persone.
Non lasciamo che il denaro soffochi la solidarietà, che la burocrazia cancelli il dialogo, che l’indifferenza diventi normalità.
Perché una società davvero evoluta non è quella in cui tutto funziona soltanto secondo un prezzo. È quella in cui nessuno viene privato della possibilità di partecipare, crescere e sentirsi parte del mondo.
L’inclusione non si proclama nelle giornate dedicate alla disabilità. Si dimostra ogni giorno, nelle scelte, nei gesti e nelle porte che decidiamo di aprire.
E se non riusciamo a comprendere il desiderio di un padre che vuole semplicemente regalare un momento di felicità a suo figlio, allora forse non è Giulio ad avere bisogno di essere incluso nella nostra società.
Siamo noi ad avere ancora molto da imparare sul significato più profondo dell’essere umani.
Perché nessun bambino dovrebbe sentirsi escluso da un mondo che dovrebbe accoglierlo. E nessun genitore dovrebbe essere costretto a chiedere comprensione per il semplice desiderio di vedere felice il proprio figlio.

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